L’esodo dei giovani italiani
In questo frangente storico è esteso più che mai un sentimento comune tra i giovani: quello dello smarrimento, ad esso si correla il dubbio, l’indecisione e, purtroppo, la rassegnazione. Non è possibile addebitare una responsabilità ad un solo soggetto nel nostro sistema, ma è del tutto evidente una verità: l’Italia non è un Paese per giovani. Nel rapporto redatto dal CNEL si legge che tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630 mila giovani, dei quali il 42,1% è laureato e, magari, si tratta di giovani istruiti anche grazie al sussidio pubblico – per esempio beneficiando di una borsa di studio – che, non trovando sbocchi occupazionali, sono costretti ad emigrare – rappresentando un investimento a perdere. Dati da far rabbrividire chiunque, se tramutato in termini monetari, risulta una perdita di Pil pari al 7,5 % per l’arco temporale 2011-2024 - come riportato dall’articolo de Il Sole 24 ore: L’Italia non è un Paese per giovani.
Eppure, tale fenomeno sembra passare in sordina nel dibattito nazionale, con una totale noncuranza da parte degli organi politici, pienamente indifferenti al fenomeno dello spopolamento e della denatalità italiana. Pare quasi che la parte generazionale più importante della società non sia presa in considerazione, come se il domani non fosse un problema riguardante tutti, ma solo un ipotetico e utopico scenario. Con il consolidarsi di una società sempre più vuota, avida di privilegio e, più di ogni altra cosa, individualista, la generazione Z percepisce una costante sensazione di disorientamento causata, forse, da un disinteressamento generale e dalla mancata adozione di misure volte a incentivare la crescita e lo sviluppo della propria personalità in Italia.
Si è abbandonato da tempo il senso di comunità, viceversa si è incentivato un personalismo sterile indirizzato al perseguimento esclusivo dei propri obbiettivi – non importa come, l’importante è raggiungerli – non contando la perdita di morale, di valori e di legami sociali. Si è smarrito l’ideale di fondamentalità dell'errore, sostituito con quello del perfezionismo maniacale, il quale altro non fa che mortificare qualsiasi episodio di fallimento, indispensabile invece, per il raggiungimento di qualsiasi scopo. Inoltre, sembrano mancare quei punti di riferimento ai quali ispirarsi, per esempio da poco è tornato in scena il dialogo tra il Presidente Pertini e gli studenti dell’università di Urbino, nel quale il partigiano del Quirinale non ha nessun timore di esporsi alle critiche provenienti dal mondo giovanile, ma la classe e lo stile non sono in vendita e i nostri politici li hanno persi da tempo, se paragonati ai recenti fatti riguardanti la contestazione alla Ministra dell’Università. Con quale ritardo si cercherà di dare importanza alle politiche giovanili? Al netto di tali considerazioni si ravvisa una mancata identificazione nei partiti, dovuta dall’assenza di trattazione delle istanze giovanili nel tavolo del dibattito politico, benché le necessità non siano soggette a costante mutevolezza.
Il problema non riguarda solo i giovani italiani, si sta verificando una perdita d’interesse generale per l’Italia, su 9 italiani che partono ne arriva solo uno proveniente dalle economie avanzate (Il Sole 24 ore: L’Italia non è un Paese per giovani). La perdita di attrattività rappresenta il problema cruciale del Bel Paese. Chi lavorerà domani? Chi sarà in grado di sostenere le casse pubbliche tramite una produzione di reddito? Con quale sviluppo daremo le risposte alle continue sfide che l’innovazione tecnologica pone costantemente al mondo del lavoro? Dinnanzi a un lassismo pervasivo, qualsiasi manifestazione o forma di dissenso impiegata viene inibita all’origine, quasi vi fosse un timore intrinseco nel confrontarsi con le richieste del mondo giovanile.
Non credo minimamente che le istanze della mia generazione siano banali o velleitarie, anzi, credo l’opposto. Protestare per l’esercizio sostanziale del diritto allo studio, per l’ottenimento di un lavoro equo sul piano retributivo, poter riuscire ad acquistare una casa, sono per caso pretese illusorie? O sono forse delle aspirazioni che i padri costituenti volevano per l’avvenire della nazione? Non può considerarsi libero un uomo schiavo del bisogno, un cittadino per essere libero dovrebbe poter vivere dignitosamente del suo lavoro, non con dei tirocini diretti esclusivamente ad occultare un rapporto di lavoro mal pagato, oppure con retribuzioni inadeguate rispetto al livello di competenza assunto.
Non riuscire a far fronte alle spese ordinarie alla fine del mese è dignitoso? Senza considerare il calvario vissuto dai dottorandi e ricercatori, i quali alla conclusione del percorso post-laurea, si trovano sovente senza possibilità di prosecuzione in ambito accademico. Non credo ci sia nulla di meschino nell’abbandonare la propria patria, perché come diceva il mio conterraneo scrittore Sebastiano Satta “Io non so intendere il concetto di una patria che non nutrisca i suoi figli. Io non so intendere il concetto di patria laddove gl’Italiani sono costretti per vivere ad emigrare”, se emigrare corrisponde a conseguire un ideale di vita più equo e dignitoso. Mi chiedo soltanto dove sia finito l’ingegno italiano che ci ha contraddistinto per millenni, perché non abbiamo smesso di pensare, soltanto le idee vengono sviluppate nei paesi che investono in esse.
Siamo ancora un paese di cultura?
L’aver progressivamente ridotto finanziamenti all’istruzione oggi mostra tutti i suoi effetti cancerogeni, in grado di paralizzare l’intero Paese. Ma non si può assistere inerti ad una vessazione simile. La conoscenza è scientifica poiché rende possibile la smentita dei fatti. Tale processo è permesso in un rapporto causa-effetto con il pensare: sostanzialmente più conosciamo più pensiamo.
L'essere individui pensanti ci rende più attenti agli accadimenti che ci circondano, dunque, più critici, polemici e, talvolta, avversi al potere - soprattutto se male esercitato. Per questo studiare - inteso non come una passiva assunzione di nozioni, ma come una nuova valutazione degli avvenimenti - consente di essere partecipi e di costruire una nostra democrazia, una nostra libertà, costantemente conculcata da una pressante campagna di disinformazione e involgarimento generale. Se nel corso dei secoli sono avvenuti dei mutamenti migliorativi nella nostra società, sono avvenuti grazie alla messa in discussione di quell'insieme di credenze, che si davano per complete e infallibili. Attualmente qualsiasi tentativo di opposizione vuole essere taciuto, soprattutto se scomodo.
Dobbiamo dunque riprendere a smentire, verificando e falsificando l'esubero di informazioni che pervengono quotidianamente, in grado di distorcere la realtà a proprio piacimento, alimentando una massa sempre più abietta e impassibile a fronte delle ingiustizie costantemente perpetrate nel nostro paese come nel mondo. Non possiamo dare per assodata una dichiarazione, un principio o un video, senza prima interrogarci sulle modalità di svolgimento del fatto o sulla contestualizzazione di quanto accaduto. Sebbene tale concetto possa apparire banale è di preminente importanza, poiché senza sottoporre ad un vaglio critico qualsiasi informazione, crediamo alla realtà prospettata dall'informatore, infischiandocene beatamente se quella descrizione sia corrispondente alla realtà. Questo è possibile solo parlando, associandoci, facendo comunità e protestando quando i diritti vengono lesi.
Il funzionamento di una democrazia dipende non solo dal votare ad ogni tornata elettorale, dipende soprattutto dalle scelte compiute nel quotidiano: noi votiamo giorno dopo giorno senza accorgercene, e se assecondiamo le scelte calate dall’alto in termini di problemi e priorità, diventiamo succubi delle volontà altrui. Pare del tutto utopistico configurare uno scenario nel quale le nostre convinzioni siano prive di rilevanza, ma in qualsiasi ambito di interesse è come se fosse redatta un’agenda contenente i punti su cui tutti dobbiamo focalizzare la nostra attenzione, indipendentemente dalla inerenza reale rispetto alle problematiche quotidiane. In questa trama distopica è possibile modificare il finale iniziando a svolgere attività di carattere collettivo; se l’informazione è veicolata, parziale, e individua in un soggetto o in una categoria di soggetti il male assoluto, creiamo spazi dove l’informazione sia salubre.
Con un processo graduale di occupazione della visibilità è possibile dare una nuova prospettiva al settore dell’informazione, la qualità non perisce di fronte a nessun avversario, le dichiarazioni, i fatti, le notizie devono essere sottoposti ad un processo di accertamento della veridicità, riprendendo a far sorgere i dubbi nelle persone e non certezze. Un orientamento in grado di indebolire l’attuale sistema di dialogo finalizzato allo scontro, nel quale, meno nozioni si hanno sull’argomento più si fa polemica e si alza la voce.
Lo scenario italiano
Sento continuamente parlare di patriottismo e di anteposizione dei nostri interessi a discapito di quelli esterni, ma non vedo nessun amor di patria nel vedere scivolare il mio paese verso il baratro disinteressandosi dei propri giovani – dunque un Paese senza futuro – continuando a pronunciare una narrazione enogastronomica claudicante. Pizza, pasta e mandolino come racconto italiano non solo non funzionano, ma non sono sufficienti. Lungi dal voler deprecare la nostra cultura enogastronomica, ma sarebbe tutt’altra cosa ambire ad essere un’avanguardia in ambito economico e sociale – come spesso è avvenuto in passato in una pluralità di settori, si pensi al campo automobilistico, tecnologico e nel settore della moda.
La narrativa di superpotenza turistica ci sta condannando a diventare i camerieri e gli albergatori del mondo, con la finzione che il turismo sia l’indotto trainante dell'economia. Le città italiane non possono modellarsi per esigenze turistiche a discapito delle esigenze residenziali, in totale conflitto con il fenomeno di gentrificazione turistica a cui stiamo assistendo – fenomeno riguardante principalmente le città storiche, nelle quali il centro storico si omologa alle istanze dei flussi turistici, con il fiorire degli affitti brevi. Senza tralasciare il fatto che il successo ricettivo lo dobbiamo a secoli di cultura e, senza di essa, non saremmo ciò che siamo come popolo. L’abbandono totale dei settori strategici quale l’agricoltura, le infrastrutture, l’artigianato, l’industria - i quali ci hanno contraddistinto sempre nel mondo per la nostra unicità, perché l’idea del bello e della bellezza del Made in Italy erano sinonimo di qualità – sono stati gradualmente dismessi per farci diventare i locatari a breve termine del mondo. Non è possibile disgiungere il connubio sviluppo – istruzione, non possiamo avere sviluppo senza istruzione.
Pertanto, dovremmo coniare un modello fondato sul dialogo costante tra industria e scienza, così da impiegare in maniera proficua il complesso nozionistico appreso dal mondo della ricerca. Ecco perché è fondamentale investire in cultura e in istruzione, ma sappiamo bene qual è il problema di fondo, il cliché più banale: il potere, qualunque esso sia, non vuole un popolo libero, ma un popolo dipendente e, potenziare questi settori significa avere un popolo consapevole in grado di discernere quali sono i punti dolenti di uno Stato. Non per niente i dati certificano tale scenario, con un tasso del 37% di popolazione con un basso livello di alfabetizzazione, rispetto una media Ocse pari al 27%, con il primato peggiore d’Europa. Da questi dati dobbiamo formulare un giudizio onnicomprensivo: la nostra società ha avuto regressione dal punto di vista della concezione dell’istruzione e della cultura; si è passati dal considerare il sapere quale strumento di emancipazione della persona umana – una persona colta veniva considerata aprioristicamente importante - fino ad arrivare all’attuale concezione sociale formulata in base a ciò che si ha e non a ciò che si è, la quale è svilente nei confronti del sapere.
In merito, è di aiuto il pensiero del rivoluzionario Robespierre, il quale sosteneva: “Il segreto della libertà risiede nell’istruire le persone. Il segreto della tirannia, nel mantenerle ignoranti” e, sebbene viga un sistema democratico, è più facile governare con la sussistenza di tali condizioni. So bene, che pochi sono i mezzi a nostra disposizione, come diceva Gramsci “La mia ragione è pessimista, ma la mia volontà è ottimista”, dunque, riprendiamo ad analizzare, a confrontarci e rendiamo nuovamente le Università centri di dibattito. Una società che spegne le passioni e i sentimenti dei giovani, inculcando esclusivamente una logica del profitto in termini di voto, è da considerarsi una società che progredisce? Se lo studio è finalizzato esclusivamente all’ottenimento del voto, e non alla formazione degli studenti come avvenire della società, non si sta svuotando completamente l’istruzione del suo significato più profondo? Quando Virgilio introduce Dante all’inferno e il narratore dice: “E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose “, questi versi non racchiudono forse l’essenza dell’insegnamento? Se si vuole evitare il progressivo avanzamento dell’apatia si devono accendere e non spegnere le passioni dei singoli, scovando il potenziale nascosto dei giovani.
Un’omologazione generale rassomiglia l’uomo alla macchina, ma l’essere umano si differenzia da essa proprio grazie alla sua capacità di discernimento, non invece quale esecutore passivo di comandi. Coltivare una generazione all’indifferenza e alla passività conferma il progetto di spegnimento delle coscienze, nel quale l’utilizzo spasmodico dei social – soprattutto in accezione negativa – riduce e azzera quel processo di completamento e di formazione della persona umana.
Sarà possibile invertire tale tendenza, attraverso una riappropriazione dello spirito critico e del sentimento di unità della società; poiché l’individualismo oggi manifesta tutte le sue carenze, si è giunti finalmente a una determinata conclusione: la cura del proprio interesse è meno importante della cura di un interesse collettivo. Il racconto “per quanto non mi tocca, non mi riguarda”, non può proseguire ulteriormente, la natura condivisa del bene pubblico riguarda chiunque. Se tutti impiegano astuzia e furbizia nella gestione dei propri interessi privati, e allo stesso tempo, tale accuratezza non viene impiegata per la gestione degli affari generali, si genera un ingranaggio improduttivo.
È fondamentale comprendere che la trascuratezza degli interessi generali, a vantaggio di quelli privati, comporta un’anomalia nel meccanismo economico-sociale, poiché il tornaconto personale se inserito in una società malfunzionante, verrà prima o poi condotto al fallimento. Quindi, alimentare la coesione sociale risulta un espediente utile per contrastare il personalismo e se il grado di soddisfacimento generale cresce, cresce il tasso di persone che vorrebbero risiedere in uno Stato, considerando l’attenzione delle nuove generazioni ai servizi collettivi in ambito sociale. Come ho detto in apertura, non addebito ad un singolo soggetto lo stato delle cose attuali, ma c’è stato un concorso di circostanze in grado di causare questo scenario. Probabilmente la valutazione profilata è eccessivamente negativa, rispetto allo scenario reale, ma il sentimento comune nella nostra generazione è caratterizzato dallo sconforto nei confronti dell’avvenire, quando ad esso bisognerebbe volgere lo sguardo con fiducia e speranza.
È forse ora che ognuno si faccia il proprio esame di coscienza e nel proprio quotidiano impieghi le azioni necessarie affinché la nostra Italia non cada senza potersi più rialzare. Sfogliando le pagine della storia sono stati tanti i momenti in cui eravamo prossimi alla disfatta, ma l’unico espediente è riscoprire la natura della nostra identità, poiché de te fabula narratur: la storia parla di ognuno di noi, e la nostra parla del genio italiano – come ricorda sapientemente Aldo Cazzullo, e rassegnarci alla considerazione di non essere più un popolo di cultura significa rifiutare la nostra personalità e la nostra origine, pertanto, è nuovamente ora di sconfinare, abbattendo il timore dell’ignoto.
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