Parlare della situazione attuale in Venezuela e della “lotta” di Trump contro i narcotrafficanti significa analizzare l’applicazione di una delle fondamentali strategie nella politica estera statunitense: la dottrina Monroe. Per comprenderla dobbiamo fare un passo indietro, in un momento storico in cui gli USA stavano ancora gettando le basi per diventare una potenza mondiale. Tra XVII e XIX secolo le colonie spagnole nel continente americano escono definitivamente dal giogo europeo. Nel 1824 la Spagna perse Cuba e Portorico e nel 1821 nacquero nuovi Stati come il Nicaragua e il Guatemala. Davanti alla frammentazione latinoamericana dovuta all’instabilità politica dei nuovi Stati, ma soprattutto al prevalente particolarismo delle élite latinoamericane, gli USA si trovarono davanti a un’occasione storica. La conflittualità e la frammentazione politica infatti aprirono la possibilità agli USA di estendere la propria egemonia panamericana, raddoppiare l’estensione del Paese con l’acquisizione di nuove colonie (come la Louisiana francese) e allargare la propria azione commerciale in Paesi ricchi di materie prime, necessarie a uno Stato in una fase di rapida crescita economica.
Nel 1823 il presidente americano James Monroe declinò questa strategia di eccezionalismo statunitense in un messaggio al Congresso. Per fronteggiare il rischio di un eventuale intervento europeo nel Nuovo Mondo Washington riconobbe gli Stati latinoamericani, affermando tre principi essenziali: la non colonizzazione delle Americhe da parte delle potenze europee e quindi il non intervento europeo nelle questioni americane. D’altro canto l’America non dovrà interferire nelle questioni europee.
USA ed Europa quindi diventano due sfere diverse con una reciproca non ingerenza. Inizialmente difensiva, la dottrina si trasformò in una giustificazione per l’espansionismo e il neocolonialismo statunitense in America Latina, come nel caso della guerra messicano–americana (1846-1848) e l’acquisizione di quasi metà del territorio messicano, compreso il Texas. Gli USA si candidano ufficialmente all’egemonia sulle Americhe. Entrando in guerra nel 1917 gli USA misero in discussione la dottrina Monroe intervenendo direttamente negli affari europei, motivati dall’ideologia wilsoniana di missione universale contro gli Imperi Centrali. In ogni caso la dottrina Monroe non venne mai del tutto accantonata: si pensi all’invasione di Cuba nel 1961 o all’operazione Condor negli anni Settanta. Ancora oggi la dottrina viene interpretata come una logica di egemonia regionale americana, dal controllo migratorio alla lotta contro il narcotraffico.
Golpe in America Latina, fallimenti e successi.
Cuba:
Il 19 aprile 1961 naufragò il tentativo di rovesciamento dello stato socialista cubano a guida castrista, evento che segnò per sempre la storia americana e il mandato dell’allora presidente John Fitzgerald Kennedy. Ma, per arrivare a questo fallimento geopolitico, è necessario retrocedere nel tempo e, affidandoci alla sapiente bussola della storia, comprenderemo meglio le ragioni del più celebre insuccesso della CIA nel Mar dei Caraibi. Le motivazioni di tale operazione ad opera degli Stati Uniti d’America si individuano nella suddivisione del mondo in due blocchi; contestualizzando storicamente tale episodio, è necessario innanzitutto prendere come parametro di riferimento i posizionamenti mondiali succeduti alla seconda guerra mondiale: la NATO, costituita nel 1949, e il patto di Varsavia del 1955, tappe fondamentali per meglio comprendere la contrapposizione tra le due parti del mondo. In questo scenario si inserisce lo stato cubano, capitanato dall’ex generale Fulgencio Batista - il quale conquistò il potere tramite un colpo di stato militare, denominato “dei sergenti”, nel 1933, instaurando un governo militare e dittatoriale. Tale ascesa al potere determinò un declino sociale ed economico, causato da un sistema governativo sempre più oppressivo e corrotto. La pacifica relazione tra la mafia americana e l’amministrazione ebbe ripercussioni sul punto di vista economico: si costruirono strutture ricettive di lusso, casinò e rapidamente la nazione divenne la meta preferita per i turisti americani, a fronte di un esiguo costo di trasporto per raggiungere l’isola - un volo andata e ritorno dagli Stati Uniti costava 50 $ - nel mentre, la maggior parte della popolazione viveva in condizioni di grave indigenza.
Il quadro delineato consente di cogliere le ragioni di mutamento istituzionale intervenute a Cuba nel 1959. La designazione dell’avvocato Fidel Castro quale nuovo leader di Cuba portò alla trasformazione del paese caraibico in uno stato socialista, prodotto finale di una rivoluzione germinata presso le campagne, in quella porzione di territorio più sofferente e maggiormente vittima delle diseguaglianze sociali; proprio per questo “ i barbudos” - nome dei guerriglieri cubani per l’abitudine di lasciarsi crescere la barba fino alla vittoria della rivoluzione - provenivano prevalentemente dai ceti rurali, plotone capeggiato da Fidel Castro e Che Guevara - membro di spicco del movimento del 26 luglio (movimento di rovesciamento del governo capitanato da Batista). Il ricorso alle armi fu l’unica scelta esperibile per i movimenti di opposizione, data l’impossibilità di un’avversione democratica capace di accedere al comando del paese. La creazione del primo paese socialista in America ebbe una cassa di risonanza imponente sul panorama internazionale e, certamente il governo statunitense non rimase uno spettatore inerte dinanzi ai fatti cubani. I principali cambiamenti apportati da “La Révolution" furono contraddistinti da un insieme di riforme radicali tra le quali la nazionalizzazione delle imprese - comprese quelle statunitensi -, dei zuccherifici e dei grandi latifondi; ma, elemento dirimente fu l’interruzione dell’approvvigionamento petrolifero statunitense, in favore di rifornimenti russi, comportamento ritenuto talmente grave da cagionare l’interruzione dei rapporti diplomatici tra USA e Cuba, per mezzo dell’allora presidente Dwight D. Eisenhower.
Il progressivo avvicinamento a Mosca avallava la concezione americana dell’isola quale avamposto sovietico contiguo agli States, accostamento inteso in accezione negativa data la politica di containment - politica di contenimento e di avversione nei confronti del comunismo; il padre di tale dottrina fu il diplomatico George Frost Kennan. Pertanto il timore si fondava sul mutamento di influenza esterna di un Paese così vicino. Con un siffatto scenario, il fallito tentativo di invasione della Baia dei Porci si può identificare in un angolo prospettico differente, poiché dietro ogni operazione bellica si ravvisano sempre una pluralità di interessi che trascendono rispetto alla guerra.
L’operazione militare
L’obiettivo preponderante era quello di far cadere il governo castrista occultando la matrice statunitense, dunque facendo apparire il golpe quale esperimento rivoluzionario interno e non prodotto d’importazione esterna. Fu così che iniziò il reclutamento di 1400 cubani ad opera della CIA, la preparazione della “Brigada 2506” - nome del gruppo che trasse origine dal numero di matricola di Carlos Rafael Santana Estévez, morto durante l’addestramento avvenuto in Guatemala. L’operazione subì molteplici modifiche, dato il passaggio di testimone tra presidenti (Eisenowher/Kennendy), essendo nota la riluttanza kennediana in merito al compimento dell’operazione, pur rimproverando al proprio predecessore una condotta cedevole nei confronti dell’attiguo cubano durante la campagna elettorale.
L’operazione iniziò il 15 aprile 1961, con il contingente anti-castrista che sarebbe dovuto sbarcare sulla baia, attraverso un supporto aereo, e con un “Blitzkrieg” per rovesciare il governo comunista. Ma, financo dalle prime ore si manifestarono le falle dell’operazione, il supporto aereo venne meno, non centrando gli obiettivi prefissati nel piano, riuscendo a neutralizzare gli aeroporti di Santiago de Cuba, Ciudad Libertad e San Antonio de los Baños, ma non la flotta aerea castrista. Una seconda serie di bombardamenti si sarebbe dovuta verificare il giorno dopo, ma venne sospesa dal Presidente Kennedy, dati i sospetti maturati presso l’opinione pubblica circa la maternità americana dell’operazione. Lo stesso 15 aprile Castro radunò le difese per coprire le coste dell’isola, adunando 20000 soldati, proteggendo i punti strategici d’accesso per le truppe nemiche. Lo sbarco avvenuto il 17 aprile ne la “bahía de Cochinos” avrebbe dovuto beneficiare del supporto aereo, ma così non fu per le ragioni esposte sopra; nonostante tutto, non venne interrotto lo svolgimento dell’operazione, con una resa degli anticastristi intervenuta nel pomeriggio. Fu un fallimento sotto tutti i punti di vista, tanto che un ex generale americano la definì la peggiore umiliazione dal 1812 contro il Regno Unito; lo stesso New York Times definì l’operazione:” una delle peggiori operazioni di intelligence militare concepite, pianificate ed eseguite nella storia moderna”.
Il seguito della disfatta in un clima di guerra fredda comportò un acuirsi delle tensioni tra i due blocchi, aumentando la possibilità dello scoppio della terza guerra mondiale, raggiungendo l’apice con la crisi missilistica del 1962 (da non intendere quale crisi diplomatica intercorrente tra URSS e USA), un avvenimento che mantenne col fiato sospeso tutto il mondo.
La manforte sovietica e il legame di amicizia diplomatica permise l’installazione di missili a medio raggio (IRBM) nell’isola. L’allora segretario del PCUS Nikita Sergeevič Chruščëv non si fece scappare l’occasione di costituire un presidio militare a un passo dal territorio statunitense. Ma, perché adoperare un tale rischio? Il calcolo bellico del segretario fu dettato dalla consapevolezza della insufficiente disponibilità di missili intercontinentali (ICBM), rispetto alla disponibilità statunitense, superiore sia in termini quantitativi che qualitativi, tale collocazione consentiva a Chruščëv di raggiungere gli Stati Uniti facilmente; senza sottovalutare il posizionamento di testate missilistiche In Italia e in Turchia da parte americana capaci di raggiungere il territorio sovietico. A Cuba, i sovietici trasferirono 140 testate nucleari - il trasferimento delle testate iniziava il 9 settembre 1962 e l’intercettazione americana avvenne tramite le foto di un aereo spia che fotografò le rampe di lancio dei missili - il 14 ottobre 1962, la risposta all’installazione non fu quella di bombardare il presidio, bensì l’adozione di una strategia di blocco navale, consistente nell’interdizione di accesso di qualsiasi imbarcazione previa ispezione statunitense. La strategia venne divulgata in tutto il mondo attraverso il messaggio audiovisivo di Kennedy, enunciatario della crisi tra i due blocchi, rappresentando un allarme per tutto il mondo, quasi fosse una missiva contenente una dichiarazione di guerra.
La risposta sovietica consisteva in due messaggi contraddittori: il primo asseriva la rimozione dei missili a patto che gli americani non avessero più esperito tentativi di invasione dell’isola; il secondo reclamava la rimozione delle testate dalla Turchia e dall’Europa. Il contrasto raggiunse il suo culmine con l'abbattimento di un aereo spia americano nei cieli cubani il 27 ottobre 1962 e con l’avvistamento di un aereo americano in territorio sovietico. Fortunatamente si addivenne all’accordo il giorno seguente con la formulazione di una proposta di Kennedy contenente l’impegno americano a non invadere l’isola e la rimozione delle testate missilistiche in Turchia, non rendendo pubblico il fatto che tale rimozione era una conseguenza della rimozione sovietica in territorio cubano. Chruščëv accettò tale proposta il 28 ottobre, ordinando la rimozione dei missili a Cuba. Non si esclude la possibilità di una mediazione esterna svolta dal Vaticano tesa alla risoluzione delle ostilità - soprattutto da Papa Giovanni XXIII - ma non vi sono fonti che possano confermare tale intervento.
Cile
Se a Cuba il tentativo di golpe appoggiato da Washington si tradusse in un clamoroso fallimento, in Cile il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 rappresentò invece uno dei “successi” più emblematici della strategia statunitense di contenimento dei governi socialisti nel proprio “cortile di casa”. Il governo di Unidad Popular guidato da Salvador Allende, democraticamente eletto nel 1970, perseguiva una via al socialismo attraverso riforme strutturali, come la nazionalizzazioni del rame, la riforma agraria e l’ampliamento dei diritti sociali, che toccavano interessi economici strategici per le multinazionali statunitensi e per le élite cilene. In un contesto di guerra fredda, Washington interpretò l’esperimento cileno come un pericoloso precedente: dimostrare che il socialismo potesse affermarsi per via elettorale in un Paese latinoamericano avrebbe potuto innescare un effetto domino in tutta la regione.
A differenza del caso cubano, dove l’operazione ebbe il volto di una spedizione militare mal concepita e facilmente attribuibile alla regia statunitense, in Cile l’intervento USA si articolò in modo più indiretto e capillare, alternando strumenti economici, politici e di intelligence. Documenti desecretati e le conclusioni del Comitato Church evidenziano come il presidente Richard Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger avessero ordinato alla CIA di “impedire” l’ascesa di Allende e, successivamente, di creare le condizioni interne per destabilizzare il suo governo, attraverso il sostegno all’opposizione, campagne di disinformazione, scioperi dei trasportatori e pressione economica internazionale. Il risultato fu un progressivo logoramento dell’economia e delle istituzioni cilene, che aprì spazi di manovra decisivi alle forze armate guidate dal generale Augusto Pinochet.
L’11 settembre 1973 l’esercito, con l’appoggio della marina e dell’aviazione, cinse d’assedio il palazzo presidenziale de La Moneda, bombardandolo e mettendo fine con la forza all’esperienza di Unidad Popular; Allende morì all’interno del palazzo, diventando simbolo tragico della “via pacifica” al socialismo.
In termini geopolitici, ciò che a Cuba era stato un insuccesso, cioè l’impossibilità di rovesciare stabilmente un governo rivoluzionario e di riportare l’isola nella sfera d’influenza statunitense, in Cile si tradusse nella sostituzione del governo socialista con una dittatura militare di lunga durata, saldamente allineata agli interessi di Washington. La giunta di Pinochet si inserì rapidamente nel disegno più ampio dell’Operazione Condor, il coordinamento repressivo tra le dittature sudamericane volto all’eliminazione sistematica delle opposizioni di sinistra e alla neutralizzazione di qualunque progetto politico alternativo all’ordine neoliberale sostenuto dagli USA.
Il “successo” statunitense in Cile non riguardò solo il rovesciamento di Allende, ma anche la possibilità di trasformare il Paese in un laboratorio delle politiche economiche neoliberali promosse dai cosiddetti “Chicago Boys”, con una drastica apertura ai capitali stranieri, privatizzazioni e ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia. La stabilizzazione del regime militare, sostenuta da aiuti economici e cooperazione militare da parte degli Stati Uniti nonostante le gravi violazioni dei diritti umani, mostrò come la difesa dell’ordine economico e strategico occidentale potesse prevalere sulla tutela della democrazia e dei diritti fondamentali, in continuità con la logica di fondo della dottrina Monroe reinterpretata in chiave anticomunista.
Una Riflessione finale
Sia nel caso cubano sia in quello cileno emerge come la motivazione principale degli Stati Uniti non fosse solo l’anticomunismo ideologico, ma la volontà di preservare un’egemonia politica ed economica sul continente, difendendo l’accesso privilegiato alle risorse, la sicurezza degli investimenti e l’assetto strategico regionale. La dottrina Monroe, da principio di non ingerenza europea, si è progressivamente trasformata in una giustificazione di ingerenza selettiva statunitense, che tollera o promuove cambi di regime quando governi percepiti come ostili mettono in discussione l’ordine economico–politico esistente.
Oggi, pur in un contesto multipolare segnato dalla fine della guerra fredda e dall’emergere di nuovi attori come Cina e Russia, permangono significative continuità: il ricorso a sanzioni economiche, la delegittimazione diplomatica di governi sgraditi, il sostegno a opposizioni interne e la retorica sulla “democrazia” e sui “diritti umani” come strumenti per contenere progetti politici alternativi in America Latina richiamano, in forme aggiornate, le dinamiche dei colpi di Stato del Novecento. Più che una frattura netta, la politica estera statunitense nel “proprio” emisfero appare come una lunga linea di continuità, in cui cambiano i linguaggi e gli strumenti, ma resta centrale l’obiettivo di mantenere il controllo sulle traiettorie politiche, economiche e strategiche del "giardino di casa".
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