L’intervento dell’Ue sul diritto all’aborto: apertura o ipocrisia?
Cinquant’anni dopo le grandi piazze femministe che sfidarono l’eredità del Codice Napoleonico e i precetti religiosi, l’autodeterminazione delle donne europee resta una prerogativa lontana. Ad oggi infatti la mera previsione legislativa non ne assicura la certezza applicativa in tutti gli Stati membri e lo trasforma in un privilegio riservato solo a chi dispone dei mezzi per varcare il confine.
Dal codice Rocco alla legge n. 194
In Italia fino alla legge del 1978 l’aborto costituiva un reato ai sensi degli articoli 545 e seguenti del codice Rocco e non lasciava altra scelta se non la pratica clandestina.
Per una prima apertura si dovrà attendere la sentenza n. 27 della Corte Costituzionale, la quale riconosce il diritto all’aborto in casi specifici ed apre la strada alla legalizzazione. Nel 1978 infatti, la legge n. 194 legalizza per la prima volta l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) nelle strutture pubbliche entro i primi 90 giorni per motivi di salute, economici o sociali, e fino al quinto mese per motivi terapeutici. La norma ha introdotto la possibilità di obiezione di coscienza per il personale sanitario, rendendo l’applicazione più complessa nelle regioni con un’elevata concentrazione di medici obiettori e limitando l’efficacia normativa della legge n. 194. Tra queste figurano Sicilia, Abruzzo, Basilicata, Molise, Bolzano e Marche, dove spesso la percentuale ha superato l’80%. La norma consente inoltre di ricorrere all’aborto farmacologico (RU486) rivolgendosi a un consultorio familiare o ad una struttura ospedaliera autorizzata entro 63 giorni di gestazione. Secondo il Ministero della Salute i punti dove è possibile effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza in Italia sono 2,9 ogni 100.000 donne in età fertile. Sebbene non sussista alcun obbligo di ricovero ordinario, è inoltre necessario un certificato medico e nei casi non urgenti è previsto un periodo di riflessione obbligatorio di sette giorni. La relazione del Ministero registra inoltre che nel 2022 il 74,3% delle IVG sono state considerate non urgenti, costringendo circa 48.000 donne ad attendere 7 giorni dal rilascio del certificato.
La Francia e la via della costituzionalizzazione
Il 4 marzo 2024 la Francia è diventata il primo paese a costituzionalizzare il diritto all’aborto modificando l’articolo 34 della Costituzione e rinviando alla legge per disciplinare «le condizioni alle quali si esercita la libertà garantita alla donna di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza». La scelta del Congresso ha rappresentato una controtendenza rispetto all’orientamento degli altri paesi, specie a seguito della sentenza Dobbs della Corte Suprema degli Stati Uniti che nel 2022 ha revocato il diritto all’aborto. Fino ad allora l’aborto era consentito dalla legge Veil del 1975 entro 14 settimane dal concepimento, oltre le quali era previsto solo in casi specifici riconducibili alla salute della madre o del feto. La costituzionalizzazione del diritto a ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza però, non ne agevola l’accesso. I tagli alla sanità e la soppressione di alcuni centri abilitati all’espletamento della procedura infatti, generano delle barriere strutturali che precludono alle donne la possibilità di ricorrere all’aborto in modo sicuro e tempestivo.
L’appello del Parlamento europeo
Nello stesso anno una risoluzione del Parlamento europeo ha proposto di inserire il diritto all’aborto all’interno della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. A seguito della sentenza Dobbs infatti, il Parlamento ha emanato una risoluzione non giuridicamente vincolante che condanna il deterioramento della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne, ed esorta gli Stati membri a garantire un accesso sicuro, legale e gratuito. La proposta, già presentata nel 2022, è stata approvata ed ora necessita del voto favorevole dei 27 Stati membri.
Il Parlamento europeo ha inoltre denunciato un’erosione del diritto all’interruzione di gravidanza in Italia a causa dell’alto tasso di obiettori di coscienza che limitano significativamente l’accessibilità al servizio.
La risoluzione ha inoltre sollecitato i paesi membri a rimuovere gli ostacoli all’aborto e alla salute sessuale e riproduttiva, con particolare riferimento ai casi di Malta e Polonia.
La stretta sull’aborto del governo maltese
Fino all’emendamento introdotto nel 2023, l’aborto costituiva un illecito in qualsiasi circostanza ed esponeva sia le donne che gli operatori a severe pene detentive. L’emendamento non elimina il divieto ma introduce delle eccezioni specifiche, quali il pericolo grave per la vita della gestante con il limite della “vitalità fetale”. Qualora il medico accerti la sussistenza delle suddette condizioni, sarà tenuto a sottoporre la donna in stato di gravidanza alla valutazione di un’apposita commissione medica composta da tre specialisti al fine di prestare il proprio consenso alla procedura. L’iter è dunque suscettibile di creare lungaggini e mettere ulteriormente a rischio la vita della gestante. Queste circostanze costringono le donne con una gravidanza indesiderata a viaggiare all’estero per sottoporsi all’interruzione volontaria di gravidanza e precludono l’accesso a chi è impossibilitata a sostenere i costi economici che lo spostamento implica. Un’inchiesta del “The Journal Investigates” sostiene che ogni anno sono più di 5000 le donne in Europa costrette a recarsi all’estero per abortire. L’impossibilità di effettuare questi spostamenti, alimenta il ricorso a farmaci procurati illegalmente, con un aumento esponenziale dei rischi sanitari e la preclusione dell’assistenza medica necessaria in caso di complicazioni.
Polonia: le cliniche dell’aborto sfidano l’inerzia dello Stato
Conformemente alla legge polacca l’aborto è consentito esclusivamente nei casi in cui la salute della madre è a grave rischio o la gravidanza è il risultato di uno stupro. Nel 2020 il Tribunale costituzionale ha ulteriormente inasprito la disciplina dichiarandolo incostituzionale anche per le malformazioni gravi o incurabili del feto, punendo non le donne che abortiscono ma le persone che le supportano durante la procedura. La decisione, imputata all’ex governo del partito nazionalista ultraconservatore Diritto e Giustizia, nel 2023 ha favorito uno spostamento dell’elettorato femminile verso la coalizione pro-europeista di Donald Tusk (Ppe) in risposta alla promessa non mantenuta di liberalizzare l’accesso all’interruzione di gravidanza.
La stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2023 e nel 2025 ha condannato la Polonia, ritenendo l’ingerenza nella vita privata delle ricorrenti (articolo 8 della CEDU) incompatibile con i principi dello Stato di diritto.
Nel 2025 la prima clinica dell’aborto a Varsavia “AboTak” ha aiutato più di 1200 donne a recarsi all’estero per sottoporsi alla procedura. Non si tratta di un centro medico ma di un luogo di informazioni e di sostegno, specie in caso di trasferimento all’estero per la rimozione chirurgica del feto. All’interno del centro le donne ricevono le informazioni e il supporto necessari per sottoporsi autonomamente alla procedura di aborto farmacologico, e vi sono stanze apposite nelle quali è possibile assumere i farmaci o essere assistite in caso di aborto spontaneo. Conformemente alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 2022 infatti, entro le prime 12 settimane di gravidanza l’aborto farmacologico è un metodo sicuro che può essere praticato autonomamente e fuori da un contesto ospedaliero.
In Francia invece, le pillole per indurre l’aborto farmacologico possono essere prescritte anche dal medico di base senza obbligo di ospedalizzazione, mentre in Italia a seguito della pandemia di Covid-19 non sono più obbligatori i tre giorni di ospedalizzazione ma è possibile svolgere la procedura in regime di day hospital. Tuttavia, la relazione del Ministero della Salute ha stimato che nel 2022 in Italia solo il 52% delle IVG sono state effettuate utilizzando la procedura farmacologica, dati lontani dal 79% della Francia, dall’86% dell’Inghilterra e dal 90% dei Paesi Scandinavi. Rendere più agevole l’accesso alla procedura farmacologica previene inoltre interazioni critiche con il personale medico obiettore e il ricorso a pratiche cliniche invasive.
È in questo contesto di profonde difficoltà che si colloca l’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) “My Voice, My Choice”
Uno strumento che consente di sottoporre proposte alle istituzioni europee al fine di promuovere un intervento in materia. La richiesta alla Commissione europea verte sulla presentazione di una proposta di meccanismo finanziario opzionale aperto agli Stati membri e finanziato dall’Ue con l’obiettivo di garantire un accesso sicuro e legale all’aborto alle donne impossibilitate a sottoporsi alla procedura nel proprio paese. L’iniziativa accolta nel settembre dello scorso anno e approvata dal Parlamento europeo si è conclusa con la decisione della Commissione europea del 26 febbraio, la quale per la prima volta apre agli Stati membri la possibilità di ricorrere al Fondo sociale europeo Plus (Fse+), pur negando la possibilità di istituire uno strumento di sostegno finanziario ad hoc. Il Fondo in questione è destinato a politiche sociali, all'istruzione, all'occupazione e alla sanità, e grazie a un budget di 142,7 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, consente di assegnare finanziamenti ai paesi membri su base demografica.
Conformemente al diritto dell’Unione europea infatti, la sanità rientra tra le materie di competenza esclusiva dei singoli Stati membri, pertanto all’Unione spetterebbe un mero compito di coordinamento circa la fornitura dei servizi sanitari e delle cure mediche.
La Commissione europea riconosce dunque indirettamente l’accesso all’aborto sicuro come elemento imprescindibile della tutela della salute pubblica e apre la strada all’uso dei fondi del Fse+ per le donne impossibilitate ad esigere il trattamento nel proprio paese e costrette a spostarsi altrove. In risposta, il partito di estrema destra spagnolo Vox e l’associazione italiana anti-aborto “Pro Vita & Famiglia” considerano l’Iniziativa dei Cittadini Europei respinta dalla Commissione e chiedono ai rispettivi governi di non ricorrere al Fse+ per promuovere le pratiche abortive.
Sebbene l’intervento della Commissione europea costituisca un punto di svolta nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, diversi sono ancora gli ostacoli che impediscono alle donne di godere pienamente e in sicurezza di questo diritto. Notoriamente infatti, la criminalizzazione non previene la pratica ma costringe le donne a ricorrere ad aborti clandestini con gravi rischi evitabili in strutture ospedaliere o in cliniche per l’aborto analoghe a quelle polacche. A tale riguardo l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che su 121 gravidanze indesiderate ogni anno, il 61% termina con un aborto che nel 45% dei casi avviene in condizioni non sicure.
Un diritto riconosciuto dalla legge o dalla Costituzione come nel caso francese, rappresenta un mero nucleo vuoto se non si provvede ad allocare i fondi necessari alle strutture già presenti sul territorio, a rendere più agevole l’accesso all’aborto farmacologico e a prevenire la concentrazione di medici obiettori nelle strutture ospedaliere.
In questo contesto le associazioni di volontari si vedono dunque costrette a sostituirsi allo Stato al fine di garantire che il diritto all’interruzione di gravidanza venga rispettato non solo in caso di stupro, incesto o anomalie fetali incompatibili con la vita, ma in ogni circostanza.
Finché la salute sessuale e l’assistenza riproduttiva saranno considerate un lusso, le donne con una gravidanza indesiderata saranno costrette a utilizzare i fondi messi a disposizione dall’Ue e a spostarsi in Stati membri nei quali l’accesso all’aborto è legalizzato e sicuro. L’apertura della Commissione all’uso del fondo Fse+ tuttavia, costituisce un’apertura significativa ma parziale. Appare infatti impossibile considerare un diritto pienamente fruibile in assenza di una disciplina organica che ne assicuri l’effettiva applicazione sul proprio territorio. Spostare il problema oltre i confini nazionali avvalendosi dei fondi europei, conferma infatti che per molte donne la piena sovranità sul proprio corpo resta un diritto meramente nominale e un privilegio riservato a chi dispone dei mezzi per varcare il confine.
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