martedì 19 maggio 2026

La Categorizzazione del Carnefice ci Distoglie dal Problema

Attratti dal sangue lasciato su Via Emilia Centro (Modena), gli squali si sono avventati sulla terribile tragedia che ha colpito la città emiliana, cercando di inserire il caso nella narrazione di cui si fanno paladini. Il tutto è avvenuto con la solita tattica: la categorizzazione del colpevole che non risponde più delle sue malefatte in quanto individuo ma in quanto appartenente a un determinato segmento della società. E allo stesso modo la colpa non ricadrà (solo) su Salim El Koudri ma, in ordine, sull’Islam, sul Marocco, sulla “Sinistra”, sull’invasione, etc…

Questo fenomeno è quanto di più lontano dalla cultura occidentale che si è sempre fondata sull’individuo come soggetto autonomo, libero e titolare di diritti, responsabilità personale e capacità di scegliere il proprio destino. Homo faber fortunae suae. Ma non dobbiamo fermarci al Capitalismo o al Liberalismo; le origini di questa concezione individuale rimontano al Cristianesimo, in cui l’uomo è dotato di libero arbitrio, per arrivare poi al Rinascimento e all’Illuminismo che concepiscono l’uomo come individuo razionale.

Prima nel giornalismo, adesso anche in politica, per descrivere una situazione si collocano gli elementi in determinate caselle un po’ come a “Indovina Chi”. Il concetto è reso bene dal post di Francesco Giubilei in cui quest’ultimo scrive: “L’italiano”, “il laureato”, “il giovane”. Chiamiamo le cose con il proprio nome: il marocchino di seconda generazione Salim El Koudri che ha cercato di uccidere decine di persone a Modena è un criminale islamico.

Questo lascia intendere che il fatto in sé, che ricordiamo essere l’investimento volontario di 7 persone, non sia stato compiuto da un essere umano in quanto tale, ma in quanto categoria, ovvero, che il gesto sia stato compiuto da un essere umano perché seguace di una religione piuttosto che un’altra.

Lo stesso accade dall’altra parte dove si accetta volentieri l’invito alla ricerca della bandiera che viene identificata nelle caratteristiche degli uomini intervenuti per bloccare l’attentatore in cui figurano degli egiziani e dei pakistani. Immagino che, alla visione della foto, nell’opposizione abbiano tirato un sospiro di sollievo.

1-1 palla al centro

Ma il fatto rimane: un uomo, già attenzionato dati i suoi disturbi psichici, ha investito 7 persone. Perché è successo? Come si sarebbe potuto evitare? Cosa possiamo imparare da questa vicenda? Come possiamo garantire più sicurezza alle persone? Come possiamo curare i disagi psicologici di una persona senza rinchiuderla in manicomio e allo stesso tempo evitare che la sua libertà leda quella degli altri? Cosa facciamo per integrare? Integriamo? Ma la politica (con la p minuscola) non fa domande, dà risposte: perché l’obiettivo non è risolvere il problema (figuriamoci) tantomeno convincere gli altri, ma serrare i ranghi e alimentare le eco-chambers in cui ci sentiamo al sicuro.

È qui che la bandierina piantata assume una doppia utilità: se da una parte serve al politico per il proprio posizionamento, serve all’elettore (follower) per stare al sicuro, riconoscersi in qualcosa ed avere la coscienza a posto. Dare la colpa all’invasione deresponsabilizza chi “non ha invaso”, allo stesso modo puntare il dito contro i disturbi psichici discolpa chi quei disturbi non li ha. Ma questo fa sì che alla fine nessuno si occupi di integrazione e supporto psicologico. Perché i problemi superano gli slogan ed esplodono tra le persone.

“Trattare” i problemi come scollegati o individuarne uno come fonte unica del disagio è non solo inutile, ma dannoso.

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