martedì 21 aprile 2026

Il Femminismo Non È Una Serie Tv - Ma Forse Dovrebbe Esserlo

Lidia Poet

Lidia Poët torna su Netflix. E mentre l'Italia applaude una donna dell'Ottocento, le donne del 2026 aspettano ancora.

Dal 15 aprile, è disponibile su Netflix la terza e ultima stagione de La Legge di Lidia Poët. Sei episodi per chiudere la storia di una donna che, nell’Ottocento, ha combattuto per esercitare la professione di avvocata in un sistema costruito per escluderla.

Il pubblico è entusiasta, la critica pure. Matilda De Angelis è magnetica, la regia funziona, i costumi sono impeccabili.

Funziona tutto. Ed è proprio questo il punto: non tanto la qualità della serie, quanto la facilità con cui riusciamo a riconoscere l’ingiustizia solo quando è già storia.

Perché mentre celebriamo una storia di emancipazione ambientata nel passato, il presente continua a restare ostinatamente irrisolto.

Nel 2026, in Italia quasi una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita. E la legge italiana sullo stupro continua a ruotare più attorno alla prova della coercizione che all’assenza di consenso.

Ma almeno abbiamo una bella serie.

Quando il passato assolve il presente

Il successo di La Legge di Lidia Poët dice qualcosa di preciso su come questo Paese gestisce il tema dei diritti: li racconta meglio di quanto li pratichi.

Lidia Poët è la figura perfetta per questo meccanismo. Abbastanza lontana nel tempo da non disturbare, abbastanza simbolica da essere celebrata senza conseguenze.

La sua esclusione dall’albo degli avvocati nel 1883 appareai nostri occhi come un’ingiustizia evidente.

Un sistema che discrimina apertamente è facile da condannare, perché appartiene al passato e non obbliga a fare i conti con il presente.

È questa un’indignazione comoda, che funziona finché ci convinciamo che le disuguaglianze di oggi siano meno strutturali di quelle di allora.

Ed è qui che il discorso smette di essere storico e torna, inevitabilmente, politico.

Il NO che non basta

Il punto emerge con chiarezza quando si guarda alla definizione giuridica di violenza sessuale.

In Italia, la normativa vigente — pur segnata dalla svolta del 1996 — continua a essere applicata secondo una logica in cui la centralità è spesso attribuita alla coercizione, alla minaccia, alla resistenza. Non è solo una questione di norma, ma di interpretazione: ciò che viene valutato è quanto la vittima si sia opposta, come lo abbia fatto, se lo abbia fatto in modo sufficientemente evidente.

La domanda, in altre parole, resta: ha detto no abbastanza chiaramente?

Questo spostamento non è neutro. Trasforma il consenso da presupposto a variabile.

È in questo contesto che una proposta di legge riesce a fare passi indietro spacciandoli per passi in avanti. Il DdL Bongiorno, presentato nel gennaio 2026, ha riacceso le tensioni proprio su questo punto. La proposta di riformulazione dell’art. 609-bis c.p. sposta il focus dal “consenso libero e attuale” al “dissenso esplicito”. Una modifica che, secondo molte critiche, rischia di produrre un effetto preciso: trasferire nuovamente sull’offesa l’onere di dimostrare di aver manifestato abbastanza chiaramente una volontà contraria.

Non più “c’era consenso?”, ma “sei riuscita a dimostrare che non c’era?”.

Tutto questo nel 2026. Un arretramento culturale prima ancora che giuridico, che segna una distanza netta rispetto agli orientamenti europei.

L’arte dell’omissione

Se il consenso è il cuore giuridico della questione, i dati sono la sua infrastruttura politica. Senza dati affidabili, non esiste politica pubblica. Esiste, al massimo, gestione simbolica.

La Direttiva europea 2024/1385, all’articolo 44, è estremamente chiara: gli Stati membri devono dotarsi di un sistema stabile per la raccolta, la produzione e la diffusione di statistiche sulla violenza contro le donne e sulla violenza domestica.

Non dati generici, ma informazioni precise: numero di reati denunciati e condanne, vittime di omicidio, capacità delle case rifugio, utilizzo delle linee di assistenza. Tutto deve essere disaggregato — per età, genere, relazione tra vittima e autore — al fine di rendere il fenomeno leggibile, comparabile, governabile.

Non è un dettaglio tecnico, non è fare statistica. È un obbligo politico, nonché consapevolezza e responsabilità.

Lo stesso impianto è rafforzato a livello nazionale dalla legge n. 53 del 2022, che prevede la raccolta sistematica e la pubblicazione periodica di flussi informativi sulla violenza.

Eppure, anche qui, qualcosa si inceppa.

Il report pubblicato nel gennaio 2026 dal Ministero dell’Interno presenta lacune difficili da ignorare: mancano dati sull’età delle vittime e degli autori, sulla loro nazionalità, sull’eventuale presenza di denunce pregresse.

Non si tratta di omissioni neutre, bensì di vuoti che producono conseguenze.

Perché ciò che non entra nei dati ufficiali non entranemmeno nel perimetro del dibattito pubblico. Senza questa traduzione, così, il fenomeno resta confinato in una dimensione narrativa: visibile, discusso, ma non realmente governato. Proprio come in una serie TV.

Il femminismo come cultura, non come politica

Come tutte le storie ben costruite, anche quella di Lidia Poët si chiude con una promessa: se continuiamo a combattere, qualcosa cambierà.

È una conclusione efficace. Ma è anche, da troppo tempo, la struttura del discorso pubblico sui diritti femminili. Ilcambiamento viene continuamente evocato, ma le condizioni materiali restano in larga parte immutate; le norme sono incomplete, i dati lacunosi, il dibattito intermittente.

Non a caso, il Global Gender Gap Report 2025 stima che al ritmo attuale serviranno 123 anni per raggiungere la piena parità globale. 1 2 3.

In questo quadro, il successo della serie smette di essere un semplice fatto culturale e diventa un sintomo. Il sintomo di un femminismo perfettamente integrato nello spazio narrativo, che viene raccontato, condiviso, estetizzato, ma che fatica a tradursi nello spazio istituzionale, dove richiederebbe decisioni, risorse e conflitto.

Ma, nel frattempo, continuiamo a produrre ottime serie TV.

non perderti nulla

Inserisci la tua mail per rimanere aggiornato sulle prossime uscite

Join the newsletter to receive the latest updates in your inbox.