Si attendeva il tepore post referendario per poter esprimere un giudizio sul risultato elettorale ma, a quanto pare, il calderone rimarrà bollente per tanto tempo sul tabellino notiziario. Una sconfitta pesante per il Governo che rimescola le carte del gioco ormai invariato da lunga data, tenendo conto della debole frammentata opposizione. Al netto dei risultati, balza all’occhio un dato significativo: il ribaltamento dei pronostici referendari grazie alla partecipazione dei giovani, i quali comunicano chiaramente la propria volontà di lasciare integra e solida la legge fondamentale dello Stato.
Certamente con un minimo di accortezza, consultando i dibattiti tenutisi presso l’Assemblea Costituente, chiunque si sentirebbe maggiormente confortato nell’avere delle disposizioni costituzionali congegnate da figure del calibro di: Moro, Dossetti, La Pira, Calamandrei; giusto per citarne alcuni.
Non, invece, dai “discutibili” personaggi offerti oggi dalla classe politica, surclassati in stile e in preparazione su ogni fronte. La Costituente rappresentava un grido di libertà, proveniente da persone che avevano rinunciato a tutto pur di opporsi ad un regime di oppressione, in certi casi fino a pagare con la propria vita.
Non per niente i dialoghi fanno comprendere a tutti che il fine perseguito, non era l’imposizione della volontà della maggioranza governativa – come accade oggi in tutte le decisioni nazionali – quanto raggiungere un risultato normativo esponente gli interessi dell’intera comunità. Perché la differenza risiede proprio nell’intento con il quale si voleva approvare una disposizione, privo di qualsiasi intenzione prevaricatrice, orientato invece all’equilibrio e alla conciliazione delle convinzioni.
La logica bipolarista devasta il merito e cede il passo al qualunquismo, riducendo in miseria concettuale argomenti complessi come l’ordinamento giudiziario. Il populismo confusionario, questa volta, si è ritorto contro chi del populismo ne ha fatto l’arma politica più forte; ma le menzogne, prima o poi, presentano il conto più salato.
La lista delle priorità popolari è totalmente sconnessa da quella della classe politica, d’altronde il problema principale per le persone comuni era proprio una riforma costituzionale. Non saranno mica l’inflazione, la giusta retribuzione, l’assenza di una riforma industriale agevolatrice delle imprese, il caro carburanti, l’emergenza abitativa, l’esodo giovanile, nelle priorità degli italiani, quando mai...
Dalle ferite referendarie si cercano capri espiatori in grado di poterle medicare, ma il quesito fondamentale è: se avesse vinto il Sì, il comportamento della Premier sarebbe stato lo stesso?
Esigere le dimissioni oggi significa aver consapevolezza dell’inopportunità istituzionale dei componenti della squadra di Governo; pertanto, non è all’indomani del referendum che si scopre il bisogno di dover defenestrare qualcuno. Il costume morale del politico non è pervenuto nella rosa governativa, come se fossimo tutti rintontiti da non comprendere lo zoppicamento dell’esecutivo.
Le vittime sacrificali purificano tutto? Assolutamente no, l’odore di tanfo lo si respirava con disgusto, ma turarsi il naso non basta più,navendo raggiunto l’apice della sopportazione.
L’affluenza democratica rincuora gli animi nel panorama italiano ma, come esposi in passato, votare ai referendum o alle elezioni non basta; è ora di iniziare a discutere di tematiche reali, cercando soluzioni concrete ai problemi atavici nazionali.
Sappiamo tutti benissimo di chi sono le responsabilità, il sistema è malfunzionante da decenni e addossare le colpe a qualcuno non risolverà nessun problema. Si rende necessario volgere lo sguardo alle possibilità che ancora offre l’Italia, ma per proporre soluzioni concrete è necessaria una mobilitazione collettiva, intesa quale forma didiscussione di tematiche, non bloccando e utilizzando invano lo sciopero come arma ormai sterile per le proteste.
Ciò è possibile attraverso lo scambio delle idee, con il confronto e mettendoci insieme l’uno con l’altro; le problematiche collettive stanno avanzando e, gradualmente, masticano tutti senza accorgercene. Il prezzo dell’indifferenza è di natura corrosiva, poiché non lascia ferme le cose anzi, ci fa regredire; l’anelito ai cui bisogna dar respiro è quello dell’attivismo perché anche sbagliando almeno si sono prese delle decisioni, ma così facendo non si sta fermi, si peggiora...
Da questo ordine di parametri è utile guardare chi ci ha preceduto – ai nostri avi non potrà certo essere recriminata una condotta immobilista – e se le condizioni non esistono le si creano, con i giusti intenti, con la fiducia e la partecipazione. Questo sentimento non è isolato, lo si fiuta e lo si percepisce in maniera unanime ovunque; l’affluenza massiccia è solo il primo tassello di una casa tutt’ancora da costruire, se le decisioni non si prendono qualcuno lo farà al posto nostro.
In egual misura, se l’adesione non fosse stata la stessa, l’esito sarebbe stato certamente differente, da tal principio si ricava il prezioso ruolo della partecipazione. Se qualsiasi tematica avesse un tasso di coscienza e condivisione così alto, la conclusione sarebbe prendere delle scelte maggiormente coincidenti con il volere popolare, non dimenticandosi che questo è il vero significato della democrazia.
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