A quattro anni dall'operazione speciale diventata invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, la guerra rimane priva di una soluzione definitiva e continua a produrre altissimi costi umani, sociali ed economici. Il conflitto si è progressivamente trasformato in una guerra di logoramento, mentre il sostegno occidentale a Kiev attraversa fasi alterne. Gli Stati Uniti di Donald Trump mostrano segnali di crescente cautela verso l’Ucraina mentre cercano di avvicinare i russi, invece l’Unione Europa sceglie di intensificare il proprio impegno economico con un prestito di 90 miliardi ad ora bloccato da Ungheria e Slovacchia.
Allo stesso modo anche la Federazione Russa affronta una forte pressione economica e sociale, derivante dalla militarizzazione dell’economia. Comprendere le ragioni profonde dell’invasione e dello scontro armato tra i due Stati richiede di andare oltre l’attualità militare, diplomatica, strategica ed economica del conflitto. Solo attraverso un’analisi storica è possibile cogliere le cause strutturali del conflitto e comprendere perché esso abbia assunto durante il XXI secolo una dimensione violenta e destabilizzante per l’intero spazio euro-asiatico.
La RUS di Kiev: eredità contesa
Il primo nucleo storico da cui prenderanno forma sia lo Stato russo sia quello ucraino va individuato nella Rus’ di Kiev, un potentato nato attorno all’omonima città e protagonista, tra il IX e il XIII secolo, di una parte rilevante della storia medievale europea. Fondata dagli slavi orientali, la Rus’ di Kiev ancora oggi è considerata il terreno di nascita di Ucraina, Russia, e Bielorussia, nonché un fondamentale crocevia culturale e commerciale, profondamente influenzato dall’impero bizantino. Nel momento della sua massima espansione copriva circa 1.330.000 km, includendo ampie porzioni degli attuali territori di Ucraina, Russia occidentale e Bielorussia, oltre a zone oggi appartenenti a Moldavia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia orientale, estendendosi fino al Mar Baltico.
Nel 988, la Rus’ di Kiev adottò il cristianesimo ortodosso: il principe Vladimir I di Kiev si convertì al cristianesimo ortodosso e battezzò il suo popolo, segnando la nascita ufficiale della chiesa nella Rus' di Kiev, evento cruciale per la formazione della sua identità culturale e religiosa staccata da Costantinopoli. Per ironia della sorte o della storia Putin e Zelens’kyj portano il suo nome.
Allo stesso tempo i rapporti con Costantinopoli rimasero ambivalenti, oscillando negli anni tra conflitti armati e intensi scambi commerciali. Tra i personaggi più noti del potentato di Kiev spicca senza dubbio Olga di Kiev (945-962), reggente per il figlio Svjatoslav, che consolidò il fragile potere statale sui territori ereditari, reprimendo con estrema durezza la ribellione della tribù slava dei Drevljiani. La sua figura, ricordata al tempo stesso come santa e sovrana sanguinaria, rappresenta alla perfezione la complessità della tradizione politica e religiosa della Rus. Il dominio della Rus’ di Kiev, tuttavia, non fu mai completamente stabile. A partire dal XII secolo il potere centrale si indebolì progressivamente, frammentandosi in numerosi principati autonomi all’interno di una trasformazione accelerata dall’invasione mongola e dalla creazione dell’Orda d’Oro. Da uno di questi principati, quello di Mosca, prenderà avvio un processo di aggregazione politica e territoriale che porterà nei secoli alla nascita dello Stato Russo.
La storiografia russa tende a interpretare la Rus’ come antenata diretta dello Stato moscovita, enfatizzando sulla continuità religiosa e politica che da Kiev condurrebbe a Mosca. Al contrario la storiografia ucraina sottolinea il ruolo centrale della città di Kiev come cuore originario della Rus’, rivendicando una tradizione politica e statale autonoma e distinta da quella moscovita. Per questo motivo la Rus’ di Kiev diventa non solo un’origine condivisa, ma anche un terreno di conflitto simbolico e identitario.
Nella memoria storica Ucraina la figura della Rus’ di Kiev e in particolare di Olga di Kiev conserva ancora oggi una certa attualità. Nel settembre del 2023, dopo un’anno dall’invasione russa, un gigantesco giubbotto antiproiettile con la scritta “Ha bisogno di un’armatura” è stato collocato nella statua dedicata a Olga, di fronte al Monastero di San Michele delle cupole dorate a Kiev: un personaggio vissuto nel medioevo diventa parte di un potente messaggio politico e contemporaneo
I Cosacchi: la prima resistenza al dominio russo
Con la dissoluzione della Rus’ di Kiev il territorio dell’attuale Ucraina venne progressivamente frammentato. Le regioni occidentali finirono sotto il controllo della Confederazione polacco-lituana, mentre le aree orientali furono gradualmente assorbite dalla sfera di influenza russa. Nel sud, lungo le coste del Mar Nero, si affermò il Khanato di Crimea, entità politica musulmana legata all’impero Ottomano. In questo spazio di confine emerse un altro attore politico: i Cosacchi.
I Cosacchi non costituivano un popolo omogeneo nel senso etnico del termine, né possono essere ricondotti a un’unica discendenza nazionale. Essi erano piuttosto delle comunità miste, formate da contadini, disertori, avventurieri, tatari, slavi orientali e da tante altre comunità delle steppe euroasiatiche. Il loro nome deriva dal Turco e significa “uomo libero” o “avventuriero”: questa idea di libertà personale sarà centrale nella formazione della loro identità.
I Cosacchi si insedieranno principalmente nelle regioni di confine, in particolare lungo il fiume Dnepr, dove svilupparono una società fortemente militarizzata ma egualitaria. Le loro comunità infatti erano organizzate secondo forme di autogoverno, con assemblee collettive e capi eletti, basate su un ideale di autonomia contrapposto ai sistemi feudali vigenti nei territori circostanti. Dal punto di vista religioso erano prevalentemente cristiani ortodossi, elemento che li avvicinava culturalmente agli slavi orientali, ma che non impedì loro di scontrarsi sia con la Polonia (cattolica) sia con la Russia zarista.
Quando lo Stato Russo iniziò a espandersi verso sud e a imporre un controllo sempre più rigido, basato inevitabilmente sulla servitù della gleba e sulla subordinazione militare, i Cosacchi divennero un ostacolo per la nuova potenza in espansione. Essi difendevano un modello di società incompatibile con l’autocrazia zarista fondata sulla gerarchia e sull’obbedienza al potere centrale. Nel corso del XVII e XVII secolo, le rivolte cosacche andarono oltre le semplici insurrezioni locali, esprimendo una più ampia rivendicazione politica e in modo particolare il diritto all’autogoverno.
Nella memoria storica Ucraina i Cosacchi sono considerati i primi veri protagonisti di una resistenza nazionale organizzata contro il dominio imperiale russo, una delle radici fondamentali dell’identità ucraina. Tra gli eventi storici principali è opportuno ricordare la rivolta cosacca del 1708-1709, guidata dall’Etmano cosacco Ivan Mazepa e culminata nella battaglia di Poltava del 1709. Questo episodio spesso viene considerato come un precedente di grande rilievo, evocato frequentemente nel dibattito contemporaneo sulla guerra russo-ucraina. Mazepa, inizialmente alleato dello zar Pietro il Grande (nel 1654 venne stipulato un trattato in funzione anti-polacca), ruppe l’alleanza per schierarsi con Carlo XII di Svezia, nel tentativo di sottrarre l’Ucraina cosacca al dominio zarista. Nella narrazione storica russa questa scelta viene interpretata come un tradimento, come il precedente del futuro orientamento ucraino verso l’Europa più che verso la Russia.
La vita degli Ucraini nell’Impero russo
Nel XIX secolo gran parte del territorio dell’attuale Ucraina entrò a far parte dell’impero russo, mentre alcune regioni occidentali (ad esempio la città di Leopoli) vennero integrate nell’Impero Asburgico. Nei territori controllati dall’Impero Russo le autorità zariste avviarono una sistematica politica di russificazione, finalizzata a integrare l’Ucraina nell’Impero. Per questo motivo la lingua Ucraina venne progressivamente marginalizzata e l’insegnamento dell’ucraino vietato o limitato. In questo contesto il Russo veniva considerato come unica lingua nell’amministrazione, nella scuola e nelle cerimonie ufficiali. Parallelamente il governo zarista incentivò la migrazione di popolazioni russe verso i territori ucraini, con l'obiettivo di rafforzare il controllo e di alterare gli equilibri demografici locali.
Questo processo, allo stesso modo delle politiche contro la lingua locale, contribuì a ridurre ulteriormente l’utilizzo dell’ucraino nella vita pubblica e a favorire l’assimilazione culturale delle élite locali, spinte ad adottare lingua e modelli russi per accedere a carriere militari o amministrative. Nonostante tutto, l’Ucraino sopravvisse prevalentemente nelle campagne e all’interno delle famiglie, grazie alla sua trasmissione orale attraverso racconti o canzoni. La maggior parte degli Ucraini visse all’interno dell’Impero Zarista in una condizione di subordinazione, perdendo ogni forma di autonomia politica davanti a un sistema imperiale centralizzato e autoritario. In una società a forte prevalenza agricola le condizioni di vita nelle campagne erano durissime, poiché la maggioranza della popolazione era ancora sottoposta alla servitù della gleba (fino al 1861). Anche la chiesa ortodossa russa venne utilizzata come strumento di controllo e di integrazione imperiale per rafforzare il legame tra realtà religiosa e fedeltà totale allo Zar.
Tra il 1845 e il 1846 venne fondata la Confraternita dei Santi Cirillo e Metodio, considerata la prima vera organizzazione politica del movimento nazionale ucraino. I suoi membri, intellettuali, storici e letterati, miravano a sovvertire l’ordine dell’impero russo e a promuovere la creazione di una federazione panslava con Kyiv come capitale simbolica. Tuttavia, l’esperienza della confraternita fu di breve durata: nel 1847 l’organizzazione venne sciolta dalle autorità imperiali con l’arresto degli esponenti principali. In quegli stessi anni lo Zar Nicola I elaborò una strategia ideologica volta a rafforzare il controllo imperiale sul territorio, puntando anch’esso sulla centralità simbolica di Kyiv. L’antica capitale della Rus’ venne reinterpretata come “città madre” della storia russa, presentata come fondamento dello Stato imperiale e come anello di congiunzione tra la Russia e l’impero Bizantino, di cui Mosca si narrava come successore ideologico, la Terza Roma. Il fine dello zar era quello di negare l’autonomia della tradizione ucraina e legittimare l’inclusione dell’Ucraina all’interno dell’impero russo come un “ritorno” all’unità originaria del passato.
La nascita dell’Unione Sovietica: Holodomor e nazionalisti ucraini
All’inizio del XX secolo, dopo la sconfitta nella guerra russo-giapponese, l’impero zarista attraversò una fase di profonda crisi e crescenti tensioni sociali. Nel 1905, una serie di manifestazioni diffuse mise in luce le fragilità interne dell’impero, coinvolgendo anche ampie porzioni della popolazione ucraina. Tuttavia, tali rivolte, assunsero spesso una forma violenta, sfociando in pogrom contro la popolazione ebraica, come nel caso del pogrom di Odessa nello stesso anno. Questo episodio non rappresentò il primo né l’ultimo momento in cui il movimento nazionale ucraino si confrontò con l’antisemitismo, una tragica componente che avrebbe segnato in modo controverso parte della sua storia successiva. Nel marzo del 1917, davanti all’incapacità dell’impero zarista di sostenere lo sforzo bellico e di arrestare il collasso dell’esercito, il movimento nazionale ucraino convocò un congresso e istituì la Rada Centrale. Contemporaneamente, una delegazione ucraina venne inviata a Brest-Litovsk per negoziare una pace separata , nel tentativo di evitare la conquista bolscevica. Nel 1919, la breve esperienza statale della repubblica ucraina, proclamata grazie alla momentanea assenza di un potere statale forte, si concluse, travolta dal conflitto tra armata rossa, armate bianche e formazioni nazionaliste. Durante la rivoluzione d’ottobre infatti l’Ucraina non si schierò immediatamente con i bolscevichi ma cercò inizialmente una via autonoma, combattendo contro il nascente potere sovietico. Tuttavia, con la sconfitta delle armate bianche l’Ucraina venne progressivamente conquistata dall’Armata Rossa e integrata nello Stato sovietico.
A partire dal 1928, con il consolidamento del nuovo regime staliniano, si intensificò una politica repressiva nei confronti dell’intellighenzia e della classe politica ucraina. Stalin avviò una rapida industrializzazione e una collettivizzazione forzata delle terre, viste come necessarie in vista di un futuro confronto militare con le potenze capitaliste. Nello stesso anno Stalin varò il primo piano quinquennale dell’URSS, incontrando una forte resistenza da parte dei contadini e dei cosiddetti kulaki (contadini benestanti). La risposta dell’URSS fu brutale: attraverso la dekulakizzazione e le requisizioni dei raccolti, lo Stato sovietico colpì duramente le campagne ucraine. Tra il 1932 e il 1933 queste politiche contribuirono allo scoppio di una devastante carestia, nota ancora oggi come Holodomor, che causò la morte di circa quattro milioni di persone. Stalin negò ufficialmente l’esistenza della carestia, trasformandola in un tabù nella storia sovietica. Solo decenni dopo emergerà con chiarezza che le autorità erano pienamente consapevoli delle proprie azioni e che la fame fu utilizzata come strumento di controllo e di repressione.
Con l’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale, nel 1942 si tenne a Cracovia un congresso di nazionalisti ucraini, durante il quale Stepan Bandera, esponente nazionalista piu attivo dell’epoca, venne confermato come leader della sua fazione. In vista dell’operazione Barbarossa, la Germania di Hitler intensificò i contatti con i nazionalisti ucraini, per questo motivo i battaglioni Roland e Nachtigall seguirono le truppe tedesche durante l’invasione dell’URSS. Tuttavia, il tentativo dei nazionalisti ucraini (OUN-B) di forzare i nazisti alla creazione di uno Stato Ucraino fallì, e lo stesso Bandera venne internato (seppur temporaneamente) in un campo di concentramento. Dopo la vittoria degli alleati, l’Ucraina venne definitivamente integrata come Repubblica dell’Unione Sovietica.
Dall’indipendenza Ucraina alla Rivoluzione Arancione: uno stato in bilico
Uno degli eventi più traumatici per la società ucraina sotto l’URSS fu il disastro nucleare di Chernobyl, nel 1986. L’esplosione del reattore mise in evidenza l’inefficienza e la profonda inadeguatezza del sistema sovietico, minando in modo irreversibile la fiducia della popolazione. La gestione disastrosa dell’emergenza, unita alle gravi conseguenze ambientali e ai rischi sanitari, alimentò un diffuso malcontento sociale.
Con la dissoluzione dell’URSS nel 1991, l’Ucraina poté infine proclamare la propria indipendenza. Questo passaggio non segnò soltanto una svolta politica, ma anche un processo di riappropriazione della memoria storica nazionale. Eventi a lungo censurati, come l’Holodomor, divennero così elementi centrali nella costruzione dell’identità nazionale ucraina contemporanea. Il 24 agosto dello stesso anno l’indipendenza ucraina venne confermata da un voto popolare, con Leonid Kravčuk come presidente.
Fin da allora il paese appariva diviso in due grandi aree: a ovest, una regione prevalentemente ucrainofona, agraria e a tradizione uniate, a est invece un’area industriale, russofona e ortodossa. Consapevole di queste fratture interne, Kravchuk elaborò un nuovo nazionalismo civico, adottando come simbolo nazionale il tridente risalente alla medievale Rus’ di Kiev e promuovendo commemorazioni ufficiali dell’Holodomor, con ampi riferimenti storici all’etmanato cosacco. Alle elezioni presidenziali del 1994 gli succedette Leonid Kučma, ex dirigente dell’industria bellica che seppe sfruttare lo scontento di ampi settori della popolazione alla de-sovietizzazione. Nello stesso anno, con il memorandum di Budapest, l’Ucraina rinunciò al proprio arsenale nucleare e in cambio la Russia riconobbe i confini ucraini ottenendo l’utilizzo della base navale strategica di Sebastopoli. Tuttavia, la repressione violenta del dissenso (dovuto alla corruzione) da parte del governo, rappresentata in particolare dall’uccisione del giornalista Heorhij Gongadze, portò a una profonda crisi di legittimità politica e alla necessità di nuove elezioni.
Nel 2004 si fronteggiarono due nuovi candidati principali: da un lato Viktor Juscenko, esponente europeista, dall’altro Viktor Janukovic, espressione dell’oligarchia ucraina e interprete della nostalgia sovietica. La vittoria di Janukovic, ritenuta da molti il risultato di brogli elettorali, spinse Juscenko e la sua alleata Julia Tymoshenko a mobilitare la popolazione e a chiedere un nuovo turno di votazioni: ebbe così inizio la Rivoluzione arancione, dal colore simbolo del partito di Yushenko.
Nonostante le aspettative, il successivo corso politico guidato dal leader del partito arancione non produsse i risultati sperati e molte iniziative simboliche, come il riconoscimento ufficiale di figure controverse quali Stepan Bandera e Roman Shukhevych (comandante del battaglione Nachtigall), furono successivamente annullate dopo il ritorno al potere di Yanukovich con la vittoria elettorale del 2010.
Euromaidan e invasione della Crimea: un destino segnato
Nel 2013 il presidente in carica Viktor Yanukovich sospese il percorso di avvicinamento economico e di collaborazione politica con l’Unione Europea (avviato nel 2008), scegliendo invece di rafforzare i legami con la Russia di Vladimir Putin. La decisione si tradusse in una serie di intese economiche e politiche che collocavano l’Ucraina all’interno di una zona d’influenza russa. Alla diffusione della notizia, migliaia di studenti e cittadini scesero in piazza radunandosi nel Maidan Nezalezhnosti di Kiev. Le proteste si intensificarono in seguito alla repressione delle forze di polizia e assunsero rapidamente una forte valenza simbolica. In questo contesto si assistesse all’abbattimento delle statue sovietiche e alla ricomparsa di riferimenti storici quali Stepan Bandera e l’Etmanato cosacco.
Nel 2014 la Russia di Putin procedette all’invasione militare della Crimea, formalizzando successivamente l’annessione attraverso un referendum (non riconosciuto dalla comunità internazionale) contestato dalla comunità tartara, già duramente colpita in passato durante l’epoca di Caterina II. Per la prima volta, dal 1945, in Europa, venne sottratto un territorio con la forza a uno Stato sovrano. Parallelamente, nelle regioni orientali del Donbass a maggioranza russa o russofona, i servizi di sicurezza russi contribuirono a fomentare un nuovo conflitto, dando avvio a una guerra per procura e sfruttando la mobilitazione del separatismo locale contro le forze militari ucraine. All’interno di queste ultime operarono anche battaglioni volontari, tra cui il Battaglione Azov, di estrema destra, e il battaglione Donbass.
Negli anni successivi il conflitto rimase sostanzialmente congelato in seguito agli accordi di Minsk, mentre all’interno del Paese crebbe la consapevolezza identitaria e aumentò l’uso della lingua ucraina. In questo clima politico si inserì l’azione del nuovo presidente Petro Poroshenko, eletto nel maggio del 2014, promotore di una serie di riforme spesso considerate controverse. Nel 2014 Poroshenko sostenne una legge linguistica che stabiliva l’ucraino come unica lingua dell’istruzione, scelta criticata per la scarsa considerazione delle minoranze linguistiche presenti in uno Stato socialmente e culturalmente complesso come quello ucraino. Nel 2018 venne imposto l’uso esclusivo dell’ucraino nella comunicazione pubblica, affiancato da provvedimenti di “decomunistizzazione” che eliminarono simboli e toponomastica di origine sovietica. Nello stesso periodo furono approvate alcune leggi memoriali (come le precedenti approvate ma poco influenti) che riconoscevano ufficialmente il ruolo storico dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN) e dell’esercito insurrezionale ucraino (UPA) vietando critiche o dibattiti.
L’ascesa al potere di Volodymyr Zelens’kyj e l’invasione russa
Durante le elezioni presidenziali del 2019 emerse una figura del tutto nuova nel panorama politico ucraino: Volodymyr Zelens’kyj. Attore e comico di grande popolarità, noto per una serie televisiva satirica in cui interpretava un insegnante divenuto presidente, seppe intercettare il profondo malcontento verso l’élite politica tradizionale e il sistema oligarchico. Con il movimento da lui fondato, “servitore del popolo”, vinse le elezioni con oltre il 73% dei consensi, presentandosi come candidato anti-establishment e ponendo al centro del proprio programma la lotta alla corruzione e la promessa di porre fine al conflitto nel Donbass.
Una volta eletto, Zelens’kyj cercò di tradurre il consenso popolare in un’azione politica concreta. Avviò una campagna contro il potere degli oligarchi, colpendo figure di primo piano come Ihor Kolomojs’kyj, con cui era stato associato spesso in passato, nel tentativo di dimostrare la propria autonomia e rafforzare la credibilità nelle istituzioni statali.
Sul piano identitario e culturale, pur essendo egli stesso russofono, confermò in larga misura le politiche linguistiche introdotte dal suo predecessore. In questa stessa logica si collocò la chiusura di diversi canali televisivi accusati di diffondere propaganda russa, misura ritenuta necessaria dal governo per la sicurezza nazionale, ma criticata da alcuni osservatori per le sue implicazioni contro il pluralismo dell’informazione. Il tentativo di stabilizzare il paese e di riaprire un dialogo con Mosca tuttavia non produsse i risultati sperati. Nel febbraio del 2022, il presidente russo Vladimir Putin ordinò l’invasione dell’Ucraina, segnando una svolta drammatica nella storia Europea contemporanea.
non perderti nulla
Inserisci la tua mail per rimanere aggiornato sulle prossime uscite
Join the newsletter to receive the latest updates in your inbox.





