«Mi stanno sparando. Vieni a prendermi.
Per favore, vieni a prendermi. Sono completamente sola.
Chiedi a tuo marito di accompagnarti qui!»
Hind Rami Iyad Rajab, Gaza, 29 gennaio 2024
C’è una chiamata che non avrebbe mai dovuto esistere. Una bambina di sei anni, che parla con un operatore della Mezzaluna Rossa palestinese – il corrispettivo locale della Croce Rossa – chiedendo di essere salvata. Attorno a lei, nell’abitacolo di una Kia Picanto, i corpi inermi dei suoi familiari. La linea va e viene per tre ore, tra silenzi e riconnessioni che lasciano gli operatori con il fiato sospeso. Poi, poco dopo le 18, il silenzio definitivo.
Il 29 gennaio 2024, Hind Rajab stava cercando di fuggire dal quartiere di Tel al-Hawa, nella parte occidentale di Gaza City, insieme agli zii e ai cugini. L’esercito israeliano aveva diffuso un ordine di evacuazione per quella zona. La famiglia era salita in macchina, riuscendo a percorrere appena quattrocento metri.
Prima a chiamare i soccorsi era stata Layan, la cugina di quindici anni, che era riuscita a mettersi in contatto con la Mezzaluna Rossa. La telefonata dura meno di un minuto: si sente la ragazza dire che il carro armato è lì, poi una raffica – 64 colpi in appena sei secondi, secondo gli esperti di balistica, e Layan non risponde più.
Da quel momento in poi, risponde Hind. È l’unica sopravvissuta nell’auto. Ha sei anni e frequenta la sezione delle Farfalle all’asilo.
Quello che succede nelle tre ore successive è al centro del film The Voice of Hind Rajab, diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2025, dove ha ricevuto una standing ovation di ben ventiquattro minuti. Il film ricostruisce ciò che accade nella centrale operativa della Mezzaluna Rossa a Ramallah, dove gli operatori tentano in ogni modo di coordinare i soccorsi, di mantenere la bambina vigile, di farla sentire meno sola.
L’ospedale da cui deve partire l’ambulanza è a soli otto minuti dall’auto.
Ma prima di poter muovere un mezzo di soccorso, la Mezzaluna Rossa deve ottenere l’autorizzazione israeliana – una procedura che si trascina per quasi tre ore, mentre Hind è ancora viva, ma costantemente assediata dai carri armati. Quando finalmente i paramedici Yousef Zeino e Ahmed al Madhoun partono, non arriveranno mai.
Dodici giorni dopo, il 10 febbraio, alcuni familiari riescono finalmente a recuperare i corpi. L’ambulanza, completamente distrutta, si trova a cinquanta metri dalla Kia Picanto – a cinquanta metri da Hind. I due paramedici sono carbonizzati. Il corpo della bambina è ancora seduto sul sedile posteriore, proprio nel posto in cui sua madre l’aveva fatta salire per non farla camminare sotto la pioggia.
L’esercito israeliano ha dichiarato di non essere stato presente nella zona – e che quindi nessun coordinamento con l’ambulanza era necessario. Forensic Architecture, il Washington Post e altri organismi indipendenti, attraverso prove satellitari e balistiche, hanno concluso il contrario: nella zona c’erano almeno quattro carri armati israeliani, uno dei quali aveva sparato più di 300 colpi contro l’auto pur essendo perfettamente in grado di vedere che a bordo c’erano civili, compresi bambini. Israele non ha più commentato. Non ha mai risposto per i due paramedici. Non ha mai risposto per Hind.
Il sogno più piccolo del mondo
Prima di morire, Hind Rajab diceva sempre la stessa cosa. Ce lo racconta sua madre Wissam Hamadah:
«Voglio solo che la guerra finisca per andare al mare e giocare nella sabbia.»
Non chiedeva molto. Chiedeva il mare, la sabbia – quello che ogni bambino di Gaza ha davanti agli occhi ogni giorno, a pochi chilometri, dietro un muro che nessun sogno riesce ad abbattere.
Wissam riesce a parlare con la figlia durante la telefonata con la Mezzaluna Rossa. È in vivavoce, sa che la bambina è circondata dai corpi dei suoi familiari morti, ma trova la forza di dirle:
«Non avere paura, sii coraggiosa come una leonessa.»
Una madre che chiede alla propria figlia di sei anni di essere una leonessa, perché non ha altro da darle. Niente braccia, niente calore, solo una voce al telefono e quella parola impossibile: coraggio. Una parola che Hind è costretta a imparare nel modo peggiore possibile: intrappolata in un’auto con dei carri armati dinanzi a sé.
I bambini come danni collaterali
Dire che quella di Hind Rajab è una storia eccezionale sarebbe, purtroppo, sbagliato. È una storia che ha avuto un nome, un volto, una registrazione audio diffusa in tutto il mondo. Ma è una storia che si moltiplica ogni giorno nei dati che le agenzie internazionali continuano a pubblicare senza che nessuno sembri davvero leggerli.
E questo nonostante esistano, da decenni, gli strumenti giuridici per impedirlo: la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia è il trattato sui diritti umani più ratificato della storia, mentre le Convenzioni di Ginevra vietano esplicitamente di colpire i civili e di impedire i soccorsi umanitari.
Ciò nonostante, nel solo 2024 le Nazioni Unite hanno verificato 41.370 gravi violazioni ai danni di bambini nei conflitti armati – il numero più alto degli ultimi trent’anni, in crescita del 25% rispetto al 2023. In questo contesto, proprio la Striscia di Gaza si presenta come l’area territoriale con il numero più alto di violazioni: quasi 12.000 bambini uccisi o mutilati, gli attacchi alle scuole aumentati del 44%, i casi documentati di violenza sessuale sui minori del 34%.
La Commissione d’Inchiesta Indipendente dell’ONU, nel rapporto More than a human can bear, pubblicato a marzo 2025, va oltre i numeri e ne analizza la logica: la violenza sessuale e di genere perpetrata dalle forze israeliane contro i palestinesi, compresi i minori, non è effetto collaterale del conflitto, bensì strumento deliberato. Forme gravi di violenza che sarebbero state commesse su ordini espliciti o con l’incoraggiamento implicito dei vertici civili e militari, con l’obiettivo di opprimere e distruggere la popolazione palestinese.
La Commissione, inoltre, ai sensi dello Statuto di Roma, qualifica come genocidi tali atti.
A distanza di oltre un anno dalla pubblicazione, nessuna delle raccomandazioni contenute nel rapporto – cessare gli attacchi, ripristinare l’accesso sanitario, avviare procedimenti giudiziari – è stata attuata.
In questo quadro, il caso di Hind Rajab non è rimasto senza un volto giuridico: nel luglio 2024, esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU hanno dichiarato che il suo omicidio costituisce un crimine di guerra. La denuncia alla Corte Penale Internazionale indica come responsabile il tenente colonnello Beni Aharon, all’epoca comandante della 401ª brigata corazzata israeliana. Un nome, una carica, una responsabilità. Rimasta, per ora, solo sulla carta.
Quello che resta
A tenere viva la storia di Hind sono stati, più delle istituzioni, un film e una canzone.
Nel 2024, il rapper americano Macklemore ha dedicato a Hind Hind's Hall, diventata inno delle proteste universitarie che - nella primavera di quell’anno - hanno paralizzato i campus di Columbia, Yale e decine di altre università americane dove gli studenti chiedevano il disinvestimento dagli interessi legati a Israele.
L’anno dopo, The Voice of Hind Rajab della regista Kaouther Ben Hania ha vinto il Leone d’Argento a Venezia. La regista tunisina ha spiegato cosa l’ha spinta: resistere all’amnesia, preservare la memoria contro la forza disgregatrice dello scroll infinito. «Non riesco ad accettare un mondo in cui un bambino chiede aiuto e nessuno arriva», ha detto. Quel dolore, ha aggiunto, appartiene a tutti noi.
Nel settembre 2024, è nata la Fondazione Hind Rajab per documentare i crimini contro la popolazione palestinese – l’innocenza trasformata in causa, perché non c’era altro modo per farla sopravvivere.
È questo il segno più tangibile di ciò che la società civile riesce a fare: nominare, ricordare, testimoniare.
Ma c’è qualcosa che non si lascia trasformare in fondazione, in film, in canzone.
Qualcosa che rimane solo come è: una voce al telefono, nel buio di un’auto ferma, che dice «Sono completamente sola.»
E intanto, da qualche parte nel mondo, un altro bambino sta aspettando un’ambulanza che non arriverà mai o che arriverà troppo tardi.
Come ha detto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Direttrice UNICEF per la protezione dell’infanzia Sheema Sen Gupta: «Il mondo non riesce a proteggere i bambini.»
C’è, quindi, una domanda che la storia di Hind lascia inevasa, e che riguarda tutti noi: quanto ancora siamo disposti ad aspettare prima che il diritto smetta di essere un esercizio retorico e diventi uno strumento reale di protezione?
Una canzone, un film, le aule universitarie occupate col suo nome: la società civile ha risposto, a modo suo, con gli strumenti che aveva. Ha detto che sapeva. Ha detto che non era disposta a fingere di non sapere. Ma la coscienza collettiva, da sola, non ferma i carri armati.
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