giovedì 23 aprile 2026

L'Italia Appaltò

Il 21 aprile 2026, il Presidente dell’Anac, Giuseppe Busìa, ha tenuto  la Relazione annuale al Parlamento dell’attività svolta dall’Autorità Nazionale Anticorruzione nel 2025.

I dati sono… aberranti.

Nel 2025 il mercato degli appalti “pubblici” ha raggiunto i 309.7 miliardi di euro di valore, con 287.421 procedure svolte.

Si tratta di un aumento del 7.6% del numero di procedure e addirittura del 13.9% del valore del mercato rispetto al 2024, complici anche i 20 miliardi del PNRR.

Numeri interessanti direte, è certo.

Dietro a questa crescita ci sono fatti preoccupanti.

Il primo è quello che più salta all’occhio: solo il 5% degli appalti viene assegnato tramite una gara pubblica aperta. 

Direte: “non è possibile!”, e invece è proprio così: il 95% degli appalti viene affidato ad un’impresa scelta direttamente dalla PA.

Va detto che il CONSIP introduce una legittima quota di “affidamenti diretti virtuosi” nel dato complessivo: acquisti standardizzati, prezzi già negoziati al ribasso e gare già fatte a monte. Ma ciò non spiega né il secondo dato che state per leggere, né la crescita delle consulenze affidate senza gara, che sono il cuore dell’allarme ANAC.

Questo 95% come numero assoluto va comunque letto con cautela.


Il secondo dato però, ci spiega un po’ il primo: si registra un “insolito” volume di appalti nella fascia tra i 135-140mila euro. Perché?

La Legge italiana stabilisce che: sotto i 140.000 euro, una pubblica amministrazione può affidare un contratto direttamente a chi vuole, senza fare una gara pubblica. Sopra quella soglia, è obbligatorio pubblicare un bando, raccogliere offerte, scegliere la migliore.

In sostanza un comune italiano necessita di consulenza per 500.000€, per aggiornamento del personale ecc., e invece di fare una gara di appalto pubblico da 500.000€, come richiesto dalla legge, semplicemente assegna quattro contratti spezzati da 125.000€ ciascuno (tutti sotto la soglia dei 140) alle ditte preferite del comune.


“Tutto questo era legale? Assolutamente sì!”

Grazie al Nuovo Codice Appalti del 2023, le soglie dell’affidamento diretto sono state alzate vertiginosamente. 

Vi basti sapere che nel 2021 il numero di procedure tra i 135-140mila euro era 1.549 e che  nel 2025 sono state 13.879.

Scandaloso.


Le amministrazioni tendono a tenere i contratti di consulenza e fornitura appena al di sotto del limite, frammentando le commesse o calibrando gli importi in modo da evitare il confronto concorrenziale.

Le parole del Presidente Busìa: “Dietro questa prassi si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali. E, in qualche contesto, gli amministratori onesti restano più esposti a pressioni indebite, non potendo più opporre, sotto tale soglia, la necessità di un confronto competitivo.”

A rincarare la dose, c’è anche il fallimento della gestione dei fondi Recovery and Resilience Facility: meno dell’8% delle procedure PNRR prevede clausole per la parità di genere e per gli under 35.

Su 96.000 procedure, solo 7.000 vanno a toccare questi temi.

Un fallimento politico, semplicemente perché il PNRR sarebbe dovuto essere un piano di rilancio strutturale economico e sociale e avrebbe dovuto colmare squilibri storici, che ad oggi rimangono dove sono.


Un’altra domanda sull’opacità dei procedimenti riguardanti gli appalti pubblici in Italia è: “con chi stiamo trattando?”

Tutt’oggi manca legalmente l’obbligo presso le imprese che partecipano agli appalti di dichiarare il titolare effettivo.

In pratica: una PA può assegnare un contratto da 125.000 euro a una società che formalmente si chiama “Rossi Srl”, senza sapere che dietro quella società ci sono prestanome, holding offshore o, nei casi peggiori, organizzazioni criminali. 

L’assenza di una disciplina seria sul lobbying limita ulteriormente la trasparenza nei rapporti tra decisori pubblici e portatori di interesse.

Concludiamo ora con degli elementi che, purtroppo, non sono una novità: Busia ha evidenziato i “vuoti di tutela lasciati dall’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e dal parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite.” Per intenderci, l’abuso d’ufficio era il reato che colpiva il funzionario pubblico che, pur senza prendere tangenti, usava il suo ruolo per favorire qualcuno. 

Il governo l’ha abrogato nel 2023.


L’ultimo elemento analizzato è la sicurezza sul lavoro. 

Nel 2025 sono state registrate mille vittime sul posto di lavoro.

Busia spiega: “Quando il subappalto non nasce da esigenze tecniche reali, ma da un errato dimensionamento della gara, perdono tutti: i piccoli operatori, costretti a sacrificare margini di profitto; i lavoratori, depauperati di garanzie fondamentali; la collettività, privata di servizi di qualità.”

Meno gare significa meno concorrenza, meno concorrenza vuol dire automaticamente meno trasparenza, e meno trasparenza porta a meno controlli e più corruzione.

Il collegamento con la questione appalti non è diretto, ma è difficile ignorarlo: i minori controlli pesano su chi lavora nei cantieri ed il dato delle morti sul lavoro è esemplificativo.

Su 310 miliardi, la quota di appalti assegnata tramite gara aperta rimane troppo marginale, anche con tutte le cautele del caso legate agli acquisti centralizzati CONSIP.

Il Nuovo Codice degli Appalti di Salvini dal 2023 ha aperto la strada agli sprechi dei nostri soldi, i soldi pubblici, al clientelismo e alle organizzazioni criminali.

Ricordiamo in conclusione, il triste dato della Commissione Europea per cui in Italia, un appalto costa quasi tre volte rispetto alla media dell’europa occidentale, causa corruzione.


Chapeau

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