Che la politica sia soprattutto immagine è un fatto acclarato: per un politico o aspirante tale la dialettica, l’identità, la propria rappresentazione della realtà sono elementi ben più decisivi dei temi e dei punti del programma. Per riassumerlo con le parole del noto esperto di comunicazione Patrick Facciolo:
“I TEMI NON ESISTONO”.
A determinare il voto non è la convergenza dell’elettore e dell’eletto nel programma ma l’identificazione dei due in una narrazione della realtà. Il voto è quindi identitario. Non c’è politica pubblica che tenga, a dettare il passo sono un tailleur piuttosto che una gonna, un taglio di capelli piuttosto che un altro, una foto con un prosciutto o a un concerto, un reel editato meglio o peggio. In politica la forma è sostanza, ora più che mai.

Quindi non conta come amministri, la tua esperienza sul territorio, quali disegni di legge hai proposto, la tua capacità di far fronte a delle emergenze ma solo ciò che rappresenti, la tua narrazione o semplicemente l’idea che un potenziale elettore si è fatto di te.
"LA COMUNICAZIONE È PERCEZIONE"
Mentre prima l’identificazione era in un’ideologia ben definita, democristiana o comunista che sia, con il decadimento del sistema partitico e la leaderizzazione della politica a fare da discrimine sono le singole personalità a capo dei partiti, definiti appunto post-ideologici, che complici i social e la fluidità dell’elettorato, alternano picchi del 40% ad abissi del 3%.
Ce ne eravamo accorti subito dopo l’elezione di Meloni quando ad una donna, madre, cristiana e italiana, il Partito Democratico decise di opporre una donna che fosse però il suo opposto. Schlein da vicepresidente in carica della Regione Emilia Romagna partecipò alle primarie da totale outsider e sconfisse quello che fino a quel momento era il suo capo e il favorito alle primarie, il presidente di regione Stefano Bonaccini.
Ma l’operazione non sembra aver convinto l’elettorato, le percentuali salgono a stento, Giorgia Meloni stravince il confronto nei sondaggi ed Elly Schlein deve guardarsi le spalle dall’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal nuovo astro nascente della “sinistra riformista” nonché novella sindaca di Genova Silvia (e non Ilaria) Salis: ex campionessa di lancio del martello e già dirigente del CONI, Silvia Salis è salita agli onori della cronaca per aver riportato il capoluogo ligure a sinistra dopo i due mandati di Marco Bucci, diventato presidente della regione.
E voi vi chiederete, tutto qua? Si. Il curriculum politico di Salis comincia solamente un anno fa, ma questa mancanza d’esperienza agli occhi del delusissimo elettorato di sinistra appare come un segno di purezza di chi non è stato sporcato da giochi di potere. Proprio l’elettorato del PD sembra preferire la figura di Salis a quella di Schlein nelle ipotetiche e probabili primarie del Campo Largo (larghissimo), nonostante Salis non sia neanche una tesserata del partito.
Le due non divergono sul programma, questa infatuazione del popolo di sinistra per Silvia Salis non può essere spiegata con i temi o con la “storia politica” delle due ma appunto con l’immagine. Che Salis non goda del pretty privilege? Questa è ovviamente una provocazione (spero) ma dovrebbe farci riflettere la mancanza di figure allo stesso tempo carismatiche e preparate all’interno del partito di gran lunga più grande dell’opposizione. Ma anche qualora ci fosse, saremmo sicuri di vederla valorizzata? In risposta a questo quesito ci può venire in aiuto una frase di Romano Prodi, ex peso massimo del Partito Democratico e Presidente del Consiglio:

Sembra però esserci una persona dietro questa manovra, un garante, un uomo che da un anno ormai spinge per una sinistra unita, nonostante lui di sinistra non sia, Matteo Renzi: consapevole della sua impossibilità di correre alle primarie, che lui stesso ha lanciato come opzione per trovare il futuro candidato a Palazzo Chigi, ha puntato tutto, o quasi, su Silvia Salis.
Mentre inizialmente si sono susseguiti rifiuti a lasciare l’incarico municipale, Silvia Salis sembra da qualche settimana star cominciando a riconsiderare i suoi piani futuri. In una recente intervista a Bloomberg la sindaca ha parzialmente aperto all’ipotesi di essere la sfidante di Meloni il prossimo anno affermando:
“Di fronte a una richiesta unificante non posso dire che non la prenderei nemmeno in considerazione”.
Il dado è tratto.
La manovra però ha bisogno di essere fatta in punta di piedi e col favore dell'ombra per evitare che la nomina di Salis venga silurata e che i piani del “Kraken” Renzi svaniscano.
In un Campo Larghissimo dove regnano dissapori (anche personali) ed eterogeneità e dove manca una vera idea di paese, l’unico modo per pensare di battere Meloni sembra essere quello di opporle una sosia “di sinistra”: italiana, madre, cristiana ma retroconsole al dj-set di Charlotte de Witte.
Immagine sopra al merito.
non perderti nulla
Inserisci la tua mail per rimanere aggiornato sulle prossime uscite
Join the newsletter to receive the latest updates in your inbox.





