Lo scorso aprile l’associazione “Schierarsi” ha lanciato una campagna di raccolta firme per promuovere la celebrazione di un referendum abrogativo finalizzato ad eliminare i finanziamenti pubblici alle imprese editrici di quotidiani e periodici. Ai fini della celebrazione del referendum è necessario raggiungere il quorum pari a 500mila sottoscrizioni e attualmente i firmatari hanno superato quota 100mila, aprendo un dibattito in merito alle fonti di finanziamento delle testate giornalistiche e al ruolo dell’informazione nella sfera politica. Per sottoscrivere la petizione è necessario autenticarsi con SPID o CIE sul sito del Ministero della Giustizia, e una volta raggiunto il quorum la Corte di Cassazione si occuperà di accertare la regolarità della procedura prima che la Consulta si esprima in via definitiva sull’ammissibilità del quesito referendario.
Ma come si è arrivati a questa proposta?
Con la Legge di Bilancio del 2019, il Parlamento aveva disposto il taglio progressivo dei finanziamenti pubblici ai giornali, fino alla loro completa eliminazione dal 1º gennaio 2022. Tuttavia, da allora questa scadenza è stata rinviata diverse volte, fino all’ultima proroga di 96 mesi nel 2024 che la fissa al 1º gennaio 2030. La proposta presentata mira dunque all’abrogazione dell’ultima proroga legislativa disposta, attraverso la quale si sposterebbe il termine al 2028, non solo anticipando di due anni l’eliminazione completa dei finanziamenti ma anche evitando ulteriori dilazioni e incertezze applicative della norma. Secondo la dottrina giurisprudenziale infatti, il Parlamento non sarebbe competente a presentare una nuova proroga per almeno 5 anni in quanto attualmente oggetto di referendum abrogativo.
In caso di abrogazione, il governo manterrebbe comunque il potere di varare contributi straordinari per supportare il settore in caso di crisi, come già avvenuto nel 2023 con la previsione di un bonus fino a tremila euro per le edicole, il sostegno per le innovazioni tecnologiche e il credito d’imposta di 10 centesimi. Questa facoltà risulta infatti tutelata dall’art. 75 della Costituzione e dalla Legge di Bilancio, impedendone l’abrogazione.
I promotori della petizione sostengono che le norme attualmente in vigore finanziano testate di proprietà dei politici e che dunque si discostano dall’informazione giornalistica autentica e svolgono una continua propaganda. I giornali dovrebbero dunque sostenersi con le sole copie vendute e gli abbonamenti, schierandosi contro lo stanziamento dei “contributi diretti” alla stampa da parte dello Stato. L’elenco pubblicato dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria mostra che questi contributi nel 2024 hanno raggiunto i 104,8 milioni di euro (registrando un aumento rispetto all’anno precedente) e hanno consentito a 153 testate di beneficiarne. Queste costituiscono il 7% delle testate e assorbono quasi il 60% delle risorse. Per “contributi diretti” alla stampa si intende un fondo statale erogato a vantaggio di alcune categorie editoriali che rispettano requisiti giuridici e organizzativi stabiliti dalla legge, quali cooperative di giornalisti, enti senza fini di lucro e Fondazioni. Tra i maggiori beneficiari troviamo il quotidiano Dolomiten, Famiglia Cristiana, Avvenire, mentre tra quelle pubbliche dichiarate cooperative di giornalisti o enti senza fini di lucro si annoverano Il Foglio, Libero e ItaliaOggi.
In aggiunta, “Schierarsi” evidenzia come la normativa in vigore preclude il pluralismo informativo e finanzia anche giornali di partito come il Secolo d’Italia, organo della Fondazione Alleanza Nazionale nel cui Consiglio di Amministrazione figurano Italo Bocchino, Maurizio Gasparri, Fabio Rampelli e Arianna Meloni.
Secondo chi si schiera contro la proposta, l’iniziativa andrebbe a discapito di chi promuove un giornalismo serio e imparziale. Inoltre, il mercato non garantirebbe la sopravvivenza di settori come l’editoria, la radio o il teatro; il sostegno alle testate costituisce dunque una forma di preservazione del pluralismo culturale. Marco Travaglio, in una visione identitaria e di purismo, spiega infatti che non vuole che il Fatto Quotidiano sia pagato da chi non lo legge. Di tutt’altro avviso è invece Daniele Luttazzi, che sostiene che la sanità e l’istruzione configurano un diritto fondamentale al pari del diritto all’informazione nonostante le tasse vengano pagate per sostenere gli ospedali anche se si è in perfetta salute e per l’istruzione pubblica anche se non si ha figli. Il finanziamento pubblico all’editoria dunque, costituisce un elemento imprescindibile per garantire il diritto alla cultura e ad un’informazione pluralista, libera e critica, elementi cruciali per il buon funzionamento del dibattito democratico. Luttazzi afferma infine che beneficiare dei finanziamenti statali non implica in alcun modo una cronaca filo-governativa.
In un settore in cui gli aiuti economici diventano sempre più rilevanti, la petizione presentata dall’associazione “Schierarsi” ci pone davanti a una riflessione: quando si può dire che il ruolo imparziale delle testate sia rispettato e soprattutto siamo disposti a finanziare testate che scelgono la sopravvivenza all’indipendenza? In un mondo basato sulle apparenze, anche solo la percezione di un finanziamento da parte statale può portare i cittadini a interrogarsi sull’attendibilità delle informazioni riportate dalle testate, minando il diritto all’informazione e la credibilità del giornalismo come cane da guardia della democrazia. Al contempo, la sopravvivenza dell’editoria è cruciale per garantire lo stesso diritto, ma in tempi di crisi questa è messa fortemente a rischio. Pertanto, ai fini della preservazione dell’indipendenza si suggerisce un potenziamento dei “contributi indiretti” a discapito di quelli diretti, sostenendo economicamente il settore senza compromettere l’indipendenza della notizia e in modo tale che torni ad essere un servizio al cittadino e non un costo per il contribuente.
non perderti nulla
Inserisci la tua mail per rimanere aggiornato sulle prossime uscite
Join the newsletter to receive the latest updates in your inbox.





