Immerso tra le dune del deserto del Sahara, sulla punta occidentale dell’Africa, c’è un popolo in lotta da oltre 50 anni per l’autodeterminazione. Un popolo ignorato dai media occidentali, in un continente da noi prima depauperato e poi abbandonato. Questa storia inizia proprio a casa nostra, nel cuore di quell’Europa che nei secoli ha trattato il mondo come il proprio giardino di casa, lasciandocene le conseguenze.
La geografia
Il Sahara occidentale è una zona principalmente desertica compresa tra il sud del Marocco e il nord della Mauritania, con un breve confine condiviso con l’Algeria. La popolazione nativa di quest’area, tradizionalmente legata alla pastorizia e al commercio tra il Sahel e l’Atlantico, predilige come fonte di sostentamento l’allevamento di cammelli, capre e pecore. Sono pochi, qui, gli insediamenti definibili città: i suoi veri abitanti, infatti, sono la popolazione nomade dei Saharawi.
Questa popolazione arrivò nell’area tra il VII e il XIII secolo, spinta dalle migrazioni delle popolazioni arabe e frutto della mescolanza con i berberi, già presenti in quelle zone.
La storia
La presenza europea nel Sahara occidentale ebbe inizio a metà dell’800, quando mercanti spagnoli e scozzesi approdarono nell’area e iniziarono a intraprendere relazioni commerciali con gli abitanti. Nel 1884 venne firmato un trattato commerciale tra la popolazione e la Società Spagnola degli Africanisti e dei Coloni, dando vita ad un protettorato spagnolo su quelle zone, successivamente intensificato a causa del consolidamento della presenza francese in Marocco e in Mauritania.
Le difficoltà del popolo Saharawi iniziarono nel 1956, quando il Marocco ottenne l’indipendenza dalle forze francesi presenti sul suo territorio. I territori marocchini, infatti, erano allora suddivisi in zone d’influenza francesi e spagnole.

Ebbene, pur vedendo terminata l’influenza francese, la Spagna continuò a governare sui suoi territori.
Tuttavia, l’anno successivo il governo marocchino iniziò ad avanzare pretese sui territori controllati dal regno iberico, rivendicando la sovranità specialmente sul Sahara Occidentale. Ciò portò a vari tentativi di incursioni militari nell’area, tutte respinte dalla Spagna.
Una terra contesa
La confinante Mauritania ottenne l’indipendenza dalla Francia nel 1960, rivendicando anch’essa la sovranità sui territori del Sahara Occidentale. La volontà di autodeterminazione della popolazione indigena venne soffocata dalle mire delle tre nazioni coinvolte, che inoltre s’intensificarono in seguito alla scoperta di grandi giacimenti di fosfato.
Il fosfato è infatti un elemento cruciale nell'economia marocchina: fondamentale nella produzione di fertilizzanti, la sua esportazione ha generato, nel solo anno 2018, ben 160 milioni di dollari al Marocco.In questa situazione si accese la lotta del popolo Saharawi, culminata nel 1970 in una vera e propria guerriglia nei confronti dei coloni spagnoli condotta dal costituito Fronte Polisario, che sta per Fronte Popolare di Liberazione di Saguìa e Rìo de Oro, le due regioni che storicamente costituiscono il territorio Saharawi.
Il movimento era ispirato all’FLN algerino e al FRELIMO del Mozambico, e iniziò a lottare per richiedere l’indipendenza totale da qualsiasi forza straniera. Viene ancora considerato il rappresentante del popolo Saharawi in sedi internazionali, come l’ONU.
Il nuovo assetto
La situazione cambiò drasticamente nel 1975: la richiesta delle Nazioni Unite di decolonizzare l’area e di indire un referendum per l’autodeterminazione degli abitanti trovò una ferma risposta da parte del Marocco, che mobilitò 350 mila persone disarmate in una marcia verso il confine con il Sahara spagnolo.

La Spagna in quel momento si trovava in forte difficoltà sul fronte interno: di lì a pochi giorni il dittatore Francisco Franco sarebbe morto, e la sua malattia avanzata faceva già presagire alla necessità di un’imminente transizione.
Non vi era quindi interesse ad ingaggiare un conflitto con il regno marocchino, pertanto la Spagna cessò la sua influenza nell’area, ritirando il suo ultimo contingente nel 1976 e delegando l’amministrazione dell’area al Marocco e alla Mauritania.
Al Marocco andarono i ⅔ settentrionali del territorio, mentre alla Mauritania il territorio restante.
L’influenza algerina
Anche se escluso totalmente da queste dinamiche, il Fronte Polisario poté contare sull’appoggio algerino. L’Algeria, infatti, è un paese storicamente rivale del Marocco.
La rivalità è dovuta principalmente all’influenza che entrambe le nazioni hanno nell’area, ma soprattutto al nuovo assetto post-coloniale: una volta raggiunta l’indipendenza, infatti, il Marocco divenne una monarchia filo-occidentale, alleata degli Stati Uniti d’America; l’Algeria, d’altro canto, era socialista, panarabista e allineata al blocco sovietico.
Oltre a finanziare gli armamenti della lotta, l’Algeria garantì riparo al governo dell’autoproclamata Sahrawi Arab Democratic Republic (SADR) nella città algerina di Tindouf, snodo strategico in quanto confinante con il territorio marocchino e di grande valore simbolico, inquanto era stata una città contesa tra i due Stati nella Guerra delle Sabbie (1963).
La prima vittoria del Fronte Polisario e il Berm
Il 1979 portò ad un primo accordo di pace, grazie al quale la Mauritania cessò le ostilità cedendo il controllo della sua porzione di territorio alla SADR. Il Fronte Polisario, fortedell’appoggio algerino e avendo appena conquistato una parte consistente di territorio, iniziò a spaventare le fila marocchine.
Per difendersi, il regno nordafricano iniziò nel 1981 la costruzione del cosiddetto Berm, una barriera di sabbia costituita da fortificazioni militari e mine antiuomo con lo scopo di tenere fuori dal “proprio” territorio i Saharawi. Tale muro si estende per 2700 km.

La costruzione di questo muro permise al Marocco di consolidare la propria presenza nella sponda atlantica, e soprattutto nel triangolo strategico delineato tra le città di Boujdour, principale miniera di fosfati, Laayoune, città più grande e centro amministrativo del territorio, e Smara, collegamento strategico tra costa e aree interne.

Il processo di pace
Nel 1988 le Nazioni Unite proposero un accordo di pace, che prevedeva un cessate il fuoco in vista di un imminente referendum volto all’autodeterminazione della popolazione abitante del territorio conteso.
Dopo il raggiungimento del cessate il fuoco, tuttavia, non si riuscì a dar seguito alla proposta referendaria che trovò un ostacolo principale alla sua realizzazione. Le persone che nel 1975 si erano mobilitate nella Green March erano infatti rimaste a vivere come coloni nell’area.
Pertanto, il governo marocchino richiese che il diritto di voto al referendum venisse esteso anche ai coloni marocchini che abitavano l’area da ormai 15 anni.
Tale condizione, non accettata dal Polisario, contribuì a portare ad un congelamento della situazione e della linea di fronte.
Negli ultimi anni sono stati fatti ben pochi progressi, di cui gli ultimi fermi al 2007 con la proposta marocchina, supportata da Francia, Spagna e Regno Unito, di un’autonomia della regione senza un referendum, che preveda comunque la sovranità marocchina sulla zona.
Il ruolo delle donne nella storia recente dei Saharawi
Contrariamente ad altre popolazioni arabe, le tribù Saharawi rappresentarono già in epoca pre-bellica un esempio di avanguardismo per quanto riguarda l’inclusione delle donne nella vita sociopolitica.
Le donne Saharawi godevano infatti di un significativo spazio decisionale all’interno delle famiglie e delle tribù: partecipavano ad assemblee tribali contribuendo a decisioni locali e svolgendo inoltre funzioni diplomatiche minori come la mediazione di dispute tra clan o l’accoglienza di visitatori e commercianti.
Anche in ambito culturale, rappresentavano le custodi della cultura orale, della poesia e delle tradizioni nomadi.
L’importanza della figura femminile Saharawi si è intensificata con lo scoppio dei conflitti.
Proprio come nelle città del Vecchio Continente durante la Prima Guerra Mondiale, le donne sahrawi ebbero un ruolo fondamentale nella gestione della vita dei campi profughi mentre gli uomini combattevano al fronte. Sono state inoltre le principali responsabili della fondazione di asili nido, scuole e centri sanitari nei campi profughi.
Nel 1974 fu fondata la Uniòn Nacional de las Mujeres Saharauis, braccio femminile del Fronte Polisario, che svolse un ruolo fondamentale nel mobilitare le donne incoraggiando la loro partecipazioni a organi di governo locali, alla gestione dei campi, alla distribuzione degli aiuti alimentari e alla gestione di campagne di alfabetizzazione.
L’impegno dell’organizzazione ha permesso la presenza ad oggi di donne nella segreteria nazionale del Fronte Polisario e in diversi ministeri del governo. Nel 2018, per la prima volta nella sua storia, il Fronte Polisario ha nominato una donna nel team di negoziatori, composto da cinque membri. È considerato un passo decisivo verso l’inclusione delle sahrawi nel processo di pace con il Marocco.
La ripresa del conflitto e i Patti di Abramo
Il Marocco, tutt’oggi, non riconosce il diritto all’autodeterminazione degli indigeni del luogo, considerando i Saharawi una popolazione che si limita ad abitare i deserti e i territori marocchini, rifiutando l’idea di uno stato indipendente dei nativi dell’area. Ciò ha portato, il 13 novembre 2020 alla ripresa delle ostilità dopo 30 anni di cessate il fuoco.
In occasione di una manifestazione pacifica da parte dei Saharawi, infatti, i manifestanti hanno occupato la strada che collega la Mauritania al Marocco, bloccando così più di 200 camion marocchini dal lato mauritano del confine. Rabat ha così avviato un’operazione militare per ripristinare il movimento dei beni e delle persone coinvolte.
Il Fronte Polisario ha risposto dichiarando guerra allo stato africano, accusandolo di aver violato il cessate il fuoco del 1991 sparando a civili disarmati.
Fin dall’inizio delle controversie l’ONU ha lavorato incessantemente a favore della cessazione delle ostilità, cercando di onorare il suo stesso statuto e nello specifico l’articolo 1 che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Tuttavia, a livello internazionale ci si è presto dimenticati di questo diritto, come in occasione della partecipazione del Marocco agli accordi di Abramo, che videro il riconoscimento della sovranità marocchina sull’area da parte degli Stati Uniti in cambio della normalizzazione dei rapporti con lo Stato di Israele.
Situazione umanitaria
Nel frattempo, lontano dai grandi tavoli del potere, la popolazione Saharawi non ha ancora trovato riposo.
Poco fuori Tindouf, infatti, si estendono 5 diverse tendopoli che ospitano una popolazione il cui numero varia da 90 mila (secondo l’ONU) a 170 mila (secondo le autorità algerine e il Fronte Polisario).
La ripresa del conflitto nel 2020 ha inoltre portato alla creazione di un sesto campo, per accogliere i nuovi rifugiati.
Conclusione
Al di là dei giochi di potere, degli assetti geopolitici e degli interessi economici e commerciali, ci sono persone costrette a vivere in delle tende da decenni, ree di aspirare ad un proprio governo nei territori dove sono nate, a causa delle aspirazioni internazionali e di supremazia.
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