Un procedimento per presunto adulterio e una condanna a sei mesi fanno da sfondo all’incubo che negli ultimi mesi la 26enne sanremese Nessy Guerra affronta con i suoi legali, battendosi per l’affidamento della figlia italo-egiziana di tre anni Aisha. A dare avvio al processo sarebbe stato il padre della bambina Tamer Hamouda, cittadino italo-egiziano condannato per lesioni e stalking ai danni di un’altra donna. La violenza sarebbe stata inoltre perpetrata nei confronti della stessa Guerra, costringendola ad allontanarsi e a permanere in territorio egiziano con la figlia a causa del divieto di espatrio ottenuto dal padre. Ne consegue che qualsiasi decisione giudiziaria sulla donna rischia di pregiudicare la minore e un’eventuale condanna definitiva della madre sarebbe tale da compromettere la sua posizione nella causa di affidamento e di assegnare la bambina al padre.
Il tentativo di mediatizzazione
Da qui inizia il percorso travagliato che l’ha portata ad appellarsi alla Presidente del Consiglio, al Presidente della Repubblica e al Papa. La Deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari ha organizzato una conferenza stampa a Montecitorio alla quale Nessy si è collegata da remoto, al fine di fare pressione sulle istituzioni. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani si sarebbe inoltre messo in contatto con il suo omologo egiziano chiedendo la piena collaborazione de Il Cairo e per garantire la tutela e la sicurezza della connazionale e della figlia minore. La situazione è ulteriormente aggravata dal clima di tensione e incertezza che pervade la vita di Guerra, costretta a vivere in una località segreta in Egitto nella speranza di non essere rintracciata da Hamouda.
Il reato di adulterio in Italia e in Egitto: ordinamenti a confronto
Sebbene in Italia il reato di adulterio sia stato dichiarato incostituzionale con due sentenze della Corte Costituzionale nel 1968 e nel 1969, eliminando qualsiasi forma di discriminazione penale fondata sul comportamento della donna nel matrimonio, nell’ordinamento egiziano costituisce ancora reato e punisce più severamente i rapporti extraconiugali della moglie rispetto al marito. Le sentenze menzionate hanno inoltre abolito il reato di concubinato in violazione del principio costituzionale di parità tra uomo e donna e di eguaglianza morale e giuridica dei coniugi di cui all’articolo 29, aprendo a una nuova percezione delle relazioni personali e sessuali nella società italiana. Gli sviluppi in materia testimoniano dunque come la depenalizzazione del fenomeno sia il risultato di lunghe battaglie civili e ci ricorda di non guardare al caso egiziano con superiorità eurocentrica ma con la consapevolezza della fragilità dei nostri diritti.
La Capogruppo regionale ligure di Avs Selena Candia ha ricordato la storicità delle sentenze del 1968 e del 1969 e ha evidenziato che la tutela dei diritti umani fondamentali, dell’uguaglianza di genere e della protezione dell’infanzia costituiscono un principio cardine sancito dalla nostra Costituzione.
Nonostante la mobilitazione della rete diplomatica italiana, il paese è impossibilitato a intervenire direttamente sulle decisioni dei tribunali in quanto il processo si svolge all’interno della giurisdizione egiziana, limitando notevolmente l’assistenza e la pressione che possono essere esercitati sul governo de Il Cairo.
Sebbene il caso di Nessy Guerra rappresenti un’eccezione per una cittadina italiana, lo stesso non si può dire per l’Egitto. Diversi sono infatti i precedenti nei quali un’accusa penale è inserita in una causa per la custodia di un minore, procedimento nel quale un’eventuale condanna per adulterio rischia inevitabilmente di influenzare la percezione dell’idoneità di un genitore e dunque compromettere la decisione dei giudici in materia di affidamento.
Conformemente al diritto egiziano infatti, nei primi anni di vita la custodia del figlio minore è mantenuta dalla madre, tranne qualora venga considerata “non idonea”, si risposi o abbia problemi giudiziari.
Tra penalizzazione e depenalizzazione: l’impulso del diritto internazionale
Ad oggi l’adulterio è criminalizzato in diversi paesi dell’Asia e dell’Africa, con sanzioni che in certi casi equivalgono nei casi più gravi alla pena di morte. Gran parte degli ordinamenti in Medio Oriente e Nord Africa criminalizza l’atto e prevede una punizione asimmetrica in virtù dell’influenza esercitata dalla Sharia. Il trend è confermato anche dai paesi africani, dove l’adulterio costituisce un reato grave contro la morale e nei paesi dove vige la legge islamica (come la Nigeria) i tribunali possono comminare la pena di morte. Nelle Filippine invece il marito può essere perseguito per il reato di concubinato esclusivamente qualora conviva apertamente con l’amante o la mantenga, ma il divorzio rimane una pratica tuttora illegale. Recentemente, il reato è stato abolito in Corea del Sud (2015), India (2018) e Taiwan (2020), circa mezzo secolo dopo rispetto agli altri paesi sudamericani ed europei.
Negli ultimi anni dunque, la forte spinta alla depenalizzazione ha progressivamente eliminato questo reato, sollecitando i paesi a conformarsi alle linee guida dell’ONU che considera la criminalizzazione dell’adulterio una violazione dei diritti umani. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, infatti, ha stabilito che considerare l’adulterio un illecito penale viola gli articoli 17 e 26 del Patto sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) relativi rispettivamente al diritto alla protezione della vita privata e all’uguaglianza di fronte alla legge senza discriminazione di genere.
L’adulterio come arma legale nel sistema giuridico egiziano
L’adozione di principi democratici universali risulta dunque fondamentale al fine di prevenire pratiche estreme e lesive della dignità dell’individuo, e fa del caso di Nessy Guerra l’emblema del contrasto tra il diritto occidentale e un sistema giuridico che invece utilizza il reato di adulterio come arma legale nel processo per l’affidamento. In questo modo il reato di adulterio si configura come un’estensione della violenza domestica per vie legali, attribuendo ad Hamouda la possibilità di avvalersi del sistema giuridico del proprio paese d’origine nonostante sia stato già condannato in Italia per lesioni e stalking. L’adulterio cessa così di essere una questione privata e si trasforma in uno strumento di controllo sulla vita di Nessy e di sua figlia Aisha.
Tuttavia, nella causa di affidamento non viene mai preso in considerazione il benessere psicofisico della bambina, che a soli tre anni è costretta a vivere in clandestinità con la madre in attesa di ulteriori sviluppi sul caso. Questo configura una chiara violazione del principio del superiore interesse del minore (best interests of the child) sancito dall’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite e dall’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Parallelamente, la vicenda mette a nudo la condotta di un ordinamento giuridico che pur essendo vincolato al rispetto del suddetto principio, sceglie di anteporre il giudizio sulla condotta morale della madre al benessere della bambina, noncurante dell’impatto psicologico ed emotivo proiettato su quest’ultima.
Il suo futuro ad oggi appare quindi appeso a un filo, diviso tra il ricorso alla Cassazione egiziana e i tentativi di mediatizzare la vicenda per sfruttare la capacità di pressione della diplomazia italiana. La vicenda inoltre, mette in luce le profonde differenze che permeano il tessuto giuridico di alcuni paesi dove conquiste in materia di diritti ormai consolidate risultano ancora un miraggio. Ma davanti al principio di sovranità territoriale, l’Italia e il diritto internazionale incontrano un muro invalicabile. Finché l’adulterio verrà utilizzato per decidere l’idoneità genitoriale, la giustizia continuerà quindi ad essere complice di profonde discriminazioni e i diritti resteranno ancorati ai confini nazionali nell’impotenza della comunità internazionale.
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