lunedì 6 luglio 2026

CALA FINANZA, UNA VITTORIA DI TUTTI

QUANDO POPOLO ED ISTITUZIONI COLLABORANO

Nella tormentata storia sarda si sono succedute invasioni e colonizzazioni di varia specie: fenici, romani, bizantini, spagnoli, sino all’insediamento sabaudo coronato dal trattato di Londra del 1720 – il quale assegnò a Vittorio Amedeo II di Savoia il Regno di Sardegna – primigenio istituzionale del Regno d’Italia. Gli appelli storici ritornano sempre, con la loro inconfondibile attualità. Il tentativo della società brasiliana Jhsf Participações, di cementificare la splendida cornice della Sardegna nord-orientale sullo sfondo dell’isola di Tavolara, è finalmente cessato. Certamente non si vogliono porre in analogia i due fenomeni, sebbene la radice argomentativa rimanga inalterata. Una realtà economica straniera arriva, cerca di costruire una struttura ricettiva di lusso – usurpando il territorio –coinvolgendo 120 ettari per realizzare un complesso alberghiero completo di qualsiasi servizio sfarzoso – campi da golf, spa, boutique hotel etc.. Il solito pugno di mosche in mano ai miei conterranei, non certo fruitori, né beneficiari dell’opera – avendo già ampiamente discusso dell’insufficienza produttiva del turismo, e delle sue conseguenze degenerative in ambito urbano ed economico, nel mio precedente contributo – Beata gioventù.

Di fronte al tentativo di alterazione paesaggistica sul litorale di Cala Finanza – offerto come intervento di promozione economica-turistica – si annodano una pluralità di discipline, oscillanti dal diritto alla morale giungendo alle tematiche sociali. La burrascosa vicenda territoriale si è conclusa con la revoca dell’Autorizzazione Unica ZES n.74 emessa nel mese di febbraio, nonostante il parere contrario dagli enti competenti in ambito territoriale. La stessa si fondava su una delibera del Consiglio Comunale di Loiri Porto San Paolo, la quale concedeva il cambio di destinazione d’uso dell’area di Cala Finanza da zona H a F2. La riqualificazione della zona comportava un passaggio da una zona di Salvaguardia ambientale (H), ad una zona di Insediamenti turistici spontanei (F2) per opere già esistenti, dunque adottando opere di adeguamento alle infrastrutture.

Ma cos’è questa ZES?

L’istituzione della Zona Economica Speciale prevede la possibilità, per gli operatori economici, di avvalersi di regimi fiscali, amministrativi e finanziari agevolati, in una determinata porzione di territorio. L’obiettivo precipuo è quello di incentivare investimenti per implementare l’occupazione – tentativo disperato per ridurre l’imbarazzante gap tra sud e nord. Tale autorizzazione è uno strumento di semplificazione amministrativa, con il rilascio di due o più titoli abilitativi necessari per un progetto d’investimento. L’istituzione nel 2023 della ZES Unica vede il suo centro di coordinamento nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, pertanto un parere nazionale favorevole contro tutti i pareri negativi locali.

I dinieghi sono stati manifestati in 4 distinte Conferenze di Servizi, la più peculiare quella della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio, appartenente al Ministero della Cultura. Giuridicamente parlando, il riferimento normativo dello Statuto speciale è abbastanza chiaro nel sancire la potestà legislativa regionale nella materia edilizia e urbanistica - ex. art. 3, lettera f.

Nell’orbita della regolamentazione urbanistica si deve far riferimento a 3 livelli distinti: il PUC (Piano Urbanistico Comunale) strumento urbanistico comunale, conforme ai due strumenti posti gerarchicamente sopra di esso, il PPR (Piano Paesaggistico Regionale), e il PAI (Piano di Assetto Idrogeologico). Il PPR non solo va a normare la pianificazione e la gestione del territorio regionale, ma persegue inopinabilmente le finalità di salvaguardia e tutela paesaggistica, agevolando forme di sviluppo sostenibile. Lo stesso prevede – nella l.r. 45/1989 (Norme per l’uso e la tutela del territorio regionale) all’ art. 10 bis – l’inedificabilità assoluta dei terreni costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea della battigia.

Ed è proprio in questo frangente che l’autorizzazione ZES rappresenta l’espediente derogatorio in ambito urbanistico. Il D.L. 124/2023 – decreto istitutivo della ZES unica – prevede al comma 5 dell’art. 15: “Ove necessario, essa costituisce variante allo strumento urbanistico e comporta la dichiarazione di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità dell'intervento. La determinazione motivata comprende, recandone l'indicazione esplicita, la valutazione di impatto ambientale e i titoli abilitativi rilasciati per la realizzazione e l'esercizio del progetto.”

Da questa previsione normativa, l’autorizzazione raffigura una “variante” allo strumento urbanistico, e proprio in questo groviglio normativo che si è configurato il braccio di ferro con la Regione Sardegna. Il lieto fine rincuora certamente il popolo dei quattro mori ma bisognerà attendere la reazione degli investitori brasiliani.

L’articolata complessità dei vincoli in ambito urbanistico, transita verso un quesito spontaneo: il potere economico è ormai talmente influente da disinteressarsi totalmente del parere popolare? Ed in egual modo, la sovranità statale è ormai alla mercè di interessi di natura economica di grandi gruppi finanziari, talmente influenti da conculcare qualsiasi interesse collettivo?

Perché una regione economicamente svantaggiata, testimone di uno dei fenomeni di spopolamento più rilevanti sul territorio nazionale, dovrebbe accogliere una costruzione di tal genere? Il sentimento comune raccolto dalla società vede quella ridondanza storica perpetuata in forme diverse. Uno dei miei conterranei più illustri, Antonio Gramsci, in una lettera alla sorella Teresina del 1931, descrive la storia della Sardegna come la storia di una regione che ha appartenuto a molti dominatori e che non ha avuto una storia propria. In tal senso, stento a comprendere quale sia l’utilità prossima per i miei conterranei, i quali sopportano pedissequamente inefficienze strutturali su tutti i fronti. Un costante calpestamento di diritti – costituzionalmente garantiti – profilato dalla totale assenza, o totale inefficienza, di servizi fondamentali.

I dati comparativi con le regioni del Nord e del Centro Italia, nonché con il resto d’Europa: in termini di PIL pro capite, vedono la Sardegna che si colloca al 169esimo posto tra le regioni europee, ed al quintultimo posto tra quelle italiane. Come riportato dal rapporto Centro ricerche economiche Nord Sud, avendo la “Piccola Patria” – come Cossiga era solito chiamare l’isola – rappresentato l’antesignana dello “sviluppo” economico italiano, con la morte industriale in favore della ricezione - poiché il turismo è fondamentale, ma come ogni settore va regolato e moderato.

Non si tratta di “regionalismo chiuso” quale forma di rigetto di qualsiasi interazione esterna nei confronti dell’evoluzione progressiva sociale, quanto piuttosto della necessità di un’emancipazione economica in grado di rendere celebre un luogo non solo per le proprie bellezze.

Da questa tribolata vicenda, dobbiamo carpire una lezione preziosa: il connubio popolo – istituzioni funziona quando è comunicante; la partecipazione comporta una maggior ponderazione delle scelte pubbliche. L’insegnamento ricevuto comunica la necessità vitale della partecipazione democratica del popolo, elemento che non può essere disgiunto dall’amministrazione.

In egual misura, l’amministrazione deve governare i processi d’investimento economici, non subordinare la propria azione ad essi. Diversamente si instaurerebbe un governo economico, in cui il capitale soverchia qualsiasi interesse collettivo. Non solo quando si capiti di operazioni con impatti ambientali rilevanti, ma per qualsiasi processo economico facilitante il benessere di pochi e lo sfavore di tanti.

Effettuando un giudizio scevro da ideologie, vedere una governatrice che si batte attivamente per la salvaguardia del proprio territorio rivendicando le prerogative statutarie costituzionalmente riconosciute, educa le amministrazioni a non soggiacere a quel genere di scelte calate dall’alto. Tale comportamento eleva e potenzia al massimo il principio di sussidiarietà – regolatore dei rapporti dell’articolazione amministrativa – postulante una parità gerarchica tra enti.

La stessa tenacia andrebbe rivendicata con fermezza nel riequilibrare a livello nazionale quei servizi fondamentali per l’esercizio dei diritti, altrimenti la “quistione sarda” vedrà lo spopolamento progressivo dei piccoli centri – anima autentica del nostro pathos – in favore di forme di degenerazione turistica logoranti.

Ed è preoccupante che 120 anni fa, Luigi Lucatelli, giornalista de «Il Secolo», inviato in Sardegna in occasione dei moti di Gonnesa, così scriveva il 29 maggio 1906, descrivendo la realtà locale diceva: Quanto a leggi, per quello che riguarda il lato odioso di esse, soprattutto il lato fiscale non v’è dubbio, ci sono tutte... Ma i diritti no.

In Sardegna le tariffe ferroviarie sono le stesse e magari più elevate che in Italia, eppure qui si viaggia con una lentezza e una incomodità intollerabili; i cittadini pagano le stesse imposte che a Roma, Milano o Torino. La palla del cambiamento viene buttata sempre a noi giovani, ammesso e concesso che in Sardegna non spariscano tutti…

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