mercoledì 1 luglio 2026

Perché Nessuno Cambia Idea?

L’era dell’ “informazione”

Mai nella storia dell’essere umano, c’è stata una quantità di dati, studi ed informazioni così accessibili, paradossalmente però, sembra che nessuno sia più disposto a cambiare idea.

Evidentemente più informazioni non aiutano a sviluppare nel nostro cervello la capacità di accettare di essere nel torto, o che comunque non è sempre tutto come diciamo o pensiamo. 

Questo “paradosso” si scioglie di fronte alle neuroscienze: il cervello umano è costruito in modo tale da prediligere la nostra coerenza di pensiero, quindi in un certo senso di "autoproteggersi", consolidando le nostre visioni all’interno del nostro gruppo di appartenenza. 

Possiamo parlare di guerre, immigrazione, economia, vaccini, ma il fatto è uno: i dati ed a volte addirittura i fatti, non bastano più a smuovere le convinzioni più radicate.

Il nostro cervello: coerenza sopra la verità

Arrivati a questo punto della storia, l’idea illuministica del cittadino razionale che utilizza il cervello per scoprire la “verità”, è morta; ne “L’enigma della ragione”, Hugo Mercier e Dan Sperber hanno individuato il cosiddetto “myside bias”, ossia la tendenza tipicamente umana di utilizzare la ragione e la logica per trovare argomenti a favore delle tesi che supportiamo e per escludere in maniera sistematica gli elementi in contrasto con esse.

In sostanza, quando affrontiamo una discussione, non vi capita spesso di voler prevalere, piuttosto che tentare di comprendere anche l’altro e venirsi incontro?

Rispondo io: sì, perché prevalere per l’uomo significa mantenere lo status quo nel proprio gruppo di appartenenza; è più importante essere etichettati come affidabili e coerenti, o cambiare idea per andare incontro all’altro?

Quando discutiamo con gli altri, è molto semplice riconoscere le fallacie logiche e le banalità in cui cadono i nostri interlocutori, ma facciamo mai delle domande a noi stessi? Ci interroghiamo mai sul fatto che forse anche noi siamo sottoposti agli stessi meccanismi umani?

No, perché nella nostra società, la ragione è stata ridotta meramente ad uno strumento argomentativo, grazie al quale siamo tutti bravissimi a distruggere le convinzioni altrui, mentre l’introspezione è fragilità e il cambiare idea un taboo.

I 3 grandi bias

-Perseveranza delle credenze (Belief Perseverance)

Un bias così sottile e banale, che non viene neanche più percepito dalla società: tendiamo a mantenere le stesse credenze, anche dopo che le basi fattuali su cui si fondavano sono state smentite. Esperimenti come quelli di Lee Ross, Mark Lepper e Michael Hubbard, svolti nel 1975, comprovano proprio questo bias: soggetti a cui venivano fornite informazioni iniziali e poi rivelato che erano del tutto false continuavano comunque a credere alle conclusioni che avevano tratto da quei dati, le loro teorie rimanevano “virtualmente intatte” nonostante la smentita.

Perché?

Perché le nostre credenze sono radicate nella nostra identità, che è qualcosa di molto più profondo di una semplice rappresentazione cognitiva (le semplici idee), una volta che esse vengono integrate nella nostre immagine di noi stessi, sradicarle richiede molto più di una semplice spiegazione “razionale” di fatti e dati.

-Bias di conferma (Confirmation Bias)

Ossia la tendenza a valorizzare e ricordare più facilmente solo le informazioni che vanno a supporto di ciò che pensiamo già, ignorando quasi tutto ciò che, invece, gli va contro; tutto ciò non può essere ridotto soltanto ad una banale “pigrizia mentale”: imporsi di valutare con onestà intellettuale le prove contrarie alle nostre credenze ci creerebbe un conflitto interno in cui sicuramente preferiremmo non addentrarci, filtrare le notizie a nostro piacimento, invece, ci fa sentire coerenti con noi stessi.

Mercier e Sperber sono convinti che questo bias sia proprio nel cuore del ragionamento umano, e deriva dalla necessità di argomentare per comunicare con altri, e dunque nella volontà di affermare se stessi in un confronto dialettico. Quindi se siamo muniti di “ragione” per difendere le nostre credenze, allora è perfettamente “razionale”, dal punto di vista prettamente evolutivo, sostenere ciò che supporta le nostre credenze e sottovalutare ciò che le destabilizza.

-Effetto ritorno (Backfire Effect)

Se parliamo di credenze che si mischiano con l’identità politica e dei propri valori, spesso le correzioni fattuali a queste convinzioni ideologiche, producono esattamente l’effetto opposto di quello desiderato (backfire): invece di indebolirla e metterla in dubbio, la rafforzano nella testa della persona.

In uno degli esperimenti più citati al mondo su questo bias, vennero presentate correzioni fattuali che dimostravano che, effettivamente, in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa, ma tra i soggetti più conservatori, più aumentavano le correzioni e più veniva consolidata tra di loro l’idea che in realtà, a prescindere dai fatti, ci fossero delle WMD in Iraq, ma perché?

Perché la smentita è vissuta come una minaccia a chi siamo, alla nostra identità, e ad una minaccia del genere, il cervello compensa aggrappandosi ancora di più alle sicurezze originarie che abbiamo sviluppato.

Il piacere del resistere, il dolore del cedere

Sì, perché secondo le neuroscienze, cambiare idea non è solo uno sforzo mentale, ma anche fisico; il mantenimento della “nostra linea”, delle nostre convinzioni più forti, invece, attiva il circuito cerebrale collegato alla sensazione di “ricompensa”, stimolando il nucleo “accumbens”, ossia quella parte di cervello associata alla sensazione di piacere e controllo.

Conseguentemente, svolgere l’azione contraria, ossia tentare di mettere in discussione le proprie credenze fondamentali, attiva le regioni del cervello legate alla sensazione di disagio e paura; il nostro cervello, in sostanza, ci invia dei veri e propri segnali di avvertimento: “cambiare idea mette a rischio appartenenza e coerenza”.

A questo punto, è quasi facile comprendere perché piuttosto che riorganizzare il nostro cervello, preferiamo screditare o sottovalutare i fatti che non accettiamo.

I (maledetti) Social Media

Ormai ci siamo arrivati quasi tutti: gli algoritmi delle piattaforme social non prediligono tanto la veridicità dei contenuti, quanto piuttosto la possibilità che essi hanno di tenerci incollati allo schermo, andando a sottoporci soprattutto conferme delle nostre opinioni, nemici chiari e carburante per i nostri bias.

Ovviamente tutto ciò, produce effetti spiacevoli:

-Camere di risonanza (echo chambers): i feed mostrano contenuti simili a quelli che abbiamo già apprezzato, rafforzando il bias di conferma e l’impressione che “tutti la pensino come noi”.

-Bolle filtro: diventiamo progressivamente isolati dall’esposizione a punti di vista veramente diversi, rendendo sempre meno probabile che nuove informazioni possano “bucare” il muro delle credenze esistenti.

-Disinformazione virale: contenuti emotivamente forti, semplici e divisivi (non necessariamente veri) circolano più velocemente dei contenuti accurati, ma complessi; una volta assimilati, questi messaggi si agganciano a paure e identità politiche, diventando estremamente resistenti alla correzione.

In sostanza assistiamo a due tipi di polarizzazione: quella delle opinioni e quella affettiva, ossia oltre a pensare che quello che dicono gli altri sia sbagliato, arriviamo a percepire chi ha un’idea diversa dalla nostra come pericoloso o moralmente inferiore. 

Tutto ciò rende ancora più difficile riconoscere che a volte sbagliamo, che a volte è qualcun altro ad avere ragione e che addirittura ogni tanto, si potrebbe anche pensare di cambiare radicalmente idea.

La funzione evolutiva del ragionare è principalmente sociale e argomentativa

Questa è la risposta che emerge dal paper di Austin Dacey (filosofo e attivista per i diritti umani americano), che sostiene questa argomentazione con 3 punti principali:

-Le persone trattano le proprie opinioni come “possedimenti mentali”: perderle è percepito come una perdita fisica, reale. (il piacere del resistere, il dolore del cedere)

-La dissonanza cognitiva crea disagio psicologico quando le prove smentiscono credenze importanti; spesso reagiamo difendendo ancora più aggressivamente la nostra posizione, invece che aggiornandola. (backfire effect, confirmation bias)

-La valutazione del rischio è emotiva più che statistica: tendiamo a sovrastimare i rischi rari ma vividi (attentati, crimini spettacolari) e a sottostimare quelli comuni ma astratti (cambiamento climatico, degrado istituzionale). (belief perseverance)

Quindi, anche un argomento logicamente impeccabile rischia di non essere neanche lontanamente processato dalla nostra mente, poiché percepito come minaccia alla nostra identità o ai nostri valori; da ciò ne consegue che il fallimento dell’argomentazione logica è scaturito dalla posizione emotiva e sociale dell’interlocutore e dell’argomentazione.

Come far cambiare idea a qualcuno, allora?

La neuroscienziata Tali Sharot ha evidenziato vari fattori che possono essere utili a favorire un cambiamento di idee, dimostrando inoltre come molti degli istinti comunicativi che abbiamo, come urlare o colpevolizzare il nostro interlocutore, in realtà siano sistematicamente inutili, perché il nostro cervello non risponde come ci aspetteremmo istintivamente.

Ecco alcuni esempi pratici:

-Il terreno comune: iniziate sempre da ciò che si condivide, non da ciò che vi divide, questa piccola accortezza riduce la minaccia identitaria e apre uno spazio di ascolto.
Se il punto di contatto non è il contenuto (es. “abbiamo idee diverse sulla NATO”), può essere il valore sottostante (“entrambi vogliamo sicurezza e stabilità”).

-Il framing positivo: i messaggi che vogliamo far passare, vanno costruiti in termini di opportunità (“cosa possiamo guadagnare”) così da poter essere elaborati con minore resistenza di quelli centrati su minaccia, colpa o catastrofe.
Un framing positivo allarga lo spazio del pensabile: si tratta di vedere scenari possibili in cui entrambe le parti trovano qualcosa di desiderabile.

-Le ricompense immediate e il senso di controllo: le persone cedono quasi subito al cambiamento quando percepiscono di avere agency, cioè un ruolo attivo nelle decisioni.
Messaggi come “tu puoi…” sono più efficaci di messaggi paternalistici o prescrittivi (“devi”, “non puoi”).

-Curiosità e non verità: mostrare prima il “buco” nelle conoscenze dell’altro (una domanda, un dato sorprendente, un caso concreto) e solo dopo colmarlo rende la mente più ricettiva.
Il cervello risponde con piacere al soddisfacimento di una curiosità che lui stesso ha percepito, molto meno a una “lezione” calata dall’alto.

-Lo stato emotivo: un interlocutore spaventato, umiliato o sotto attacco è quasi impermeabile a qualunque argomento, per quanto ben strutturato.
Al contrario, in condizioni di relativa calma emotiva, la stessa informazione può innescare processi di riconsiderazione che prima erano impossibili.

-Il proprio gruppo di riferimento: chiunque, anche l’individuo “critico” per eccellenza, è influenzato dalle norme del proprio gruppo.
Se cambiare idea implica l’isolamento o la perdita di riconoscimento da parte del proprio ambiente politico, sociale o professionale, il costo diventa quasi insostenibile: spesso è più “economico” tenersi strette convinzioni traballanti e restare nel gruppo.

Il beneficio del dubbio

Cambiare idea non è da “deboli”, anzi, è uno sforzo intellettuale e fisico, che richiede coraggio, ed un certo grado di autonomia rispetto al proprio gruppo di appartenenza; qualcuno diceva che solo gli stolti non cambiano idea.. eppure nel mondo di oggi, nessuno (o quasi) fa più utilizzo del beneficio del dubbio, non si sente più nessuno (o quasi, sicuramente non in politica) dire: “forse ho sbagliato”.

Se non bastano i dati, o la logica, allora dovremmo interrogarci continuamente con noi stessi, su quanto effettivamente le nostre emozioni, il nostro senso di appartenenza e le nostre condizioni sociali influiscano sulla nostra possibilità di cambiare idea.

Quando è stata l’ultima volta che abbiamo davvero cambiato idea noi, e cosa ci ha permesso di farlo?

non perderti nulla

Inserisci la tua mail per rimanere aggiornato sulle prossime uscite

Join the newsletter to receive the latest updates in your inbox.