mercoledì 12 agosto 2026

Democratic Socialists of America

La vittoria di Zohran Mamdani ha rappresentato un punto di svolta per un determinato mondo politico: ha dimostrato che un politico di sinistra può ancora essere coinvolto nella vita degli ultimi, parlare ai giovani con un tono scevro da ogni tipo di paternalismo, conquistare elettori di ogni tipo tramite un programma politico forte e ben strutturato, per quanto ognuno di noi possa essere più o meno d’accordo con il suo contenuto.

Ha dimostrato inoltre l’importanza assoluta dei mezzi social come modalità di comunicazione efficace (come se servissero altre dimostrazioni), aprendo la strada a tanti soggetti che in tutto il mondo cercano di imitare il modello del neosindaco di New York.

Ma la vittoria di Zohran ha dato spazio a qualcosa di più, ad un gruppo politico che in neanche un anno è salito alla ribalta della politica americana, e che nelle prossime midterm sembra pronto a lasciare un segno duraturo: parliamo dei Democratic Socialists of America, o DSA.

I DSA nascono negli anni ’80, vivacchiando senza mai sfondare nel corso di oltre 30 anni. Nel 2014, lanciano una piattaforma a sostegno della candidatura di Bernie Sanders alle presidenziali del 2016, cominciando a raccogliere consensi e iscrizioni nel corso di questo periodo. Citando dal loro sito, si legge che la campagna di Sanders non rappresentava comunque a pieno il programma di socializzazione dei mezzi di produzione, ma che dopo quarant’anni di oligarchia il suo programma risultava accettabile al gruppo.

Dalla campagna del 2016 in poi, i DSA crescono costantemente, passando dai 15000 tesserati dell’anno della prima vittoria di Donald Trump ai circa 110000 iscritti dichiarati nel 2026. Il gruppo cresce principalmente nell’area di New York e nel Michigan, grazie al contributo di due iscritte elette al Congresso nel 2018, Alexandria Ocasio-Cortez, da molti indicata come erede del movimento progressista/socialista per il dopo-Sanders, e Rashida Tlaib. Nel corso del tempo i membri eletti al parlamento crescono, fino ad arrivare all’elezione di Zohran Mamdani nello scorso novembre.

Da quel momento in poi, l’attenzione sul partito è cresciuta a dismisura, creando un ciclo autoalimentato di candidati socialisti o quantomeno molto progressisti, in grado di ritagliarsi uno spazio all’interno del mondo democratico grazie ad un programma politico che rifiuta gran parte del lavoro fatto fino ad ora dai democratici, o quantomeno di quelli che vengono definiti i “corporate democrats”, la parte del partito che rimane ancorata ai principi del capitalismo, non completamente opposti ad una visione degli Stati Uniti come arbitro globale.

Lo scontro principale tra le due correnti riguarda però il rapporto da avere con l’elettorato: i democratici meno radicali sostengono la necessità di riguadagnare lo spazio dell’elettore centrista e moderato per poter guadagnare seggi alle midterm e per potersi lanciare all’assalto degli swing states persi nel 2024; la componente più progressista sostiene la necessità di spingere il partito più a sinistra per ricostruire una base di supporto nella classe lavoratrice, oltre che come modalità per stimolare l’affluenza al voto dei più poveri, da convincere tramite un programma “bread-and-butter”, ovvero basato su una grande attenzione alle necessità essenziali della vita, tra cui l’alloggio, le cure sanitarie, la vivibilità degli spazi pubblici.

Proprio questo tipo di politica ha caratterizzato alcune delle figure e delle primarie più interessanti fino ad oggi. Il risultato politicamente più sismico del 2026 a livello senatoriale si è consumato in Michigan, dove il seggio lasciato vacante dal senatore uscente Gary Peters ha scatenato una primaria incredibilmente competitiva, rapidamente cristallizzatasi in uno scontro dicotomico tra la deputata moderata Haley Stevens, supportata dalla totalità dell'establishment (inclusi la governatrice Gretchen Whitmer, il leader dem al Senato Chuck Schumer e lo stesso Peters), e Abdul El-Sayed, un epidemiologo progressista e già candidato governatore nel 2018. Una terza candidata, la senatrice statale Mallory McMorrow, si è ritirata ma è rimasta sulla scheda.

La competizione è stata definita da una asimmetria finanziaria senza precedenti. I super PAC allineati all'establishment e gruppi come l'AIPAC hanno riversato decine di milioni di dollari a sostegno di Stevens, rendendo questa la primaria democratica per il Senato tra le più costose della storia americana, con un rapporto di spesa di 9 a 1 contro El-Sayed. Nonostante ciò, El-Sayed ha trionfato di stretta misura il 4 agosto 2026, ottenendo il 48,5% dei voti (743.455 preferenze) contro il 47,5% di Stevens (727.758 preferenze), mentre McMorrow ha raccolto il 4,0%.

Sebbene El-Sayed non sia un membro dei DSA e abbia anche preso le distanze dall'etichetta socialista, sostenendo di credere in un "capitalismo regolamentato", la sua candidatura è stata interamente sostenuta e spinta dall'ecosistema progressista. Figure come Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, insieme a PAC progressisti come Justice Democrats e il Progressive Change Campaign Committee (PCCC), hanno fornito copertura mediatica, mentre la rete logistica dei DSA e degli attivisti arabo-americani ha colmato il divario finanziario tramite una mobilitazione capillare.

Rispetto alla storia di El-Sayed, sostenuto ma non legato direttamente al gruppo DSA, alla House la storia è diversa, con molti candidati espressione diretta del gruppo che hanno ottenuto vittorie sorprendenti alle primarie. Fulcro principale della storia è la Grande Mela, in cui ormai i Democratic Socialists agiscono come una vera e propria macchina politica, forti di un enorme sostegno popolare, di una rete di volontari consolidata, capace anche di raccogliere cifre importanti a sostegno dei propri candidati.

Il gruppo ha collezionato almeno due vittorie importanti: nel distretto NY-07, Claire Valdez, organizzatrice sindacale della United Auto Workers (UAW) e membro DSA, ha trionfato in modo schiacciante con il 56,1% dei voti. Valdez ha sconfitto il Presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso (35,8%), che aveva l'appoggio formale dell'establishment progressista non-socialista, e la consigliera comunale Julie Won (6,3%).

Nel distretto NY-13, invece, Darializa Avila Chevalier, un'organizzatrice di comunità afro-latina, membro della UAW e supportata dai DSA, ha sconfitto a sorpresa il potente deputato uscente Adriano Espaillat (a capo del Congressional Hispanic Caucus) per un margine di circa 2.300 voti. La vittoria di Chevalier, una campagna incentrata sul ricambio generazionale, equità economica e sradicamento del razzismo strutturale, dimostra che l'anzianità congressuale non garantisce più immunità politica nei distretti a rapida evoluzione demografica. Insieme alla Ocasio-Cortez, i tre formeranno il blocco socialista newyorkese al Congresso, consolidando ulteriormente il movimento DSA anche in vista delle elezioni del 2028.

Il Midwest ha restituito esiti altrettanto interessanti, in particolare nel sud-est del Michigan. Nel distretto MI-13 il legislatore statale e membro dei DSA Donavan McKinney ha sconfitto l'incumbent Shri Thanedar in una primaria tesa, vincendo con il 51,9% (57.714 voti) contro il 48,1% (53.494 voti). La vulnerabilità di Thanedar è scaturita principalmente dalla politica estera: Thanedar aveva pubblicamente rinunciato alla sua appartenenza ai DSA criticando la mancata condanna verso Hamas dopo l'attacco del 7 ottobre 2023.

Anche a livello statale, inoltre, i DSA si fanno strada. Emblematica, in questo senso, la candidatura di Francesca Hong come governatrice democratica del Wisconsin. Hong è un membro tesserato e dichiarato dei DSA. Con un passato lavorativo nella ristorazione, madre single e un background simile a quello di Alexandria Ocasio-Cortez, Hong ha basato la sua campagna sull'emancipazione della classe lavoratrice e sul potenziamento dei servizi pubblici.

Per rendersi eleggibile a livello statale, Hong ha mostrato una certa “flessibilità” tattica, moderando alcune posizioni passate. Ad esempio, durante i recenti dibattiti governatoriali, ha preso le distanze da un suo post sui social media del 2020 in cui invoca l'abolizione della polizia, cercando di ridefinire il socialismo democratico semplicemente come "una forma di governo che mette al primo posto la classe lavoratrice".

Nonostante ciò, il voto dei progressisti non è stato abbastanza per poter superare il più moderato David Crowley alle primarie democratiche, evidenziando come ancora delle remore da parte degli elettori democratici di alcuni Stati.

In definitiva, sembra evidente che una certa parte dell’elettorato democratico sembra pronta ad abbracciare le tesi del DSA, probabilmente come risposta al trumpismo, probabilmente come scelta più duratura, che definirebbe un vero e proprio riallineamento politico nazionale. Ovviamente, tra le primarie per un distretto della House e le elezioni federali esistono differenze enormi, ed esistono ancora enormi spazi politici per i democratici moderati, che stanno dominando i sondaggi di alcune elezioni sulla carta complicate, si pensi a Roy Cooper in North Carolina e a Jon Ossoff in Georgia.

Il partito democratico ha sempre avuto delle correnti in competizione tra di loro, e non per questo il partito è risultato meno forte. Negli anni ’30 fino alla fine degli anni ’60 il blocco degli Stati del Profondo Sud eleggeva solamente democratici conservatori, convinti sostenitori del sistema della segregazione razziale, ma questo non impediva la loro coesistenza con democratici liberal del Nord. Con il tempo, però, due visioni così diverse del Paese si dovettero inevitabilmente scontrare, portando allo spostamento politico del Sud verso i repubblicani.

È possibile che una situazione del genere si presenterà nei prossimi anni, soprattutto se i DSA dimostreranno di poter costruire consenso in luoghi diversi, di poter vincere a livello statale (la candidatura di Francesca Hong, in questo senso, sarà tra le più interessanti di tutte) e di poter influenzare l’opinione pubblica e, di conseguenza, l’agenda politica. A quel punto, la resa dei conti sarà quantomeno imprevedibile.

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