Nel 2027 si terranno le elezioni politiche nazionali ed è ormai tempo di riflettere su quale dei due macro schieramenti possa essere più adatto al governo del nostro paese. Il tema è - evidentemente- ampissimo; pertanto, nel presente esercizio tenterò un’analisi specifica, in un certo senso dialettica, su un aspetto che ho scoperto essere tanto poetico quanto, almeno dal mio punto di vista, fondamentale all’interno del modo di interpretare il mondo della sinistra e della destra italiane, parlamentari e non. Se si volesse poi considerare il cosiddetto centrismo, che ad oggi in Italia vede poca adesione, la divisione può essere anche progressisti-conservatori: per il discorso che seguirà, i quattro concetti sono essenzialmente sovrapponibili: i partiti di centro, per quello che comunicano, intendono riformare, rientrando così - a grandi linee - tra i progressisti. Lo spunto per questa riflessione – per quanto possa sorprendere - deriva da una raccolta di saggi filosofico-religiosi.
G.K Chesterton, in seguito alla pubblicazione di Eretici (1905) – una raccolta di scritti nella quale l’autore attacca i pensieri dominanti dell’epoca - pubblica Ortodossia (1908), opera utile a rispondere alle sollecitazioni circa quale fosse, allora, la propria visione del mondo. All’interno del testo, lo scrittore britannico condivide con il grande pubblico un’ampia e profonda riflessione sulla propria fede cristiana. Tale riflessione viene articolata in nove capitoli, ognuno dedicato ad una sfaccettatura del proprio credo: è proprio all’interno di uno di questi capitoli – il quinto – in cui viene esposta una lettura di uno specifico spaccato della società inglese che ritengo essere ancora molto attuale. Quello che seguirà non è un appello all’ascolto di Chesterton; bensì, il plagio di una sua lettura, così da utilizzarla come interessante spunto sulla nostra attualità.
Il tema centrale del capitolo in questione è, essenzialmente, il cambiamento associato all’approccio che si ha nei confronti del mondo: «l’ottimista considerava il mondo buono quanto poteva essere, mentre il pessimista lo considerava cattivo quanto poteva essere; […] sono giunto alla conclusione che la convinzione dell’ottimista lo porti a ritenere che tutto sia buono tranne il pessimista, e che il pessimista invece consideri tutto cattivo tranne sé stesso»; approcci ritenuti dall’autore poco utili, in quanto «un uomo si ritrova ad appartenere a questo mondo, prima di potersi domandare se sia bello appartenervi».
In un certo senso, accettando un’ampia forbice di semplificazioni e analizzando soprattutto ciò che i due schieramenti comunicano, è possibile collegare la sinistra al pessimista e la destra all’ottimista: da un lato vi è chi considera tutto come negativo (il razzismo, l’omofobia, la precarietà lavorativa etc.) tranne sé stesso e per questo si dice progressista, alla ricerca del cambiamento secondo la propria soluzione; dall’altro lato, vi è chi dice che l’ordine prestabilito è - grosso modo - corretto, da conservare, se non fosse che certe persone (i pessimisti, ovvero la sinistra) ne impediscono il corretto funzionamento (si vedano a titolo d’esempio le ingiurie verso le toghe rosse).
La tesi è che, a partire da questa base, sia possibile comprendere alcuni elementi che caratterizzano l’attuale stato della politica italiana:
a) perché la sinistra fatica dannatamente a vincere;
b) perché, nonostante una sinistra incapace alla vittoria, la destra rimane comunque una soluzione altamente pericolosa.
Ma andiamo per gradi. Qual è, allora, la provocazione di Chesterton?
Egli definisce il pessimista un «antipatriota» e, a sua volta, l’antipatriota come «un candido amico». Ma che significa? «L’aspetto negativo dell’amico candido è il semplice fatto di non essere candido. Nasconde qualcosa: un cupo piacere tutto suo di dire cose spiacevoli. Nutre un desiderio segreto di ferire, non solamente di aiutare. Credo, senza dubbio, che questo sia ciò che rende una certa specie di antipatriottismo fastidioso agli occhi dei cittadini perbene; […] è l’uomo che dice: Mi dispiace annunciarvi che siamo rovinati, ma non è affatto dispiaciuto». Con questo non si vuole dire che le persone di sinistra, o comunque progressiste, vogliano il male del mondo: è evidentemente una metafora. Ciò che Chesterton tentava di sottolineare è proprio il fatto che l’antipatriota, in quanto pessimista, considera tutto il mondo cattivo tranne sé stesso e che ciò comunque traspare anche quando si rammarica di qualcosa di sbagliato: è proprio in quel rammarico, che, interpretando l’analisi dell’autore, si nasconde l’assenza del dispiacere, poiché la ragione del pessimista sta proprio nel fatto che le cose vadano male e questo alla gente perbene - alle masse - non piace: lo affermano i sondaggi.
Tale atteggiamento, poi, intacca anche l’aspetto programmatico: ogni pessimista crede solo in sé stesso e solo nelle proprie soluzioni: sarà un caso che le coalizioni di sinistra siano notoriamente incapaci di trovare un’intesa? Esemplicativi, a riguardo, sono gli episodi di Pulp Podcast con ospiti Michele Boldrin e Angelo Bonelli o Potere al Popolo e +Europa: in entrambi i casi, gli interlocutori, pur avendo un’ampia gamma di temi in comune, si sono concentrati in un serrato scontro sulle differenze di vedute. Questa visione, infine, se inserita nel contesto italiano, assume ulteriore valore se si considera che «l’aspetto negativo del pessimista non sta nel fatto di biasimare gli dei e gli uomini, ma di non amare ciò che biasima». L’uomo di sinistra biasima l’Italia, ma ama l’Italia? Questa è una bella domanda.
Il punto era già stato centrato da Giorgia Meloni che nella sua autobiografia scrive riguardo alla tendenza di questa frangia di parlare dell’Italia in quanto “paese” e non “nazione”: «il Paese è un semplice luogo fisico, nel quale si vive insieme, indistinto, materiale, mentre la nazione è un luogo anche mentale, al quale si appartiene per condivisione di cultura, storia, tradizioni». Se ci si pensa, è proprio da questa dissonanza che ha creato il motto vincente “Io sono Giorgia. Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”: con questo Meloni poteva permettersi di criticare l’Italia senza essere antipatica, spocchiosa: critico l’Italia perché la amo e non, critico l’Italia perché ho ragione. È questa la differenza e in parte è qui che risiede la debolezza comunicativa della sinistra italiana.
A questo punto, si direbbe allora che la visione della destra corrente sia quella corretta, ma è qua che il genio di Chesterton emerge; infatti, se il problema del pessimista è quello di non amare ciò che biasima, quello dell’ottimista è che, «desiderando difendere l’onore di questo mondo, difenderà l’indifendibile»: difenderà il diritto dei miliardari ad essere miliardari con privilegi annessi, difenderà il razzismo istituzionalizzato, l’omofobia, l’ingiustizia sociale. La tendenza a difendere l’indifendibile appare nei forti consensi nei confronti di Meloni nonostante l’assenza di risultati concreti raggiunti in più di quattro anni di governo: solo l’avvento di Vannacci - che sostanzialmente ripropone le stesse ricette - ha potuto scalfirne il consenso: ma le cose non andavano nello stesso modo anche prima del Generale? A questo primo aspetto particolarmente insidioso, si aggiunge il fatto che l’ottimista, ovvero il patriota razionale, che ama l’Italia poiché bianca, cristiana, identitaria e tradizionale, in verità non ama l’Italia, ma una sua «teorizzazione». Il concetto di remigrazione, a mio avviso, va proprio in questa direzione di amore teorico e non sincero; lungi da me sminuire la portata dei fenomeni migratori - rispetto ai quali è comprensibile la volontà politica di agire - ma il modo in cui negli ultimi tempi viene trattata la questione da certe frange politiche non intende affrontare il tema sotto un punto di vista amministrativo: il tentativo è proprio quello di teorizzare un’immagine di un paese che non esiste, sconnessa in primo luogo dalla posizione geografica che da sempre ha connotato storia e culture locali e che in un certo senso ha comportato la forza dei nostri territori.
Ma a prescindere, l’amore vero non è forse incondizionato? Ed è proprio questo il secondo pericolo: vendere questo tipo di messaggio è amore verso l’Italia, o gioco politico per accaparrarsi il favore di alcune specifiche frange sociali?
«Se l’amiamo [l’Inghilterra] perché è un impero, forse potremmo sopravvalutare il successo con cui governiamo gli indù. Ma se amiamo l’Inghilterra solo perché è una nazione, possiamo affrontare qualsiasi evento, poiché sarebbe una nazione anche nel caso in cui fossero gli indù a governarci. Così, coloro che permetteranno al proprio patriottismo di falsificare la storia, sono quelli il cui patriottismo dipende dalla storia».
La sinistra è perdente perché non ama ciò che biasima, la destra è pericolosa perché finge di farlo.
Qual è allora la soluzione? Chesterton dice che la chiave del cambiamento sta nel guardare il mondo, in questo caso l’Italia, e «odiarlo abbastanza da cambiarlo e amarlo abbastanza da credere che valga la pena di farlo». Ad oggi, nel nostro paese, non vedo grandi esempi di questi sentimenti: ma non mi illudo di essere l’unico, ho come la sensazione che prima di me l’abbia capito il più grande partito d’Italia, gli astenuti.
Concludere la riflessione indicando la sola classe politica come portatrice di questi due atteggiamenti e dunque imputabile del crollo della partecipazione e quindi anche dell’astensionismo sarebbe tanto giusto quanto populista: senza togliere responsabilità alle dirigenze dei partiti che hanno fatto di tutto pur di alimentare un clima come quello odierno, la politica è un tema che supera i confini istituzionali perché è di tutti e tutti la facciamo e - alla fine dei conti - i politici di professione non sono altro che il riflesso della popolazione che rappresentano. Per arrivare alla svolta a cui ci invita Chesterton serve impegno attivo a partire da una sincera consapevolezza: guardarsi allo specchio e chiedersi, sono un pessimista o un ottimista? E poi ripartire, consapevoli d’avere l’ego più grande del cuore, o la paura di raccontarsi la verità.
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