Un mondo ancora dipendente dagli idrocarburi
Con il perpetuarsi dell'invasione russa dell'Ucraina e con il vizio degli Stati Uniti di cacciarsi nei guai in Medio Oriente, oggi il prezzo di benzina e gasolio continua a vedere un'impennata in avanti che non sembra fermarsi. Gli effetti non riguardano soltanto i trasporti di uso quotidiano, come quello automobilistico, ma si estendono anche a quello aereo e marittimo, entrambi quasi totalmente dipendenti dal petrolio e da tipologie di greggio in larga parte estratte nei paesi che si affacciano sul Golfo Persico, oggi luogo di conflitto.
In particolare, per quanto riguarda la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, l'Agenzia Internazionale dell'Energia stima che circa il 20% della capacità di raffinazione in Medio Oriente sia stata compromessa dai combattimenti e, aggiungendo i danni causati dai droni ucraini alle raffinerie in Russia, la disponibilità di diesel e benzina viene messa a dura prova a livello globale (per non parlare del Gas liquefatto che acquistiamo dal Qatar). Nonostante circa il 90% del petrolio transitante per Hormuz sia destinato al mercato orientale, a pagare il prezzo più alto è, ancora una volta, l'Unione Europea. Infatti, se i paesi asiatici perdono il petrolio del Golfo iniziano a comprare altrove, facendo impennare il prezzo del barile su tutte le piazze internazionali. Secondo il Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), il risultato dell'elevata dipendenza europea dall'estero per l'approvvigionamento di idrocarburi è un aggravio lordo di 78 miliardi di dollari. E a pagarlo siamo noi.
Nonostante questa sia una mossa “kamikaze”, non è la prima volta che viene utilizzata una “leva energetica” per far desistere gli Stati Uniti da una guerra nel Levante. Esiste infatti un "precedente storico" in cui il petrolio è diventato uno strumento di pressione internazionale, capace di condizionare le scelte degli Stati (Uniti) e, come oggi, di produrre conseguenze pesantissime sulla vita quotidiana delle persone: la crisi energetica del 1973.
1973: Il petrolio usato per la prima volta come arma politica
Nel 1973, per la prima volta, i paesi arabi esportatori di petrolio decisero di utilizzare in modo sistematico il greggio come strumento di pressione economica e politica nei confronti dell’Occidente. Ma per quale motivo? Per comprendere fino in fondo quella decisione bisogna guardare agli equilibri economici, monetari e geopolitici costruiti nel dopoguerra e che in quel momento stavano cambiando forma.
Per oltre vent’anni l’Occidente aveva potuto contare su un sistema monetario relativamente stabile, costruito attorno agli accordi di Bretton Woods e alla centralità del dollaro. La valuta americana era convertibile in oro a un valore fisso di 35 dollari l’oncia e funzionava come principale moneta di riferimento per gli scambi internazionali. Questo sistema aveva accompagnato la ricostruzione europea e giapponese e, più in generale, la grande espansione economica del secondo dopoguerra. Con il passare degli anni, però, proprio la crescita dell’Europa occidentale e del Giappone iniziò a modificare gli equilibri su cui quel sistema si reggeva. A questo si aggiunsero le spese sostenute dagli Stati Uniti, anche per la guerra in Vietnam, e una quantità sempre maggiore di dollari accumulata fuori dal territorio americano. Il rapporto tra la moneta in circolazione e le riserve auree degli Stati Uniti diventò progressivamente più difficile da mantenere.
Nel 1971, dopo una forte pressione speculativa sul dollaro, Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità della valuta americana in oro, ponendo di fatto fine al sistema di Bretton Woods. La sua “New Economic Policy” introdusse inoltre un’imposta del 10% sulle importazioni, tagli alla spesa pubblica e forme di controllo su salari e prezzi. La decisione acuì il divario tra Washington e i suoi alleati. Europei e giapponesi, che detenevano grandi quantità di dollari, interpretarono la scelta americana anche come un tentativo di trasferire sugli alleati parte delle difficoltà economiche degli Stati Uniti (vi ricorda qualcuno?). La crisi mediorientale del 1973 avrebbe reso questa distanza ancora più evidente.
Ed è in questo contesto che il petrolio assunse un ruolo decisivo. Durante i decenni precedenti era stato relativamente abbondante e poco costoso. Nel 1972 rappresentava quasi due terzi delle materie prime utilizzate nel mondo per la produzione di energia. Ma già dagli anni Cinquanta i paesi produttori avevano iniziato a comprendere che il controllo delle risorse presenti nel loro sottosuolo poteva trasformarsi da semplice vantaggio economico a vera e propria leva politica. Nel 1960 nacque così l’OPEC, con l’obiettivo di coordinare le politiche dei principali paesi esportatori di petrolio e, nel 1968, l’OAPEC comprendente esclusivamente i paesi arabi. Era il segnale di una trasformazione più ampia: il controllo delle materie prime stava progressivamente passando dalle vecchie potenze coloniali agli Stati diventati indipendenti, che iniziavano a rivendicare un maggiore potere nella definizione dei prezzi e delle condizioni di vendita delle proprie risorse.
La guerra dello Yom Kippur trasformò questa consapevolezza in azione politica. Il 6 ottobre 1973, durante la più importante festività ebraica, Egitto e Siria lanciarono un attacco a sorpresa contro Israele per riconquistare i territori perduti nella guerra dei Sei giorni del 1967, in particolare il Sinai e le alture del Golan. Gli Stati Uniti intervennero rapidamente a sostegno di Israele, fornendo armi e assistenza militare. La risposta dei paesi arabi esportatori di petrolio non tardò ad arrivare. Sotto la forte influenza dell’Arabia Saudita di Re Faysal, venne decisa una riduzione della produzione e furono introdotte restrizioni alle esportazioni verso gli Stati considerati sostenitori di Israele. Lo shock ebbe conseguenze enormi perché colpì economie che avevano costruito una parte consistente della propria crescita sull’accesso a energia abbondante e a basso prezzo. E soprattutto mise in evidenza una differenza fondamentale tra le due sponde dell’Atlantico: gli Stati Uniti disponevano ancora di consistenti risorse energetiche interne ed erano quindi meno vulnerabili rispetto agli alleati. L’Europa occidentale e il Giappone, invece, dipendevano in misura molto maggiore dalle importazioni di petrolio provenienti dal Medio Oriente. La stessa crisi produceva quindi conseguenze profondamente diverse: mentre Washington conservava maggiori margini di manovra, molti governi europei avevano un interesse immediato a non compromettere ulteriormente i rapporti con i paesi arabi. La questione energetica contribuì così ad accentuare un divario tra interessi americani ed europei che era già emerso sul piano monetario e finanziario.
La crisi mostrò inoltre un paradosso destinato a segnare gli anni successivi. Gli Stati Uniti uscivano indeboliti dalla fine di Bretton Woods, ma il dollaro continuava comunque a rappresentare la principale valuta di riferimento internazionale. Anche gli enormi flussi finanziari prodotti dall’aumento del prezzo del petrolio continuarono quindi a muoversi in larga parte attraverso il sistema finanziario denominato in dollari. Washington riuscì così a trasformare almeno in parte una propria debolezza in un vantaggio: mentre l’Europa e il Giappone subivano in maniera più diretta il peso della dipendenza energetica, la moneta americana manteneva una posizione centrale nella finanza mondiale.
Le conseguenze dello shock petrolifero andarono ben oltre il 1973 con una recessione e un’inflazione che colpirono duramente il mondo industrializzato negli anni successivi, mettendo fine definitivamente all’idea che la crescita economica del dopoguerra potesse proseguire senza interruzioni. Ma soprattutto la crisi fece emergere la consapevolezza che dipendere da una fonte energetica prodotta prevalentemente fuori dai propri confini significava esporsi alle decisioni politiche di altri Stati. Essere sotto scacco.
Per l’Europa occidentale il problema era particolarmente evidente. La crisi impose per la prima volta con forza la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento, sviluppare forme alternative di produzione energetica e ridurre una dipendenza che poteva trasformarsi, da un momento all’altro, in uno strumento di pressione geopolitica. E mentre i governi iniziavano a interrogarsi su come ripensare il proprio modello energetico, per milioni di cittadini europei quella vulnerabilità la pagavano alla pompa di benzina.
In Italia, il simbolo più evidente di quella crisi sarebbe arrivato poche settimane dopo con l’imposizione delle domeniche dell’austerity.
Un ritorno al passato: la prima domenica di austerity
Camminare per le strade di una grande città europea nella prima domenica di dicembre del 1973 significava immergersi in un'atmosfera surreale: silenzio totale, zero automobili, qualche cavallo in circolazione e persone costrette a spostarsi a piedi o in bicicletta. Si trattava di un vero e proprio ritorno al passato dopo i “trent'anni gloriosi”, caratterizzati da una crescita economica sostenuta e da un incessante progresso. Tutto questo era il risultato delle “politiche di austerità” dei governi europei per rispondere alla crisi petrolifera.
In Italia, come in altri Stati Europei, il 2 dicembre 1973 viene comunemente ricordato come "prima domenica dell'austerità", a causa delle restrizioni della circolazione automobilistica. Ai cittadini furono imposte misure atte a contenere i consumi energetici che incisero sulla vita quotidiana, sia pure per un periodo limitato. L’assenza di macchine era solamente l’aspetto più visibile della crisi che modificò orari, consumi e abitudini quotidiane: i negozi dovevano chiudere entro le 19, gli uffici pubblici alle 17:30, bar e ristoranti non potevano restare aperti oltre la mezzanotte, cinema, teatri e spettacoli terminavano entro le 23 e persino le trasmissioni televisive dovevano interrompersi prima del consueto. Le insegne luminose commerciali vennero spente e ai comuni fu imposto di ridurre del 40% l’illuminazione pubblica.
La fine della crisi e il cambio di rotta dell'Arabia Saudita
Nel marzo del 1974 i ministri del petrolio dell'OAPEC (Organizzazione dei Paesi Arabi Esportatori di Petrolio) decisero di revocare l'embargo petrolifero nei confronti degli USA in seguito ai progressi della diplomazia di Washington e in particolare alle iniziative diplomatiche promosse dal segretario di Stato Henry Kissinger, fondamentali per l'allentamento delle restrizioni petrolifere. Tuttavia la fine dell'embargo non comportò un immediato ritorno alla situazione precedente alla crisi e il prezzo del greggio rimase elevato, determinando un cambiamento duraturo nel prezzo dell'energia.
Tra le cause della fine dell'embargo ne troviamo una che conosciamo bene: le divisioni interne. All'interno dell'OAPEC infatti esistevano linee politiche differenti: paesi come l'Arabia Saudita di Re Faysal, maggiormente favorevoli a riallacciare i rapporti con l'Occidente, si scontravano con paesi come la Libia di Gheddafi, caratterizzati da posizioni rigide e massimaliste. Merita particolare attenzione il radicale cambio di posizione di Re Faysal, da leader dell'embargo a promotore di una ripresa dell'alleanza economica con gli USA. Dietro questa inversione dell'Arabia Saudita si celava una precisa strategia politica: Re Faysal utilizzò il petrolio come misura di pressione temporanea e, una volta raggiunto il suo obiettivo, ad esempio quello di moderare l'intervento USA nella guerra del Kippur, si rese conto che prolungare a lungo l'embargo avrebbe danneggiato gli interessi sauditi nel lungo termine. Prolungando l'embargo i paesi occidentali avrebbero potuto/dovuto accelerare drasticamente la ricerca di fonti di energia alternative, come il nucleare e le rinnovabili. Il successo del piano di Faysal è ancora visibile ai giorni nostri: l'Arabia Saudita possiede il 17,2% delle riserve mondiali di petrolio, guadagnandosi la posizione tra i maggiori produttori ed esportatori di greggio insieme a Russia e Stati Uniti, ma è allo stesso tempo la più danneggiata dal blocco di Hormuz.
1973 vs 2026: un futuro incerto
Il paragone con la crisi del 1973 e quella di oggi è inevitabile, ma presenta una differenza centrale: l'embargo imposto dai paesi arabi riguardava solamente il 5-7% dell'offerta mondiale. Se da un lato avevamo la guerra del Kippur, oggi abbiamo la guerra in Iran (oltre al conflitto in Ucraina) e le conseguenze legate alla chiusura dello stretto di Hormuz. La chiusura del canale mercantile più importante del Golfo Persico, attraverso il quale passa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto di tutto il mondo, è una risposta diretta alla politica imperialista USA e sta tuttora mettendo in difficoltà la navigazione globale e l'approvvigionamento energetico.
Il fatto di aver basato la nostra prosperità, ora come nel passato, su una risorsa di cui non disponiamo completamente, continua a pesare sul nostro futuro. Adesso spetta ai governi, in particolare a quelli europei, decidere come agire: continuare a sottostare ai ricatti derivanti dalla politica di Washington oppure diversificare la produzione energetica, cercando soluzioni alternative. Insomma, fate qualcosa.
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