Il caso Ceuta e il modello italiano
Con la crisi di Ceuta il tema della securitarizzazione dei confini è tornato al centro del dibattito. Attraversare il confine tra la Spagna e il Marocco ha infatti risollevato la questione relativa all'adozione del modello italiano da parte degli altri Stati membri dell'Unione europea. Questo si colloca nel più ampio tema della politica di esternalizzazione del diritto di asilo.
Il sistema dei CPR in Albania
Il sistema italiano prevede la costruzione di centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) in Albania finanziati dall'Italia, al fine di gestire le procedure di rimpatrio dei migranti verso paesi terzi sicuri. I migranti irregolari vengono dunque detenuti all'interno dei centri in attesa dell'espulsione.
In primo luogo, il numero di posti occupati rispetto alla capienza reale della struttura ha sollevato non pochi dubbi circa l'efficienza del modello. Fino ad ottobre 2025 infatti, il centro di Gjader in Albania era destinato ad accogliere i migranti soccorsi in mare e contava solamente 25 persone nonostante la capienza fosse pari a 144 posti. Di fatto le forze dell'ordine superavano di gran lunga i migranti detenuti all'interno dell'hub. Questo è diviso in tre parti: un centro di trattenimento, un CPR e un piccolo carcere. Prima di raggiungere l'hub a Gjader, i migranti sarebbero dovuti essere sottoposti a una prima identificazione presso il centro di Shengjin, che ad oggi risulta inutilizzato.
A seguito di un sopralluogo, la deputata del Partito Democratico Rachele Scarpa ha confermato circa 95 eventi critici verificatisi a partire dall'apertura del centro, tra cui episodi di autolesionismo, tentato suicidio e proteste interne. A queste problematiche si aggiungono inoltre le condizioni di detenzione degradanti nelle quali versano i detenuti. Il trasferimento di un numero così esiguo di migranti inoltre, ha richiesto l'impiego di aerei della Guardia di Finanza invece delle navi stabilite inizialmente, nonostante i costi più elevati che ciò comporta. La situazione è riconducibile in primo luogo alla decisione dei tribunali competenti di non convalidare i trattenimenti dei migranti, ritenuti in contrasto con la normativa europea. Solo a seguito del Decreto legge del marzo 2025 è stato autorizzato il trasferimento dei primi 41 migranti dai CPR italiani, dopo aver rinunciato ad accogliere gli stranieri soccorsi in mare e dunque attribuendo alle strutture in Albania la stessa funzione dei centri già attivi in Italia. Quanto esposto, unitamente ai costi elevati dell'attività rilevati da un rapporto di ActionAid e dell'Università di Bari (nel 2024 sono stati spesi 570mila euro per soli cinque giorni di attività del CPR di Gjader), ha dunque acceso molte polemiche in merito allo spreco di soldi pubblici e all'inefficienza dei centri.
Un modello che stenta a decollare
Tuttavia, il 10 giugno 2026 l'hub di Gjader contava circa 70 uomini detenuti, registrando un avanzamento se confrontato ai dati dell'anno precedente. Il governo italiano non ha inoltre abbandonato lo scopo iniziale, e dunque tornare ad accogliere i migranti soccorsi in mare provenienti dai paesi "sicuri". Con paesi "sicuri" si intende infatti gli Stati in cui la situazione interna non giustifica l'accoglimento di una richiesta di asilo e pertanto impone di proseguire mediante una procedura accelerata di esame della richiesta di asilo, svolta invece alla frontiera o in luoghi di transito.
Ad oggi la situazione appare in continua evoluzione, e l'Ue si è mostrata favorevole ad implementare norme al fine di estendere l'adozione del modello italiano anche ad altri Stati membri, apertura che tuttavia rimane in discussione. In questo contesto si colloca l'accordo tra il Parlamento europeo, il Consiglio dell'Unione europea e la Commissione europea, finalizzato a consentire ai paesi europei di creare centri di detenzione degli stranieri irregolari anche all'esterno del territorio europeo, previo accordo con il paese terzo in questione. Dal 12 giugno inoltre, la lista dei paesi da ritenersi "sicuri" per i richiedenti asilo è stata ampliata, nonostante tra questi si annoverino Stati in cui le minoranze e alcune libertà democratiche non sono pienamente tutelate secondo gli standard europei. Le disposizioni menzionate si inseriscono dunque nel solco della recente attività normativa dell'Unione europea in materia di gestione delle frontiere, e delineano un contesto giuridico che incentiva la creazione e l'implementazione delle strutture destinate ai CPR.
Un Decreto legge emanato dal Consiglio dei ministri ha inoltre introdotto la possibilità di trattenere lo straniero la cui domanda di asilo sia ancora in fase di esame all'interno di "zone di transito", espressione che nella prassi operativa recepisce l'uso dei CPR e di strutture analoghe. Ora spetta alla Corte di giustizia dell'Unione europea pronunciarsi circa l'applicabilità del diritto comunitario in materia di asilo e rimpatri fuori dai confini dell'Unione e se sia possibile assimilare le strutture situate in un paese terzo (come quelle in Albania) alle "zone di transito".
Gli stessi CPR italiani sono stati sottoposti a critiche severe sotto il profilo dell'efficacia funzionale e della tutela dei diritti fondamentali. A conferma di tali perplessità si stima infatti che nel 2025 solo un quarto delle persone transitate negli hub siano state rimpatriate, sollevando interrogativi sull'idoneità dei centri a raggiungere le finalità per le quali sono stati stabiliti.
Il modello britannico in Ruanda
Un modello simile è quello britannico in Ruanda. Nel 2022 l'ex premier britannico Boris Johnson aveva stipulato un accordo non vincolante con Kigali per trasferirvi i migranti arrivati illegalmente nel Regno Unito. In base al suddetto accordo, sarebbe stato il "paese terzo sicuro" ad esaminare le domande di protezione internazionale. Tuttavia, nei due anni di attività del centro solo quattro persone sono state trasferite, peraltro su base volontaria. I ricorsi legali presentati e le critiche sollevate nei confronti del progetto, ne hanno determinato dunque la cancellazione, consacrata dalla dichiarazione di illegalità pronunciata dalla Corte Suprema britannica nel 2023. La Corte sosteneva infatti che il modello implementato in Ruanda non tutelasse a sufficienza i diritti fondamentali dei migranti illegali da parte di Kigali, mettendo in discussione la stessa valutazione delle domande di protezione internazionale. Con questa sentenza, si riafferma dunque la prevalenza delle norme di diritto internazionale consuetudinario a tutela dei diritti fondamentali sulle altre norme pattizie e si intima un'attenta valutazione circa le conseguenze di un eventuale trasferimento.
Nel 2023 la stessa Corte europea dei diritti dell'uomo aveva bloccato in via cautelare il trasferimento di alcuni ricorrenti, già annullato dalla Court of Appeal. L'Austria si è inoltre pronunciata a favore della stipula di un accordo in merito alla gestione dei flussi migratori sulla base del modello britannico in Ruanda.
Il caso dei "dublinanti"
Chi sono?
Parliamo dei cittadini di paesi terzi o di apolidi richiedenti protezione internazionale che si trovano in uno Stato membro dell'Unione europea diverso da quello individuato come competente per l'esame della loro domanda di asilo secondo i criteri stabiliti dal diritto Ue. Il principio di riferimento è quello per cui una domanda d'asilo deve essere esaminata da un solo Stato membro, individuato in base a criteri oggettivi che il richiedente non può scegliere: legami familiari, rilascio di un visto o, quando nessun altro criterio si applica, il primo Stato in cui la domanda è stata presentata.
Fino al 12 giugno 2026 questa disciplina era contenuta nel Regolamento (UE) n. 604/2013, noto come "Dublino III"; da quella data si applica, per le nuove domande, il nuovo Regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione (AMMR), che fa parte del Patto Ue su migrazione e asilo e conferma lo stesso principio del Paese di primo ingresso, irrigidendo però i termini per il trasferimento effettivo. Quando un richiedente identificato per la prima volta in un Paese (spesso in Italia tramite il sistema Eurodac) si sposta in un secondo Stato membro per presentare lì una nuova domanda, quest'ultimo può richiedere al primo la "presa in carico" o la "ripresa in carico" della persona, per trasferirla verso lo Stato competente: è a questa procedura di trasferimento, e ai soggetti che ne sono destinatari, che si riferisce nella pratica il termine "dublinanti".
Dal dicembre 2022 il governo Meloni ha respinto quasi tutte le richieste di rientro; soltanto nel 2025 sono state presentate 24.152 richieste relative a dublinanti e ne sono state accettate 85, lo 0,35%. Dal 2022 al 2025 l’Italia, grazie alle 80.000 richieste di presa in carico della persona praticamente ignorate, ha ricevuto ben due condanne dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, anch’esse a loro volta ignorate dal governo.
A seguito dell’entrata in vigore del nuovo Patto però, Paesi come Svezia, Finlandia, Germania, Austria, Paesi Bassi e Svizzera hanno riavviato le procedure di trasferimento verso l’Italia, giocando uno scherzo di non poco conto a Roma; che in sede europea pressa per centri di detenzione in paesi terzi e procedure alla frontiera accelerate, ma ora rischia di doversi riprendere i richiedenti asilo che hanno raggiunto altri Stati membri.
Il ministro dell'Interno Piantedosi ha già precisato che l'Italia valuterà le richieste caso per caso e considererà vincolanti solo quelle relative a persone arrivate dopo il 12 giugno 2026, interpretazione che ha lasciato perplesse le controparti europee e che potrebbe condurre all’ennesima procedura d'infrazione con sanzioni pecuniarie o al blocco di fondi europei.
Migrazione come cavallo di battaglia
La questione dei “dublinanti” fornisce in maniera molto chiara uno dei tratti caratteristici della relazione tra le destre mondiali e l’argomento dell’immigrazione: non può mai esserci una soluzione definitiva, i mezzi risultati bastano e avanzano e soprattutto sono più utili dal punto di vista del consenso.
Sbandierano il fantomatico “pugno duro” contro i nuovi arrivi e i centri di detenzione in paesi terzi, ma nessuno ha mai pensato a rivoluzionare il sistema di accoglienza e redistribuzione puntando sull’efficacia e non sulla possibilità di presentarsi come baluardo della sicurezza dei confini senza mai dover rispondere nel merito dell'inefficacia dei propri strumenti, come dimostrano i tassi di rimpatrio irrisori dei CPR o l'occupazione marginale del centro di Gjader rispetto alla capienza disponibile.
Il governo Meloni è costantemente attaccato sulla questione anche dall’estrema destra, vedi Vannacci; e non può permettersi in alcun modo di cedere terreno sulla questione migratoria, caposaldo ideologico del blocco di elettori di FdI più identitario.
Mantenere la questione migratoria in una condizione di perenne emergenza consente inoltre alla maggioranza di continuare a puntare il dito contro le gestioni precedenti, attribuendo alle opposizioni la responsabilità storica dei flussi incontrollati, anziché rispondere delle proprie politiche attuali.
Lo stallo è funzionale a mantenere la questione identitaria viva, blindando così la parte di elettorato che ha contribuito in modo significativo al successo elettorale della coalizione di governo: risolvere davvero la questione migratoria, priverebbe la destra di uno dei suoi argomenti più efficaci in campagna elettorale.
Le criticità del sistema europeo
Il dossier relativo alla gestione della migrazione si conferma dunque come uno dei più divisivi e complessi a livello europeo. Gli eventi di Ceuta ci ricordano quanto la costruzione di una politica migratoria e di accoglienza condivisa risulti ancora un ostacolo ai fini dell'integrazione europea. La tendenza a privilegiare accordi bilaterali e modelli di esternalizzazione dimostra che la sola securitarizzazione dei confini costituisce una soluzione fragile e di breve periodo. Problematiche europee richiedono infatti risposte europee, e finché la sicurezza dei confini interni ed esterni non verrà gestita in modo omogeneo e solidale da tutti gli Stati membri, le crisi diplomatiche continueranno a riproporsi ciclicamente riducendo il migrante a un mero problema di ordine pubblico anziché a individuo portatore di diritti da tutelare.
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