venerdì 28 agosto 2026

Gli Escursionisti Israeliani

La storia

Se pensate che la questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania sia storia recente, il fatto è semplice, vi sbagliate.

La questione degli insediamenti non nasce dal nulla e non può essere ridotta a un conflitto tra “ebrei” e “palestinesi”. Ebraismo, ortodossia religiosa, sionismo e nazionalismo religioso sono fenomeni distinti. Comprendere queste differenze è essenziale per ricostruire l’evoluzione dell’insediamento israeliano in Cisgiordania.

Il sionismo organizzato si sviluppò nell’Europa centrale e orientale alla fine del XIX secolo, in un contesto profondamenre marcato dall’antisemitismo.

Theodor Herzl, giornalista e intellettuale ebreo austro-ungarico, fu il principale organizzatore di questo movimento, infatti nel 1896 pubblicò Der Judenstaat o “Lo Stato ebraico”, nel quale sosteneva che la soluzione politica alla persecuzione e all’antisemitismo consistesse nella fondazione di uno Stato per il popolo ebraico.

Nel 1897 Herzl convocò a Basilea il Primo Congresso sionista, durante il quale venne adottato il cosiddetto Programma di Basilea. Il testo affermava che il sionismo mirava a: “Creare per il popolo ebraico una patria in Palestina garantita dal diritto pubblico.”

Ma sbagliereste di nuovo a pensare che il sionismo nasce come un movimento unico e compatto; insieme al sionismo politico di Herzl, nacquero correnti socialiste, revisioniste e religiose, e ognuna di queste correnti aveva una concezione diversa del rapporto che doveva esserci tra il popolo ebraico, la “terra promessa” e il futuro Stato di Israele.

Il 1948 

Fine del mandato britannico e nascita dello Stato di Israele; scoppiano i primi conflitti tra i movimenti sionisti e le forze arabo-palestinesi, che condurranno al primo conflitto arabo-israeliano.

Centinaia di migliaia di palestinesi dovettero abbandonare le proprie case senza mai potervi far ritorno: questa fu la “Nakba”, la “catastrofe”, un evento che modificò in maniera profonda la geografia e la demografia della Palestina.

La svolta del ‘67 e la nascita dei primi insediamenti

La guerra del 1967 segna un turning point: il sionismo religioso prese ampiamente piede grazie allo sviluppo di una lettura teologica sul ritorno del popolo ebraico in Terra d’Israele e sul diritto millenario su Giudea e Samaria (termini biblici usati da Israele per indicare la Cisgiordania)

Secondo figure come il rabbino Abraham Isaac Ha-Kohen Kook e il figlio Zvi Yehuda Kook, la costruzione dello Stato ebraico era una fase del processo di redenzione messianica.

Dopo la Guerra dei Sei Giorni, gli studenti di Zvi Yehuda Kook, presi dal fervore della redenzione messianica resa possibile dall’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, furono il principale “carburante umano” del movimento Gush Emunim o “Blocco dei Fedeli”, gruppo impegnato nella costruzione di insediamenti nei territori occupati.

Figlio di queste eredità ideologica di Yehuda Kook, del sionismo religioso insediativo, è Bezrael Smotrich, leader del Partito dei Sionismo Religioso o HaTziyonut HaDatit, e ministro delle finanze israeliane, con delega speciale del Ministero della Difesa che gli assegna poteri rilevanti sulle questioni civili e insediative in Cisgiordania, con il suo ruolo nella “Amministrazione degli Insediamenti”.

Il Kahanismo

Dalle costole del sionismo religioso e del nazionalismo religioso ebraico nacquero poi le correnti più radicali, sostenitrici della esclusiva sovranità ebraica sulla totalità della Terra d’Israele e della necessaria espulsione della totalità della popolazione araba.

Il Kahanismo trova le sue origini nel pensiero del rabbino statunitense-israeliano Mehir Kahane, che nel 1968 fondò la Jewish Defense League negli Stati Uniti, a New York; l’organizzazione aveva lo scopo dichiarato di combattere l’antisemitismo, ma negli anni successivi alla sua fondazione, un numero preoccupante dei suoi membri è stato accusato di terrorismo interno, tra cui lo stesso Kahane.

Nel 1971, il rabbino si trasferì in Israele e fondò il partito Kach: prima che il partito riuscisse ad ottenere un singolo seggio alla Knesset, evento accaduto nel 1984, Kahane riuscì a farsi arrestare più di 60 volte per pianificazione di attacchi a mano armata contro le comunità palestinesi e le sue proteste per l’espulsione degli arabi dalla Terra di Israele.

I Kahanisti sostenevano che tutti gli arabi in terra israeliana erano nemici dello Stato e degli ebrei stessi; volevano inoltre che nello Stato di Israele vigesse la legge ebraica, o Halaca, una complicatissima raccolta di opinioni giuridiche, legislative, tradizionali e direttive, molte delle quali tramandate nel corso dei secoli, e un assortimento di comportamenti basilari, trasmesso di generazione in generazione.

Nel 1984 il Kach ottenne un singolo seggio alla Knesset, e nel 1985 venne bandito dal sistema partitico israeliano per le sue posizioni estremiste ed anti-democratiche; questo evento non fermò gruppi “extra-parlamentari”, come i “Sicarii” dal continuare a perseguire i propri obiettivi tramite mezzi alternativi come attentati ed assassinii mirati.

Kahane venne ucciso nel 1990, ma il peggio, in termini spiccioli, arrivò solo nel 1994: il 25 febbraio durante il Ramadan, all’interno della Moschea Ibrahimi ad Hebron, il terrorista e colono di Kiryat Arba, Baruch Goldstein, (vicino agli ambienti del Kach) con indosso la divisa dell’IDF e in braccio il fucile d’ordinanza Galil, uccise 29 persone e ne ferì 125.

La Jewish Defense League si esprime così riguardo la questione:

Q. How does JDL feel about Dr. Boruch Goldstein?

A. “Dr. Goldstein was a brilliant surgeon, a mild-mannered Yeshiva-educated man who was promoted to the rank of major in the IDF. He was warned by his superiors in the military to prepare an open field hospital in anticipation of another murderous attack by the hostile Arab population of Hevron during the Jewish festival of Purim. Many of these Arabs were standing outside Goldstein's synagogue in the Cave of the Patriarchs and yelling "Slaughter the Jew." Goldstein had lost 30 close friends in the last few years; they were murdered by Arabs in the Hevron-Kiryat Arba area. One of those was the son of his best friend, Mordechai Lapid; as Goldstein rushed to give the young man medical aid, he was held back by the Arabs on the scene and the young man died. Additionally, as there is proof that the Arabs were hoarding food and supplies in response to a Muslim call for a massacre on the Jewish holiday of Purim, we feel that Goldstein took a preventative measure against yet another Arab attack on Jews. We understand his motivation, his grief and his actions. We do not consider his assault to qualify under the label of terrorism because Dr. Goldstein was a soldier in a war zone who was faced by an imminent terrorist threat. We teach that violence is never a good solution but is unfortunately sometimes necessary as a last resort when innocent lives are threatened; we therefore view Dr. Goldstein as a martyr in Judaism's protracted struggle against Arab terrorism. And we will never be ashamed to say that Goldstein was a charter member of the Jewish Defense League.

L’evento contribuì ad inasprire la divisione nella città di Hebron, dove oggi si vive una situazione paradossale: una piccola comunità israeliana nel centro storico è pesantemente difesa dall’esercito israeliano e la popolazione palestinese è soggetta a checkpoint, chiusure stradali, restrizioni alla mobilità e limitazioni nell’accesso a case, negozi e luoghi di lavoro.

Questi sono solo alcuni episodi di violenza messi in atto da coloni kahanisti:

1983-1984, Attacchi contro civili e proprietà palestinesi: una cellula di militanti legati a Kach compì una serie di attentati, assalti con lanci di molotov contro abitazioni, veicoli e proprietà palestinesi, soprattutto tra Gerusalemme Est e Hebron. Tra gli attivisti indicati vi era Aviel Leitner, esponente del Kach.

Marzo 1984, Attacco a un autobus di lavoratori palestinesi: Yehuda Richter, attivista del Kach e candidato del partito alle elezioni israeliane del 1984, aprì il fuoco contro un autobus palestinese in Cisgiordania, ferendo sei persone. Fu condannato a cinque anni di carcere.

1990, Omicidio vicino a Hebron: Nachshon Walls, colono e sostenitore di Kach, sparò contro un’automobile palestinese nei pressi di Hebron, uccidendo una donna palestinese di 25 anni.

Il partito Kach venne dichiarato organizzazione terroristica nel 1992, ma ad oggi il Kahanismo trova ancora un’espressione nel partito Otzma Yehudit guidato da Itamar Ben-Gvir, il ministro della sicurezza interna del governo Netanyahu; il pedigree è in linea con quello di Kahane: condannato nel 2007 per istigazione al razzismo e sostegno a un’organizzazione terroristica, e negli ultimi giorni tornato sotto le luci dei riflettori dopo l’ennesima dichiarazione a dir poco controversa secondo cui: “andrebbero uccisi tra i 30 e i 40 palestinesi al giorno, preventivamente”.

Gli accordi di Oslo

Questi accordi, stipulati tra il 1993 e il 1995, dopo la prima Intifada, crearono un sistema transitorio di autogoverno limitato, che avrebbe dovuto condurre entro cinque anni a un accordo sullo status definitivo dei territori occupati. E nel 1995 divisero la Cisgiordania in tre aree: A, B e C; in questo contesto l’Autorità Palestinese ricevette solo in parte le competenze amministrative e di sicurezza, di fatti l’Area C, ovvero la più estesa, rimase nella sostanza, sotto il totale controllo israeliano.

“Sistema transitorio”, così narravano gli accordi in principio, ma da decenni ormai, il numero di coloni nei territori occupati è aumentato a macchia d’olio.

Assistiamo oggi ad un profondo intreccio tra la crescita di questi insediamenti e le forze politiche nazional-religiose, ossia il partito Otzma Yehudit del celeberrimo Itamar Ben-Gvir, figlio dell’ideologia Kahanista (da Meir Kahane) e il Partito del Sionismo Religioso (da Zvi Yehuda Kook) di Bezalel Smotrich.

Ad oggi dunque, l’espansione dei coloni è parte di un piano di riorganizzazione amministrativa (o di annessione in termini spiccioli) dei territori occupati in Cisgiordania, di fatto il biennio 2023-25 rappresenta un periodo di piena per quanto riguarda le nuove politiche di pianificazione, la dichiarazione di nuove terre come proprietà statale e le violenze contro i palestinesi.

Gli insediamenti in Cisgiordania

Solo nel 2025 il governo israeliano ha approvato 54 nuovi insediamenti, il numero più alto nella storia; sono inoltre stati approvati circa 63.000 nuovi progetti per quanto riguarda unità abitative tra Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Questo vertiginoso aumento dei progetti coloniali è dovuto al supporto dell’attuale governo israeliano.

Si tratta di una vera e propria opera di annessione e trasformazione territoriale. Nuove case, miglioramenti degli insediamenti pre-esistenti e il consolidamento delle nuove vie di trasporto stanno modificando completamente la geografia della Cisgiordania, influenzando drasticamente il rapporto tra le comunità israeliane e quelle palestinesi.

La fine degli accordi di Oslo

Il governo israeliano ha creato la “Amministrazione degli Insediamenti”, guidata dal ministro Smotrich, questa nuova entità ha gradualmente permesso il trasferimento delle competenze relative alla pianificazione, alla gestione fondiaria e alle infrastrutture, dalle istituzioni militari e legali, a quelle civili (favorevoli all’espansione degli insediamenti).

Vi chiederete: “Cosa cambia? È così rilevante? Forse meglio il controllo civile che quello militare?”

Cambia tutto, è davvero rilevante, e no, decisamente no.

Cambia radicalmente la natura del controllo israeliano sulla Cisgiordania occupata, che proprio perché occupata, può essere amministrata solo dalle autorità militari; di conseguenza un passaggio delle funzioni amministrative alle strutture ordinarie dello Stato, è un ulteriore passo verso l’annessione de facto della Cisgiordania.

Le strategie dei coloni

Anni di attività hanno permesso il consolidamento di pratiche giuridiche, edilizie e violente per estendere la presenza israeliana nei territori occupati.

Gli avamposti agricoli

Sono circa 130 e coprono il 18% del territorio della Cisgiordania; rappresentano lo stato embrionale di possibili futuri insediamenti e grazie all’esigua richiesta iniziale di presenza edilizia rappresentano uno dei metodi più rapidi ed efficaci per escludere le comunità palestinesi dal territorio e dall’accesso alle risorse naturali.

La “terra di Stato”

Nel biennio 23-25, il governo di Israele ha dichiarato circa 26 chilometri quadrati di terra cisgiordana, “terra di Stato”; se si considerano i 222 metri quadrati necessari ad un essere umano per vivere in maniera equilibrata, si tratta di uno spazio in cui potrebbero tranquillamente risiedere almeno 117.000 persone.

Questa “dichiarazione” permette di destinare i terreni designati ad infrastrutture o insediamenti israeliani ed è ampiamente contestata dato che viene utilizzata per espropriare le comunità palestinesi.

La procedura è basata su un’interpretazione della Legge fondiaria ottomana del 1858, secondo la quale i terreni non registrati, non coltivati secondo determinati criteri o privi di una documentazione riconosciuta possono essere classificati come proprietà pubblica.

Viene trasferito l’onere della prova sui proprietari palestinesi, che sono chiamati a dimostrare, entro un termine estremamente limitato, l’esistenza del proprio diritto fondiario.

Questo sistema è utilizzato costantemente contro le comunità rurali, dato che molte proprietà non sono state formalmente registrate e numerosi “diritti” sulla terra sono stati trasmessi attraverso eredità familiari.

La violenza

Elemento indissolubile dall’espansione dei coloni, i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (UN OCHA) indicano un aumento del 241,7% dal 2021 ad oggi degli episodi di violenza dei coloni israeliani contro la popolazione palestinese.

Solo nel quinquennio 21-25 sono stati registrati 5.833 attacchi alle comunità palestinesi, una media di 3 al giorno: solo nel 2025 sono stati uccisi 9 palestinesi e feriti 838 ed il 60% degli attacchi è avvenuto tra Ramallah e Hebron.

I dati sono confermati ed aggravati dal monitoraggio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), che solo nel periodo tra novembre 2024 ed ottobre 2025 ha registrato 1.732 episodi di violenza, a cui vanno sommati almeno altri 1.400 casi di minacce o intimidazioni.

Questa strategia di violenza gode da tempo di una sistematica impunità: secondo Yesh Din (ONG israeliana) il 93% delle indagini di polizia sugli attacchi dei coloni viene archiviato senza alcuna incriminazione, le rilevazioni relative all'ultimo periodo di monitoraggio confermano tale inefficacia giudiziaria, registrando una sola incriminazione a fronte di 75 denunce formali presentate da palestinesi assistiti legalmente dall'organizzazione.

Il risultato di questi numeri è un ambiente talmente ostile e coercitivo nei confronti delle comunità palestinesi, che sono costrette allo sfollamento forzato: nel biennio 23-25, circa 118 comunità palestinesi sono state espulse e cacciate dalle proprie terre a seguito di veri e propri assedi alle proprietà, negazione dell'accesso all'acqua e ai pascoli e della mancata tutela da parte delle autorità.

Questo processo di rimozione forzata prosegue nel 2026 con lo sfollamento di ulteriori 9 comunità, tra cui quella di Ras Ein al-Auja, il più grande insediamento di pastori nell’Area C, con circa 1.000 abitanti, che si aggiunge all’espulsione definitiva, avvenuta il 28 dicembre 2025, delle ultime 6 famiglie, circa 22 persone, dallo storico villaggio di Khirbet Yanun, dopo decenni di attacchi sistematici condotti dai coloni dell'insediamento di Itamar.

Spesso questi avvenimenti sono accompagnati da demolizioni di case, fattorie e scuole, che secondo il sistema israeliano non sono “autorizzate”. Nel biennio 2023-2025 è stato registrato un aumento dell’80% rispetto al periodo 2010-2022 della demolizione di strutture palestinesi nell’Area C della Cisgiordania occupata, dato a dir poco preoccupante, con circa 1800 demolizioni tra il 2024 e il 2025.

L’Area E1

Qui è dove giace uno dei recenti semi della discordia: 3.401 nuove unità abitative approvate tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim, in una posizione altamente strategica, che permetterebbe di dividere la Cisgiordania in due, isolando Gerusalemme Est dal resto delle comunità palestinesi ed impedendo la continuità territoriale necessaria per un futuro Stato palestinese.

Inoltre in questa area il governo israeliano ha già investito milioni di dollari in infrastrutture che puntano ad alterare l’equilibrio tra le comunità israeliane e palestinesi, con l’esempio eclatante della “Strada della Sovranità”: progettata solo per i cittadini israeliani e dove i palestinesi non possono passare.

Il risultato di questi investimenti è lo sviluppo di una nuova forma di apartheid, in cui l’integrazione territoriale delle comunità dipende dalla nazionalità: se sei israeliano sì, se sei palestinese no.

Verso il regime

I fatti analizzati portano alla conclusione che stiamo assistendo ad una transizione, da occupazione militare temporanea ad annessione de facto: il passaggio dell’onere amministrativo alle autorità civili israeliane, la continua espansione coloniale tramite nuove infrastrutture, demolizioni ed acquisizioni fondiarie stanno alterando in maniera irreversibile la realtà demografica e territoriale della Cisgiordania occupata.

La trasformazione avviene con il continuo supporto del governo israeliano, che punta a stabilire il primato della comunità israeliana su quella palestinese in queste zone, dove appunto convivono, ma dove vengono applicate norme e regimi giuridici differenti a seconda della nazionalità.

Queste differenze hanno già condotto, e condurranno ancora ad enormi violazioni dei diritti umani, accertate sia dall’Unione Europea che dalle Nazioni Unite.

L’obiettivo del governo israeliano è semplice: continuare a ridurre le possibilità di una soluzione a due stati che comporti anche l’esistenza di uno Stato palestinese contiguo.

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