In un mondo in cui ormai la comunicazione politica pare essere completamente assorbita da temi quali sicurezza e immigrazione, sembrano pochi i nuovi spazi da conquistare, nuovi temi su cui costruire una narrazione capace di colpire e coinvolgere i cittadini; al centro del loro cuore.
Certo: la sicurezza è un elemento fondamentale per il vivere civile e per la tenuta delle democrazie; che necessitano come l’aria di un sentimento di reciproco rispetto e senso di tranquillità.
Al netto di questo, è impensabile credere che i problemi – e i temi realmente importanti – di un paese, possano esaurirsi ai suddetti due.
Uno di questi, al centro della presente riflessione, è quello delle Aree Interne.
Parlare di Aree Interne significa riferirsi ad una realtà tanto complessa quanto trasversale; ad una nozione capace di superare una visione dicotomica, costante del dibattito politico.
Le Aree Interne si riferiscono a tutti quei territori accomunati da processi di spopolamento, invecchiamento della popolazione e carenza di Welfare.
La nozione, però, si riferisce ad un livello d’analisi spaziale; pertanto, la caratteristica alla base di tutti questi processi è – essenzialmente -, la distanza dai principali poli economici regionali: in un contesto macro-economico neoliberale, ad essere in concorrenza tra loro non sono solamente le persone, ma anche i territori stessi: tutti i processi in atto sono in prima istanza dovuti alla richiesta di manodopera che ha spinto i più a lasciare i propri territori d’origine per avvicinarsi allo stipendio.
Il meccanismo è piuttosto semplice: alcuni territori, per la propria connotazione geografica e morfologica, hanno perso attrattività economica: le imprese private non trovano conveniente investirvi, le opportunità lavorative calano e con esse anche la popolazione residente. Dal 1951 ad oggi, i comuni attinenti a questa classificazione hanno perso 1,4 milioni di abitanti (-9,6%); dal 2023 ad oggi, invece, con un saldo nazionale praticamente pari, i presenti territori hanno perso ulteriori unità, circa 24 mila (-0,2%).
La questione, oltre ad avere un impatto concreto nella vita delle persone, presenta un’importante connotazione politica; come i comprovati casi dell’elezione di Trump nel 2016 e della Brexit dimostrano: proprio quei territori abbandonati dalle istituzioni sono stati le enclavi di queste due vittorie, a posteriori, rivedibili. Anche perché, riprendendo il binomio sicurezza-immigrazione, al contrario di quanto si possa immaginare, sono proprio questi territori, e non i centri urbani!, a presentare una concentrazione significativamente più alta di cittadini stranieri provenienti da Romania e Marocco; ed un’incidenza maggiore di tunisini, indiani e nigeriani. Gli unici cittadini extra-comunitari che sono meno presenti in questi territori, rispetto che a quelli urbani o di cintura sono i cinesi; pertanto, affrontare i reali problemi delle aree interne - non di certo l’immigrazione, che ha il merito di contrastare i fenomeni di spopolamento e invecchiamento della popolazione -, significherebbe imporsi ad una narrazione xenofoba che, in territori con le presenti caratteristiche, potrebbe avere grande risonanza.
Parlare di Aree Interne, infine, consentirebbe di affacciarsi con forza ad una platea, secondo ISTAT, di circa 13,3 milioni di persone (delle quali 7 nel solo Mezzogiorno); ovvero, il 22,6% dell’intera popolazione, distribuita su circa 4000 comuni (48,6% del totale) che occupano il 58,8% del territorio nazionale.
Allora perché - in un contesto in cui l’astensione elettorale è la scelta più diffusa - se ne parla così poco?
In primo luogo, l’argomento è veramente ostico. Intervenire sulle Aree Interne significherebbe, innanzitutto, riformare l’intero assetto burocratico-istituzionale nazionale: un’infinita quantità di comuni le cui ridotte dimensioni non permettono di avere né una classe politica giovane e preparata, né la forza di portare istanze comuni con massa critica sufficiente a livelli politici superiori. In questa direzione, era stata pensata la duplice soluzione unioni-fusioni intercomunali; strumenti poco applicati e, anche nelle regioni più virtuose in tal senso, utilizzati prevalentemente per raggiungere economie di scala sufficienti ad una gestione ottimizzata di servizi pubblici essenziali, come quelli idrico, di raccolta dei rifiuti o di gestione del catasto: tutte questioni fondamentali che però non concernono la programmazione politica in quanto visione di sviluppo territoriale comune, in toto. Ed è proprio questo che servirebbe quando si tratta di rendere nuovamente attrattivo un territorio. C’è infine da chiedersi, in merito, se la stessa classe dirigente nazionale, non abbia qualche interesse in comune con i cosiddetti rentiers; ovvero, quelle classi dirigenti locali che, secondo Fabrizio Barca, già Ministro per la coesione territoriale, si oppongono al cambiamento di «interi territori bloccati in una trappola di sottosviluppo, distribuendo qua e là un po’ di risorse per mantenere il consenso, ma impedendo di fatto la crescita di forze e intelligenze nuove, capaci di dare una prospettiva di rilancio».
La seconda motivazione è, invece, prettamente comunicativa. Senza voler pensar male in riferimento ad un ipotetico interesse comune ai già citati rentiers; questa motivazione assume valore anche perché, tra le file del centrosinistra, siede, per l’appunto, Fabrizio Barca, che sullo sviluppo tecnico delle Aree Interne ha praticamente costruito una carriera; nonché, uno degli interventi più incisivi offerto in questa direzione dalla classe politica nazionale: la Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI).
Comunicativamente parlando, esistono due tipi di frame, tagli narrativi, attraverso i quali esporre un fatto: il frame disposizionale e il frame sistemico. Il primo si concentra su un racconto prettamente individuale della vicenda, centrando la pancia dell’ascoltatore; mentre il secondo, come il nome suggerisce, tende a inserire il fatto all’interno del contesto in cui è avvenuto.
Alcuni episodi, come - tornando sempre al binomio introduttivo sicurezza-immigrazione -, l’aggressione da parte di un immigrato, possono essere descritti attraverso ambo i tagli; anche se è evidente che uno funzioni meglio degli altri, sfruttando la connessione emotiva creatasi con l’ascoltatore. Altri fatti, invece, come quelli inerenti al tema Aree Interne, ma anche, banalmente, alla politica industriale, consentono solamente un tipo di narrazione; quella più complessa e meno incisiva, quella sistemica.
Se nell’ambito sicurezza-immigrazione la scelta verso una specifica modalità comunicativa si spiega (senza approfondire il tema dell’indipendenza della stampa italiana), da lato politico, in quanto fruttuosa in termini elettorali e in termini mediatici, in quanto fruttuosa in termini d’ascolti (per lo stesso principio per cui il caso Garlasco rimbalza in tutti i talk show da quasi vent’anni); nell’ambito aree-interne, non vi è alcun interesse da nessuna delle parti di intraprendere la discussione. È proprio qui che nasce la provocazione: perché non tentare? Perché, invece che concentrarsi su temi rispetto ai quali si ha in partenza uno svantaggio comunicativo, non se ne scelgono altri che coinvolgono un’ampia popolazione e su cui si ha la possibilità di creare, praticamente da zero, il campo di battaglia?
La provocazione viene lanciata al centrosinistra perché, ad oggi, nonostante i primi veri tentennii del Governo Meloni (grazie comunque all’entrata in scena del Generale Vannacci, di certo non il nuovo Berlinguer), l’opposizione pare navigare in acque confuse, combattendo battaglie invincibili, su campi impercorribili.
Certo, lo abbiamo capito: il tema è ostico, ma se l’elezione di Mamdani - primo democratico socialista alla guida di New York -, ci ha insegnato qualcosa, è che per quanto un messaggio possa apparire difficile da comunicare, se lo si fa bene, sfruttando gli strumenti nel modo corretto, con caparbietà e convinzione, allora nulla è impossibile. Il tema sta emergendo, come parte della campagna dei Giovani Democratici, “Paese Reale”, dimostra. Nonostante il buon auspicio, l’approccio è, però, ancora piuttosto timido. C’è molto altro da fare.
Ricordiamocelo, poi. Al di là di questioni elettorali, stiamo parlando della vera anima del nostro paese, di luoghi in cui la nostra vera essenza sta cercando disperatamente di sopravvivere. Stiamo parlando della vita di 13 milioni di persone che si meritano sacrosanta attenzione.
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