Premessa
Del caso Ranucci si parla da un po’, ma una cosa è chiara: le informazioni viaggiano lungo un pericolosissimo binomio, verità-bugia, diviso da uno strettissimo filo di convenienza politica. Per questo è importante fare chiarezza, attenersi ai fatti rilevanti e, solo successivamente, formulare un nostro giudizio personale.
L’attentato e le intercettazioni
Per comprendere al meglio il caso di Sigfrido Ranucci è doveroso riavvolgere il nastro e ricomporre un puzzle complesso, evitando di lasciarci trascinare da antipatie o simpatie per il personaggio.
Tutto parte il 16 ottobre 2025, quando un ordigno viene fatto esplodere sotto casa di Sigfrido Ranucci, a Pomezia, in provincia di Roma. La deflagrazione distrugge l’auto del giornalista e quella della figlia. Le indagini scattano subito, ma la prima vera svolta arriva a fine giugno 2026: quattro persone vengono arrestate nell’Avellinese, accusate di essere gli esecutori materiali dell’attentato, dopo essere state intercettate.
All’inizio di luglio 2026 i sospetti sul mandante cominciano a ricadere su Valter Lavitola, amico di vecchia data di Ranucci. Lavitola viene iscritto nel registro degli indagati e si avvale della facoltà di non rispondere. Ad alimentare questa ipotesi contribuisce la confessione resa il 12 agosto 2026 da Valter Lavitola, che afferma di aver agito per fare un favore al giornalista e accrescere così il livello della sua scorta.
Ciò che rende il caso paradossale è il movente che il GIP (Giudice per le indagini preliminari) avrebbe inizialmente formulato: Lavitola avrebbe agito non per intimidire Ranucci, ma per accrescerne la risonanza mediatica e la scorta, con l’obiettivo di “lanciarlo” in politica. L’obiettivo di Lavitola, quindi, sarebbe stato quello di aiutare l’amico simulando un attentato che, accrescendone la popolarità e la protezione, lo avrebbe favorito in vista di una possibile carriera politica.
A comporre un quadro particolarmente insolito contribuiscono le intercettazioni emerse a fine luglio, nelle quali Lavitola avrebbe scritto più volte in chat a Ranucci:
“Diventerai premier fra due anni, ti serve più scorta”.
Ancora più discussa è l’intercettazione relativa al giorno della perquisizione a casa di Lavitola: dai tabulati, Ranucci sarebbe risultato in contatto costante con Lavitola, arrivando anche, secondo la ricostruzione emersa, a consigliargli un alibi. Se in un primo momento il GIP ha ritenuto plausibile lo scenario descritto, con il passare delle ore le dichiarazioni di Lavitola sembrano essere diventate sempre più lacunose e inverosimili. Le sue parole sono state definite
“fumose e prive di qualsivoglia indicazione concreta”.
Da questo punto, il GIP, riformulando la propria tesi iniziale, sospetta che la confessione di Lavitola possa essere soltanto un modo per ottenere gli arresti domiciliari e fuggire all’estero. La richiesta di ottenere gli arresti domiciliari è stata infatti respinta dal giudice proprio per il rischio di fuga. Un elemento che potrebbe alimentare questo sospetto è il biglietto per Addis Abeba ritrovato in tasca a Lavitola; il suo legale ha giustificato il possesso del biglietto sostenendo che il suo assistito fosse atteso a una conferenza di servizi in Africa.
Un punto fondamentale della vicenda riguarda il mancato coinvolgimento di Ranucci: dalle carte del GIP, il giornalista risulterebbe estraneo al presunto piano messo in atto da Lavitola.
Ranucci resta, quindi, la vittima dell’attentato.
Rilevanti sono anche le posizioni assunte da Sigfrido Ranucci e dalla Rai. Il giornalista, da giorni, non rilascia dichiarazioni e manifesta incredulità per la situazione creatasi, mentre in Rai il malcontento cresce. Il danno d’immagine rischia di avere contorni non indifferenti e parte della Rai chiede a gran voce la sospensione.
Ciò che lascia perplessi è la poca chiarezza delle informazioni e la foga con cui si è arrivati a formulare giudizi. La ricostruzione, per certi versi paradossale e fantasiosa, ha portato al più classico degli scontri politici, con esponenti della maggioranza che chiedono a gran voce la sospensione del giornalista dalla Rai. Quest’ultima ha già agito, annullando la programmazione delle repliche estive del programma Report. Insomma, pare sia cominciata una vera e propria gogna mediatica, basata sulle intercettazioni — fatalità, in questo caso lecite e non criticate — nei confronti di un giornalista che, secondo questa ricostruzione, si sarebbe danneggiato da solo.
Che la confessione di Lavitola possa in realtà “risolvere” un solo problema, sotto due profili diversi:
1) la scomodità evidente di un personaggio come Sigfrido Ranucci;
2) il possibile occultamento del vero mandante e del vero movente, che fin dall’inizio sembravano coincidere con una matrice camorristica.
Chi è Valter Lavitola
Classe 1966, nasce a Salerno e, nella sua formazione professionale, lavora come giornalista ed editore. Nel corso della sua carriera costruisce una fitta rete di rapporti con il mondo della politica e dell’imprenditoria, guidando la rinascita dello storico quotidiano L’Avanti. L’arresto per l’attentato a Ranucci non è la prima volta in cui Lavitola viene coinvolto in un caso giudiziario:
• nel 2012 patteggia una pena di 3 anni e 8 mesi nell’inchiesta sui finanziamenti pubblici ottenuti dall’Avanti;
• nel 2013 viene condannato a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi.
Tra Sinistra e Destra a rimetterci è Ranucci
Lavitola, Schlein e Salvini: la guerra politica finisce con un solo sconfitto, Ranucci. Da simbolo della libertà di stampa a uomo da cacciare: un paradosso. In realtà, tutte queste considerazioni mettono in rilievo una prassi costante che caratterizza fortemente il nostro Paese: un’informazione controversa, ombrosa e ben lontana dalla chiarezza di cui dovrebbe servirsi. Questa querelle populista mostra l’ossessione delle due parti politiche nell’attaccarsi a qualsiasi mezzo, soprattutto a quello dell’informazione, pur di ottenere consenso. Elly Schlein attacca il governo dopo l’attentato dichiarando che con la destra la governo la libertà di stampa è in pericolo; Salvini attacca l’opposizione e chiede la sospensione del giornalista. Tutto ciò ha portato a una gogna mediatica nei confronti di un giornalista che lavora da anni nell’ambito delle inchieste e che, solo nove mesi fa, si è visto esplodere due bombe sotto la propria abitazione. Il punto focale della questione è la tutela del giornalismo e della libertà di stampa nel nostro Paese.
Sigfrido Ranucci ha le spalle larghe e un giornalista della sua caratura non cadrà certamente nell’anonimato; ma un giornalista meno affermato, che fine farebbe?
Il filo rosso della verità scomoda
Come fu per il Falcone, anche per il giornalista il dibattito smette di concentrarsi sulle verità emerse e si sposta sulla credibilità e sulla figura di chi le porta alla luce. È un classico meccanismo di delegittimazione: non si discute di chi viene denunciato, ma di chi denuncia.
Ma l’analogia più interessante riguarda la politica: in entrambi i casi essa si appropria della vicenda. Falcone è il simbolo della continua lotta tra potere e legalità, mentre Ranucci è un simbolo conteso nel confronto politico: chi lo difende lo utilizza come simbolo della libertà di stampa, mentre chi lo attacca lo trasforma nel simbolo di chi fa giornalismo controcorrente.
Ma quando un individuo diventa un simbolo, la sua vicenda personale finisce per essere subordinata alla battaglia politica che gli altri combattono intorno a lui. E la sua posizione professionale viene travolta da uno tsunami politico che ha ben poco a che fare con l’informazione.
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