mercoledì 23 settembre 2026

Lia Pipitone: La Colpa di Essere Libera

Parlare di Rosalia (Lia) Pipitone a 43 anni dalla sua morte ci mette davanti alla cruda realtà dei fatti: per anni la mentalitá omertosa ha condizionato il nostro paese e continua a farlo. Ma la storia di Lia è particolare sotto diversi aspetti e merita di essere raccontata nella rubrica grandi italiane: quando abbiamo ideato questa “collana” di articoli l’idea era quella di raccontare le personalità che hanno lasciato un segno, fornito insegnamenti per le società del futuro e combattuto per i concetti di libertà e giustizia.

Le personalità affrontate finora hanno rappresentato il dialogo, la lungimiranza, l’impegno femminile in politica, l’indipendenza. Oggi invece parliamo di libertà. 

Libertà di vivere e di scegliere come farlo. Lia Pipitone chiedeva solamente una vita libera. 

Nasce a Palermo in una famiglia mafiosa dell’Acquasanta, un quartiere popolare della città siciliana.  Il padre, Antonino Pipitone, è il boss del quartiere, vicino all’ala corleonese formata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. A 10 anni la madre di Lia muore e i responsabili della sua crescita diventano le zie e il padre: il destino sembrava segnato.

IL SENSO DI RIBELLIONE E IL CODICE DI COSA NOSTRA

Nascere nel contesto mafioso siciliano degli anni 80 rappresentava una vero e proprio “marchio”: la mentalità che Cosa Nostra si portava dietro si basava su valori assimilabili al feudalesimo. L’organizzazione era improntata sulla fedeltà, sull’onore, sul rispetto; la parola “libertà” non era contemplata e Lia se ne rende conto durante la sua adolescenza.

Il padre mafioso vuole una donna pronta a maritarsi, ma Lia ha altri progetti per sé, vuole studiare e togliersi l’onta del nome che porta. Frequenta il liceo artistico e si innamora di un ragazzo, Gero, con cui fugge da Palermo e dal padre. Lontano dalla città natale Gero e Lia si sposano ma le loro condizioni economiche precarie e le difficoltà li portano a tornare a Palermo dove Antonino Pipitone ritrovandoli, li costringe con forza a sottostare alle sue condizioni imposte.

Nella Palermo ormai vicina alla seconda guerra di mafia nasce suo figlio Alessio: l’obiettivo di Lia è di allontanarlo fin da subito dall’ambiente tossico che reputava un maschio l’essere ideale per la continuità dell’attività mafiosa.

La ragazza non è di certo arrendevole e non sopporta l’ingiustizia di una vita chiusa in una bolla né per sé né per suo figlio. Contesta pubblicamente il padre e intanto il suo amore con Gero finisce un altro potente smacco a Cosa Nostra e ai suoi “valori”: La sola scelta libera di sposare un uomo non imposto dalla famiglia rappresentava un  fatto dissacrante e quella conseguente di separarsi dall’uomo stesso rese il fatto ancora più inaccettabile.

La donna, nella mentalità Mafiosa, era vittima dell’architettura  patriarcale e il suo compito era solamente quello di essere fedele all’uomo che la sottometteva, senza poter lavorare o coltivare passioni. Una vita intera al servizio degli uomini “d’onore”. Nel contesto in cui è cresciuta Lia una donna non aveva il diritto di decidere autonomamente di interrompere un matrimonio indipendentemente dal fatto che quel matrimonio fosse stato imposto oppure ,come nel suo caso, fosse stato frutto di una sua scelta.

Ma il vero problema si configuró quando venne sospettata di frequentare un altro uomo: infatti Lia, limitata nelle uscite e sorvegliata dagli affiliati del clan di suo padre, comincia a frequentarsi con un lontano cugino Simone di Trapani che presto diventa suo migliore amico. 

Immaginate in un piccolo quartiere come l’Arenella, dove una voce diventa verità: si mormora che Simone e Lia abbiano una relazione extraconiugale.

“SE MUOIO, SOPRAVVIVIMI”

E ciò, insieme all’idea di Lia di preservare suo figlio Alessio unico erede al “trono”, diventa un pretesto per un’azione nei confronti di Lia che inevitabilmente avviene il 23 settembre di 43 anni fa: mentre la ragazza si trova in un negozio in cui si reca spesso, due uomini entrano e sparano fingendo una rapina ma uccidono Lia con dei colpi di pistola. La rapina era solo una scusa ripugnante: l’obiettivo era Lia. Il giorno dopo anche Simone di Trapani viene trovato morto: inizialmente si pensa ad un suicidio ma grazie alle testimonianze di diversi collaboratori di giustizia si arrivó alla verità definitiva del suicidio inscenato, con due uomini che lo scaraventarono dal quarto piano di un palazzo.

La vicenda di Lia cade nel vuoto, come d’altronde diverse storie simili: solo nel 2012, a seguito delle testimonianze di collaboratori di giustizia ricostruite dal figlio Alessio nel suo libro “ se muoio, sopravvivimi”, le indagini vengono riaperte.

A giugno 2020 la condanna a 30 anni per Vincenzo Galatolo e Nino Madonia venne confermata: fu quest’ultimo, secondo le ricostruzioni, a convocare il padre di Lia per informarlo dell’imminente esecuzione.

Ma il paradosso che segna in modo indelebile la storia di Lia riguarda il suo riconoscimento: Lia non viene riconosciuta dallo Stato Italiano come una vittima innocente di mafia. Il motivo è beffardo e riguarda proprio la sua tanto odiata origine: Il mancato riconoscimento è dovuto all’essere figlia di un mafioso.

Il suo legame di sangue pesa ancora oggi sul suo ricordo.

OGGI COME ALLORA: IL CORAGGIO DI ESSERE LIBERE

Nel quarantesimo anniversario dalla sua morte, nel 2023, sono stati piantati due alberi e una panchina rossa in memoria di Lia. Anche in Via Papa Sergio, luogo dell’omicidio, è stata installata una mattonella commemorativa.

Ma il gesto più importante non è di certo una targa: è come la ricordiamo, come cerchiamo di custodire la sua storia.

Quanta libertà siamo disposti a difendere ancora oggi? Quando Lia è stata uccisa aveva 25 anni, era una mia coetanea. Una giovane donna a cui non è stato permesso di scegliere e di vivere.  Scegliere di essere liberi non è mai una colpa.

La libertà di una donna non dovrebbe mai essere considerata un disonore. 

Ma che cos'è l’onore?

Mi piace citare una frase di Giovanni Falcone che disse a Tommaso Buscetta prima di entrare e testimoniare nel maxi processo. Il giudice si rivolse al pentito affermando

“Lei Buscetta sta facendo una cosa complicata: sta difendendo il suo onore perdendolo. Non è più uomo d’onore: oggi è solo un uomo e questo è più difficile mi creda”.

Siate liberi e libere, lo dobbiamo a Lia.

Per comprendere e ricordare da vicino la storia di Lia abbiamo chiesto a suo figlio Alessio Cordaro di poterci dare un contributo: Alessio è in prima linea nell’attivismo contro la mafia, politicamente e socialmente. Nelle 4 domande a cui ci ha risposto si percepisce la grande voglia di Alessio di mettersi al servizio della persona che le ha cambiato la vita: la mamma.

Che effetto le ha fatto il suicidio di Denise Cosco? Secondo lei quanto il peso della memoria, del trauma e della responsabilità di raccontare la storia dei propri genitori può condizionare la vita di chi rimane?

La notizia della morte di Denise mi ha colpito profondamente. Forse ancora di più perché, pur nella diversità delle nostre storie, mi sono trovato davanti a una ragazza che ha dovuto convivere con un'eredità che non aveva scelto. Io non posso sapere cosa abbia attraversato Denise. Quello che però conosco è il peso che può avere crescere dentro una storia più grande di te, una storia che non hai scelto ma della quale, inevitabilmente, diventi parte. Per molti anni ho avuto la sensazione che la storia di mia madre fosse qualcosa che dovevo necessariamente ricostruire, capire e raccontare. Poi ho capito che raccontarla non significa soltanto parlare di chi non c'è più. Significa anche fare i conti con ciò che quella storia ha lasciato dentro di te. Io non ho scelto la storia dalla quale provengo. Ho scelto cosa farne. La memoria può essere una responsabilità, ma non deve diventare una condanna.  

Quali potrebbero essere gli strumenti giusti per permettere a più persone di trovare il coraggio di ribellarsi al sistema mafioso? Quanto è importante l’ausilio dello Stato con i sistemi di protezione dei testimoni e dei pentiti?

Lo Stato deve certamente garantire protezione a chi decide di rompere con un sistema mafioso, perché chiedere a una persona di ribellarsi senza offrirle concretamente sicurezza significa lasciarla sola proprio nel momento in cui compie la scelta più difficile. Bisogna creare le condizioni perché una persona possa ricominciare a vivere. Servono scuola, lavoro, autonomia economica, sostegno psicologico e sociale. Perché ribellarsi alla mafia significa spesso perdere una parte del proprio mondo, delle proprie relazioni e delle proprie sicurezze. E poi c'è un altro aspetto fondamentale, la cultura. Una persona deve poter conoscere un'alternativa prima ancora di avere la forza di sceglierla. Per questo credo molto nel lavoro nelle scuole e con i giovani. Raccontare le storie di chi ha detto “no” serve anche a far capire che quel “no” è possibile. La mafia prospera dove la libertà sembra impossibile. Noi dobbiamo dimostrare che non è così.

Cosa vuole portare col suo impegno in politica? Quanto è importante trasformare la memoria delle vittime di mafia in un impegno concreto nelle istituzioni e nella società civile odierna?

Il mio impegno politico nasce proprio dalla convinzione che la memoria, da sola, non basti. Ricordare Lia, raccontare la sua storia, parlare nelle scuole, partecipare alle iniziative antimafia sono tutte cose importanti. Ma se la memoria non produce un cambiamento nel presente rischia di diventare soltanto una celebrazione. Io vorrei portare nelle istituzioni una cosa molto semplice da dire, ma molto difficile da praticare, la legalità come pratica quotidiana. Trasparenza, rispetto delle regole, attenzione ai beni confiscati, sostegno a chi denuncia, vicinanza alle persone più fragili. Sono temi che possono sembrare lontani dalla memoria delle vittime di mafia, ma in realtà ne rappresentano la prosecuzione naturale. Per me ricordare Lia significa anche chiedersi ogni giorno cosa possiamo fare perché un'altra Lia non debba più trovarsi nella condizione di dover scegliere tra la propria libertà e la propria vita. Questo, secondo me, è il passaggio dalla memoria all'impegno.

Su sua madre: al di là della figura che tutti conosciamo qual è l’aspetto di Lia che vorrebbe che tutti conoscessero e che nessun libro, articolo riuscirà mai a raccontare fino in fondo?

Questa è forse la domanda più difficile. Perché tutti conoscono Lia attraverso quello che è successo a lei. Vorrei che le persone riuscissero a vedere, dietro il simbolo, una ragazza. Lia rideva, aveva i suoi difetti, i suoi desideri, le sue fragilità, aveva voglia di vivere. Era una donna che cercava semplicemente di costruirsi la propria vita. Credo che a volte, quando raccontiamo le vittime di mafia, rischiamo involontariamente di trasformarle in monumenti. E un monumento non può più essere contraddittorio, non può sbagliare, non può avere paure, non può ridere. Ma forse è proprio questo che mi spinge ancora oggi a raccontarla. Perché non voglio che venga ricordata soltanto per il modo in cui è morta. Voglio che venga ricordata soprattutto per il modo in cui aveva scelto di vivere

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