mercoledì 16 settembre 2026

Look Around Washington, You Are All Alone

La guerra in Iran, il petrolio venezuelano, la crisi del petrodollaro e l’ombra saudita

Tutti gli imperi crollano, è fisiologico, non ne esiste uno che abbia resistito al giudizio del tempo che scorre; e i quattro fattori sopra elencati sono tutti parte della stessa trama di decadimento.

Venezuela

Il 3 gennaio 2026 gli States lanciano un'invasione lampo del Venezuela, sequestrano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e instaurano il governo di Delcy Rodriguez; la motivazione è semplice: l’oro nero.

Quasi 8 mesi dopo, in un battito di ciglia, Donald Trump annuncia su X che verrà creata una joint venture, dato che gli States non hanno un’azienda petrolifera statale e quindi dovranno coinvolgere i privati, che gestirà circa ⅕ della riserva di barili di petrolio venezuelani, ossia circa 65 miliardi su 303. Questa joint venture, in termini di riserve, sarebbe seconda solo a Saudi Aramco a livello globale, e secondo alcune indiscrezioni si parla di diritti di sfruttamento centenari.

Come potrete ben immaginare, oggi il Venezuela è il secondo fornitore di greggio per gli Stati Uniti, le importazioni USA di petrolio venezuelano nel 2026 sono più che quadruplicate.

Ma “non è tutto oro ciò che luccica”: quasi 40 miliardi di dollari necessari per ricostruire solo le infrastrutture di base, inflazione che viaggia su picchi del 575% e produzione petrolifera più che dimezzata: da 3.3 a 1.25 milioni di barili al giorno.

Un’analisi del CES Intelligence inquadra chiaramente la situazione: Gli Stati Uniti hanno rimosso la testa dello stato ma non hanno installato un successore, non hanno smantellato l'apparato di sicurezza chavista, non hanno riformato la governance di PDVSA e non hanno stabilito un percorso costituzionale verso elezioni. Il Venezuela è uno stato zombie che priorizza la sopravvivenza del regime rispetto alla transizione democratica”.

Il rischio di insurrezione è plausibile: l’invasione è stata condannata a livello globale come “aperta violazione del diritto internazionale” e i chavisti, con il supporto nell’ombra dell’intelligence russa e iraniana, potrebbero compattarsi ed insorgere.

Il pantano di Hormuz

Dal 28 febbraio 2026, giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno lanciato il primo attacco contro l’Iran, il Presidente Donald J. Trump ha dichiarato circa 66 volte di aver portato a termine la guerra.

“Una piccola incursione”, “4 settimane massimo”.

Ad oggi, si può apertamente parlare di uno stallo logorante, dato che l’Iran non si è arreso, gli arsenali non hanno subito quantità catastrofiche di danni come annunciato da POTUS e il traffico ad Hormuz è ancora compromeeso.

Le stime già parlano di 10.000 morti e altrettanti feriti per gli iraniani e secondo il Defense Casualty System del Pentagono ci sono 18 KIA (killed in action) e 757 feriti nei ranghi statunitensi. 

Il rial è collassato e l’Iran ha perso circa 6 miliardi di dollari di mancati introiti petroliferi.

Trump ha perso circa 7 punti percentuali di approvazione, passando dal 40% al 33%, il prezzo della benzina sale e le promesse si infrangono.

Teheran non può essere piegata militarmente: subentrano sanzioni e blocco navale, ma l’Iran “è ancora in piedi” e le divisioni interne a Washington sono sempre più accentuate.

Il preoccupante ruolo dei Sauditi

Troppo poco spesso si sente parlare del ruolo che Riad gioca nei rapporti di forza con gli Stati Uniti; una forma di dipendenza reciproca, che sembra star allontanandosi sempre di più dalla sua forma originaria.

Luglio 2026, per la prima volta in più di 40 anni, gli Stati Uniti non importano nemmeno un singolo barile di petrolio saudita per l’intero mese; il motivo è semplice: il Venezuela.

Quindi ora la domanda è: “Gli Stati Uniti possono permettersi questo divorzio?”

A giugno ‘26 i Sauditi detenevano 142,5 miliardi di dollari in Treasury bonds americani, il diciassettesimo creditore globale, poco da scherzare.

Sul piano militare, inoltre, Riad ha rifiutato la richiesta di utilizzare il proprio territorio per il lancio di attacchi contro l’Iran e continua a tenere i canali di comunicazione con Teheran aperti; tutto questo, nonostante gli attacchi a basi come quella di Prince Sultan e il giacimento di Shaybah.

I sauditi però partecipano a operazioni contro milizie filo-iraniane in Iraq e guidano una coalizione nel Mar Rosso per proteggere la navigazione commerciale e le rotte energetiche nel Golfo di Aden.

Permettendo così a Riad di capitalizzare su tutti i fronti possibili, facendo anche da middleman tra i paesi del Golfo e gli Stati Uniti per la vendita di armi, con un conto che è schizzato da 9 miliardi di dollari di vendite nel 2025 a 41 nei primi sei mesi del 2026; ovviamente i sauditi stessi risultano tra gli acquirenti, stabilendo così un’interdipendenza strategica con gli Stati Uniti.

Basta soffermarsi un momento sullo scacchiere geopolitico per chiedersi: “ma ai sauditi questa guerra dispiace così tanto?”... “No”.

Teheran è considerata la minaccia principale dalle monarchie del Golfo, data la rivoluzione del ‘79 che ha rovesciato il modello monarchico e le profonde differenze tra sunniti e sciiti; inoltre, il “pantano di Hormuz” ha già portato l’indebolimento dell’Iran sul piano militare, ha affossato le entrate del petrolio di Teheran e ha reso più semplice il monitoraggio dei proxy iraniani: siamo sicuri che solo Israele e Stati Uniti abbiano voluto questa guerra?

Gli States apprezzano il denaro saudita, i Sauditi apprezzano la protezione statunitense e gli extra-profitti petroliferi fatti a spese dell’Iran.

Il risultato è un’alleanza che sembra sempre più una transazione: gli Stati Uniti vendono sicurezza a prezzo di bilancio e isolamento diplomatico crescente; i Sauditi comprano autonomia, influenza e, forse, la garanzia che, quando la polvere si poserà, l’Iran sarà abbastanza debole da non dettare legge, ma abbastanza vivo da giustificare, ancora a lungo, la necessità di armi, basi e protezione americana.

La sicurezza a stelle e strisce però, non è più garanzia di pace

Per decine di anni lo Zio Sam ha garantito, con le sue imponenti risorse militari, che il petrolio saudita potesse raggiungere tranquillamente i mercati globali: la celeberrima Quinta Flotta statunitense ha svolto per anni un ruolo cruciale nel rendere sicuro il traffico del petrolio saudita attraverso gli Stretti.

L'11 settembre 2026 però, in una sfortunata serie di eventi che continuano a minare il mito della protezione statunitense, gli Houthi, dopo un’offensiva di appena 18 ore, hanno preso il controllo dell’intera costa yemenita che si affaccia sul Mar Rosso e dell’Isola di Mayyun, che si trova esattamente al centro dello Stretto di Bab el-Mandeb, dove vi ricordiamo che transita circa il 10% del commercio globale di petrolio e da dove passano circa 3.6 milioni di barili diretti in Europa ogni giorno.

Secondo diverse fonti le forze governative yemenite, sostenute da Ryiad, sono fuggite senza quasi sparare un colpo dalla cittadina di Dhubab e dal villaggio di Murad, lasciando così il controllo della “seconda valvola di sfogo” globale per il transito di petrolio e GNL in mano agli Houthi.

Con questa ciliegina sulla torta, ad oggi, circa ⅓ del commercio marittimo globale passa attraverso rotte non controllate da Washington; per Bab el-Mandeb ed Hormuz si stima che passi circa il 30% del petrolio trasportato via mare.

L'attuale offensiva su Bab el-Mandeb lascia intendere che, archiviata la fase degli attacchi mordi e fuggi alle petroliere, gli Houthi puntano ora a un controllo territoriale diretto dello stretto, replicando consapevolmente la logica del blocco iraniano di Hormuz.

Con il Brent sopra i 100 dollari a barile e la produzione saudita ai minimi storici dal 1990, i paesi del Golfo stanno iniziando a vivere la disillusione dalla promessa di sicurezza dello Zio Sam.

Il lento ed inesorabile sgretolamento del petrodollaro

L'Arabia Saudita ha lasciato scadere silenziosamente il patto del petrodollaro nel giugno 2024. Da allora i sauditi vendono circa il 22% del greggio alla Cina in yuan; i contratti Brent in yuan sono al 24% dei volumi; i BRICS+ regolano il 67% del commercio intra-blocco in valute locali; la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa al 56-57%, dal 72% del 2000. Il dollaro resta dominante (58% del commercio globale, 88% del forex) ma la tendenza è strutturale e probabilmente irreversibile.

Europa, l’ultimo baluardo

Le tabelle delle nostre fonti energetiche ci forniscono un quadro paradossale:

  1. Nel 2021, il gas russo rappresentava il 50% dell’import UE, nel 2026 il 12%

  2. Petrolio e gas iraniano, per ovvie ragioni, inaccessibili

  3. Produzione saudita ai minimi storici dal 1990, rotte di commercio compromesse

  4. Nel primo trimestre 2026, gli Stati Uniti hanno coperto il 63% dell’import UE di GNL; secondo le proiezioni la quota potrebbe toccare l’80% entro il 2029

  5. La Germania, “motore d’Europa”, nel primo trimestre 2026 ha importato l’89% del suo GNL dagli USA

  6. Tra 2021 e 2025 l’UE ha più che triplicato l’import di gas USA

  7. Vige un accordo commerciale transatlantico da 750 miliardi di dollari tra l’UE e  l'attore più esposto e più aggressivo nelle crisi che stanno destabilizzando le altre fonti alternative (Venezuela, Iran, Arabia Saudita)

Il pattern è evidente, siamo sempre più dipendenti dagli Stati Uniti e non potrà mai essere una relazione tra pari, il mondo brucia e le fonti scarseggiano: un alleato dovrebbe venirci incontro ed aiutarci, invece ci rivende il GNL a prezzo maggiorato.

L'Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) si esprime così sulla situazione: “l'Europa scambia una dipendenza con un'altra"

Mentre Washington destabilizza tutte le alternative energetiche sul tavolo, l'Europa resta tra i pochi attori che continuano a foraggiare il proprio carnefice.

Che fare, allora?

Negli ultimi vent’anni non c’è stato momento più favorevole per spingere un allentamento della presa di Washington sull’Europa: gli Stati Uniti hanno bisogno delle nazioni europee, hanno bisogno della domanda commerciale europea e soprattutto della credibilità internazionale che da sempre conferiamo allo Zio Sam.

Invece di limitarci a diversificare passivamente il nostro approvvigionamento, sostituendo un fornitore con un altro, dovremmo utilizzare la nostra leva negoziale per ottenere: 

  1. clausole di prezzo più eque

  2. diversificazione reale verso Qatar, Algeria e rigassificatori propri

  3. investimenti accelerati su rinnovabili e nucleare per erodere la leva contrattuale americana nel medio periodo

  4. una postura negoziale che sfrutti apertamente la debolezza politica interna di Trump (sceso dal 40% al 33% di approvazione proprio per colpa del pantano iraniano)

  5. condizioni migliori sui dazi, sulla difesa comune e sulla stessa sicurezza energetica

È il momento, per l'Europa, di comportarsi da attore geopolitico autonomo e non da cliente riconoscente: tenere gli Stati Uniti sotto pressione negoziale costante, invece di limitarsi a subire passivamente l'ennesimo cambio di padrone energetico.

Un impero che resta solo

La visione che il mondo aveva degli Stati Uniti, è morta.

Washington utilizza strumenti come forza militare e sanzioni per affrontare la lenta ed inesorabile fine della propria egemonia; ed in un mondo di apparenze, quella di Washington è crollata.

Questa guerra con l’Iran potrebbe essere l'ultima, costosissima illusione di un impero sempre più solo.

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