Nel 2020 il filosofo coreano Byung-Chul Han ha pubblicato La scomparsa dei riti, un saggio breve e tagliente in cui sostiene che la modernità ha eliminato le pratiche simboliche che rendevano possibile la vita comune. Al loro posto sono subentrati il consumo, la comunicazione digitale, la competizione e il narcisismo. Il risultato è una società in cui si comunica moltissimo ma si costruiscono sempre meno legami autentici. L'individuo vive rinchiuso nel proprio io, incapace di aprirsi all'altro.
Han si rifà al concetto sociologico di risonanza: quel rapporto vivo e autentico con il mondo in cui ci lasciamo toccare da qualcosa di esterno a noi e rispondiamo ad esso. Una relazione reciproca, in cui il soggetto non controlla il mondo ma dialoga con esso, con le altre persone, con i luoghi, con la comunità. Quando questa risonanza viene meno, scrive Han, arrivano l'isolamento, il vuoto esistenziale, la depressione.
Leggendo Han, non ho potuto fare a meno di pensare a ciò che sta accadendo nelle nostre città. Perché i terzi luoghi — quei bar di quartiere, circoli, biblioteche, spazi culturali indipendenti che stiamo perdendo uno dopo l'altro — sono esattamente questo: dispositivi di risonanza collettiva. Posti dove il sé incontra l'altro, si lascia sorprendere, cambia. E quando spariscono, non perdiamo solo uno spazio fisico. Perdiamo la nostra possibilità di essere comunità.
L'importanza dei terzi luoghi
Ray Oldenburg, sociologo americano, aveva identificato questa stessa categoria di spazi con il nome di third places — terzi luoghi. Né la casa (primo luogo), né il lavoro (secondo luogo), ma tutto quello che sta in mezzo: il bar sotto casa dove non serve prenotare, la biblioteca con le sedie comode, il circolo ARCI, il locale dove la musica è dal vivo e l'ingresso è libero.
Questi spazi producono valore culturale, sociale, e sul lungo periodo persino economico. Ma il valore che generano è diffuso e relazionale, incompatibile con le logiche della rendita immobiliare. Un circolo culturale o un locale di musica dal vivo animano il quartiere, creano fiducia, presidiano il territorio. Quel valore non finisce nel solo bilancio di un proprietario ma arricchisce le persone, i legami, la qualità della vita di chi abita quel quartiere.
Il mercato, orientato alla redditività immediata, è per sua natura cieco a questo tipo di ricchezza. E quando le istituzioni non intervengono a compensare questa cecità, la città si svuota lentamente — non di edifici, ma di possibilità di incontro.
Cosa sta accadendo
Nel giugno 2026, dopo oltre dieci anni di attività, lo Spirit de Milan ha spento i riflettori. Il contratto di affitto degli spazi dell'ex stabilimento Cristallerie Livellara è scaduto e la proprietà non lo ha rinnovato, al culmine di anni di trattative mai giunte a buon fine.
La chiusura dello Spirit non riguarda soltanto il destino di sessanta lavoratori. È la perdita di un presidio che dal 2015 ha custodito musica dal vivo, dialetto, ballo swing e memoria collettiva alla Bovisa. Uno spazio che, nel senso più preciso di Han, era un luogo di risonanza: ci andavi da solo e tornavi a casa con un pezzo di città in più.
Non è un caso isolato. È l'accelerazione di una tendenza che riguarda non solo Milano ma tutte le grandi città italiane. A Roma, il Pigneto ha perso negli ultimi anni una serie di spazi storici tra cui L'Asino che Vola, sostituiti da locali più costosi e più allineati al nuovo profilo del quartiere gentrificato. A Firenze, InStabile — culture in movimento si è trovato soffocato da nodi normativi, denunciando la mancanza di una visione istituzionale capace di tutelare ciò che nasce dal basso.
Tre città diverse, una sola costante: lo spazio culturale indipendente viene trattato come un qualsiasi operatore commerciale. Se non regge i prezzi di mercato, chiude. Ne abbiamo citati solo alcuni recenti, ma sono molti di più i luoghi chiusi in questi anni.
La città-vetrina e la monocultura del consumo
Al posto degli spazi che chiudono arrivano nuovi appartamenti, palazzine, uffici. Ma arrivano anche nuovi bar e ristoranti — e qui il ragionamento richiede una precisazione importante, perché non tutti i bar sono uguali.
Il problema non è l'apertura di nuovi locali. Il problema è quando diventano l'unica alternativa, e quando sono progettati per una fascia di popolazione selezionata invece che per il quartiere che li ospita. Quando i developer privati o le istituzioni promuovono caffetterie con coworking all'interno dei nuovi complessi residenziali di lusso, non stanno creando reali terzi luoghi, ma una loro simulazione: spazi che sembrano aperti a tutti ma che in realtà rispondono a logiche di marketing territoriale, non ai bisogni reali di chi abita quel quartiere.
La logica è la stessa delle spiagge: se privatizziamo ogni tratto di costa e non esistono più accessi liberi, fare il bagno diventa un privilegio economico. Lo stesso vale per la città. Se ogni metro quadro viene monetizzato e ogni spazio "sociale" è in realtà condizionato dal consumo, stiamo costruendo una città che produce isolamento, non comunità.
I numeri della cultura
I numeri raccontano la vitalità del settore: l'impatto economico della cultura a Milano supera i 542 milioni di euro all'anno, rappresentando oltre il 13% della spesa culturale nazionale. Tuttavia, questa ricchezza economica maschera un problema di fondo: la tendenza a considerare la cultura principalmente come un fattore di attrattività turistica o di intrattenimento, anziché come un servizio pubblico essenziale.
Se le risorse pubbliche si concentrano per lo più sui grandi eventi e sulla conservazione della storia, la produzione culturale contemporanea e i piccoli presidi di quartiere finiscono per essere percepiti come attività di "tempo libero" secondarie. E così, proprio nei luoghi in cui le subculture nascono e fermentano, la tenuta economica diventa una lotta di resistenza affidata alle sole forze di chi la promuove.
Il dividendo sociale della cultura: il caso Spin Time
Esiste già un esempio — controverso nella forma ma illuminante nella sostanza — che dimostra quanto questo valore sia misurabile. Spin Time Labs a Roma è un edificio nell'Esquilino che ospita circa 400 persone di 27 nazionalità, nato come occupazione nel 2013 e diventato nel tempo un polo multifunzionale: coworking, doposcuola, auditorium, osteria popolare, studio di registrazione, falegnameria, camera oscura. Non è un modello da replicare nella forma — nasce dall'irregolarità, non da una scelta pubblica consapevole. Ma uno studio di valutazione dell'impatto ha stimato che lo Stato otterrebbe un ritorno di quasi 2 euro per ogni euro investito, con 71,55 milioni di euro di valore sociale generato.
La vera sfida istituzionale non è sostituirsi alle energie della società civile, ma superare la visione della cultura come semplice passatempo, sbloccando fondi e semplificando i percorsi normativi per permettere a queste realtà di nascere, consolidarsi e operare nella legalità e con garanzie di lungo periodo.
Milano: tra contraddizioni e segnali positivi
Sarebbe disonesto dipingere un quadro interamente negativo, almeno per Milano. Perché qualcosa si muove, anche se non abbastanza e non sempre nel modo giusto.
Il Tempio del Futuro Perduto — nato nel 2018 dall'occupazione di spaces abbandonati vicino alla Fabbrica del Vapore — è diventato il primo centro culturale indipendente riconosciuto dalla legge italiana, definito dai suoi stessi coordinatori "un modello di partecipazione stile Berlino". Oltre 2000 metri quadri restituiti alla città con ingresso libero e gestione dal basso.
Nell'aprile 2026 il Comune di Milano ha aperto bandi per 27 spazi di sua proprietà, da assegnare in concessione per 12 anni ad associazioni e enti del Terzo settore con canoni ridotti del 70%. La risposta è stata straordinaria: 226 operatori ai sopralluoghi, termini prorogati per l'alta partecipazione.
Sono segnali importanti. Il problema è che rimangono ancora episodici, non strutturali. Le procedure sono complesse, i bandi richiedono competenze burocratiche che molte realtà culturali dal basso non hanno. Il patrimonio pubblico c'è, la volontà politica cresce, ma il ponte tra le due cose — informazione, accompagnamento, semplificazione — è ancora fragile.
Dalla tutela agli spazi liberi: il modello europeo
Berlino ha equiparato i club e i locali di musica dal vivo a veri e propri presidi culturali, proteggendoli dagli sfratti per speculazione edilizia. Londra utilizza gli Assets of Community Value: se la comunità riconosce un pub o uno spazio culturale come valore sociale, la proprietà non può venderlo senza concedere sei mesi ai cittadini per presentare un'offerta di riscatto. Amsterdam integra nei piani regolatori le Vrijplaatsen, destinando immobili pubblici a canoni calmierati per la produzione culturale e l'aggregazione.
Non si tratta di modelli perfetti. Si tratta di scelte politiche precise: la decisione che certi spazi hanno un valore pubblico che il mercato da solo non può proteggere.
Il quartiere prima del cantiere
Per fermare questa deriva serve un cambio di paradigma: non è la nuova costruzione che deve imporsi sul territorio, ma è il quartiere che deve definirne le necessità. Oggi assistiamo a interventi calati dall'alto in cui le scelte rispondono solo alle metriche di rendimento finanziario, col risultato di trovarci la quinta palestra commerciale o la solita catena in zone già saturate.
Un'urbanistica davvero sostenibile deve invece partire dall'ascolto di chi quei luoghi li vive: se un quartiere esprime il bisogno di una libreria, di una sala studio o di un circolo socioculturale, la trasformazione urbana ha il dovere di garantire quella specifica funzione sociale, anziché cedere alla speculazione che produce spazi identici e isolamento.
Dalla solitudine alla risonanza: che città vogliamo essere?
Han scrive che i riti non sono cerimonie antiche: sono tutti quei gesti condivisi che danno ordine al tempo, rafforzano i legami tra le persone e fanno sentire gli individui parte di qualcosa di più grande. Quando spariscono, il tempo diventa frammentato, privo di continuità. La vita sociale si dissolve in una serie di esperienze individuali e non connesse.
Frequentare i terzi luoghi, i corsi di quartiere, le biblioteche e i circoli permette ai cittadini di vivere spazi in cui accadono cose: sono proprio questi i nostri riti contemporanei. Non nel senso religioso, ma nel senso di Han: pratiche condivise che costruiscono appartenenza, continuità, risonanza. Posti dove si incontrano persone diverse per età, reddito, provenienza. Dove l'io iper-produttivo della società della prestazione può finalmente smettere di esibirsi e iniziare ad ascoltare.
Il dibattito aperto da queste vicende ci chiede di andare oltre lo slogan "salviamo un locale" e di chiederci invece: che tipo di città vogliamo essere? La risposta non può venire solo dalle istituzioni. Viene anche da noi: da come usiamo gli spazi che esistono, da come sosteniamo le realtà che già ci sono prima che chiudano, da come partecipiamo alle consultazioni pubbliche, ai bandi, alle assemblee di quartiere.
I cittadini che non sentono i loro bisogni ascoltati avvertono un senso di non appartenenza alla città, smettono di sentirla propria e di prendersene cura. Si rispetta più facilmente una città che ti integra, che ti fa sentire parte del dibattito.
I terzi luoghi sono un'infrastruttura sociale primaria.
Senza terzi luoghi non c’è comunità: perderli significa rinunciare a un'infrastruttura sociale primaria.
Una città è davvero sostenibile quando non cala scelte dall'alto, ma ascolta i quartieri. Quando lo spazio pubblico nasce dai bisogni reali e diffusi della comunità, la città torna a essere amata, vissuta con piacere e rispettata.
Garantire spazi a misura di persona è il compito fondamentale delle tutele pubbliche e delle istituzioni: far sentire ogni cittadino partecipe, e far sì che la città non si dimentichi mai di chi la abita.
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