sabato 4 luglio 2026

Chi Sono i Wabanaki

Di Rossella Ruzzetta


Ogni anno, il 4 luglio, il cielo degli Stati Uniti si riempie di fuochi d’artificio. Le piazze si colorano di stelle e strisce, le famiglie si riuniscono, la parola freedom riecheggia ovunque come una promessa mantenuta. Eppure esiste un’altra America che quel giorno non festeggia una nascita, ma ricorda una lunga serie di morti: fisiche, culturali, linguistiche e spirituali.

L’indipendenza degli uni è stata, troppo spesso, la dipendenza degli altri.

E non si tratta di una contraddizione morale ma di una struttura storica.

La nascita degli Stati Uniti non coincide soltanto con la liberazione dal dominio coloniale britannico, ma anche con l’avvio di un processo di espansione territoriale interna che ha avuto come conseguenza la progressiva espropriazione delle terre indigene. È qui che si inserisce ciò che la storiografia contemporanea definisce settler colonialism, colonialismo di insediamento: un sistema in cui la conquista non è un evento concluso, ma una struttura che si riproduce nel tempo.

Come scrive lo storico Patrick Wolfe, “invasion is a structure, not an event”. L’invasione non finisce con la fondazione di uno Stato. Si stabilizza nelle istituzioni, nel diritto, nella scuola, nella produzione della memoria.

In questo senso, il 4 luglio non è soltanto una celebrazione della libertà, ma anche un dispositivo narrativo di selezione della memoria.

Ed è proprio nella memoria che si colloca la forma più profonda del colonialismo. Quest’ultimo non conquista soltanto la terra. Conquista il tempo e decide quali vite entrano nella storia e quali, invece, vengono sospinte ai margini dell’oblio.

Durante il mio quarto anno di liceo ho vissuto nello stato del Maine, in un contesto che mi ha permesso di confrontarmi con una realtà che, fino a quel momento, era rimasta fuori dal mio orizzonte educativo: quella dei popoli Wabanaki. Il Maine è lo stato più orientale degli Stati Uniti continentali, il primo a essere raggiunto ogni mattina dalla luce del sole. Ma il confine, in questo caso, non è soltanto una categoria geografica: è una categoria politica e storica, che definisce ciò che viene incluso nello spazio della narrazione nazionale e ciò che ne resta ai margini.

Non si tratta solo di una definizione geografica, ma di una dichiarazione cosmologica e politica insieme. L’alba, per i Wabanaki, non è semplicemente il punto da cui nasce il sole, ma un modo di abitare il tempo e il mondo, una relazione continua con la terra e con ciò che la attraversa.

Prima di partire conoscevo gli Stati Uniti attraverso i libri di storia, il cinema e il dibattito politico europeo. Pensavo di andare nel Paese dell’Indipendenza, della Costituzione, dei Padri Fondatori. Nessuno, però, mi aveva preparata a un’altra storia: quella dei popoli che abitavano quelle terre ben prima del 1776 e che, paradossalmente, continuano ancora oggi a essere quasi invisibili.

Ebbi la fortuna di conoscere il popolo Wabanaki durante un corso di Indigenous History. Fu un ribaltamento completo dello sguardo: la cosiddetta “scoperta dell’America” si rivelava per ciò che è stata — una costruzione narrativa che ha legittimato, nel linguaggio stesso, un processo di occupazione e cancellazione. Anche le parole, a volte, partecipano alla violenza.

Ed è forse questa la prima forma di colonialismo che ho incontrato: il colonialismo della memoria. La rimozione è stata forse il più riuscito dei progetti coloniali.

I Wabanaki — “Popolo dell’Alba” — non sono una singola tribù, ma una confederazione di nazioni indigene che da millenni abitano la regione oggi chiamata New England e le province atlantiche del Canada. Penobscot, Passamaquoddy, Mi’kmaq, Maliseet (Wolastoqiyik) e Abenaki costituiscono questo insieme di popoli distinti, legati da radici linguistiche algonchine ma soprattutto da una visione del territorio in cui la terra non è proprietà, bensì relazione.

Non si tratta di una distinzione folkloristica, ma politica. Ciò che il linguaggio coloniale ha spesso appiattito sotto la categoria di “Native Americans” è in realtà un insieme di nazioni con sovranità, storie e sistemi di governo differenti. La riduzione a un’unica etichetta non è neutra: è parte di un processo storico di semplificazione che ha reso possibile anche la loro marginalizzazione.

Ho vissuto a Orono, una cittadina universitaria attraversata dal fiume Penobscot. A un primo sguardo si inserisce nella grammatica consueta del New England: foreste, campus, silenzi ordinati. Eppure, oltre il corso d’acqua, si estende la Penobscot Indian Island Reservation, cuore politico e simbolico della Penobscot Nation.

Il nome Penobscot deriva da panawahpskek, “il luogo delle rocce bianche” o “dove le rocce si aprono e si allargano”: una definizione che eccede la dimensione geografica e restituisce una concezione del territorio come organismo relazionale, attraversato da continuità materiali e immateriali.

Le canoe di corteccia di betulla, in questo paesaggio, non possono essere ridotte a semplici strumenti di trasporto. Incarnano una forma di conoscenza del mondo insieme tecnica e cosmologica: leggere, reversibili, costruite nel rispetto dell’albero da cui provengono, rendevano possibile un attraversamento del territorio che non implicava frattura ecologica.

Più a sud, lungo la costa atlantica, questo stesso continuum si apre sull’area oggi designata come Acadia National Park: un paesaggio di foreste, scogliere e isole che, nella prospettiva Wabanaki, non costituiva una cesura tra ecosistemi, ma una loro articolazione continua tra acqua dolce e acqua salata.

In questa stessa logica si comprende come la toponomastica Panawahpskek, “dove le rocce si aprono”, non indica soltanto un luogo, ma un principio di apertura del territorio. La scelta di collocare il centro politico della nazione a Indian Island, alənape meneha, immediatamente sopra le Old Town Falls, non rappresenta dunque una semplice continuità storica, ma una forma di radicamento che coincide con la struttura stessa del fiume e della vita comunitaria.

Attraversare il Penobscot significa così attraversare una soglia politica prima ancora che geografica: da un lato lo Stato del Maine, dall’altro una nazione indigena riconosciuta a livello federale, la cui sovranità esiste ma rimane spesso resa opaca nello sguardo pubblico e nella narrazione dominante.

Prima della colonizzazione europea, le società erano organizzate attraverso sistemi complessi di governance basati sul consenso, su equilibri stagionali e su una profonda conoscenza ecologica del territorio. La sopravvivenza non era separata dall’ambiente, ma costruita attraverso di esso: pesca del salmone, caccia sostenibile, raccolta di piante medicinali e agricoltura delle “tre sorelle” costituivano un sistema integrato di equilibrio.

Con l’arrivo dei coloni europei nel XVII secolo, questo equilibrio viene progressivamente spezzato da guerre, trattati ineguali e processi di espropriazione territoriale. Ma il punto centrale non è soltanto la perdita della terra ma la trasformazione della continuità culturale.

Infatti proprio qui entra in gioco una delle forme più profonde della violenza coloniale: quella che è stata la separazione delle generazioni.

Nel corso del XIX e XX secolo, il sistema delle boarding schools ha sottratto migliaia di bambini indigeni alle proprie comunità con l’obiettivo esplicito di assimilarli. Nomi, lingue, capelli, pratiche religiose: tutto ciò che costituiva identità veniva sistematicamente rimosso. Il principio era riassunto brutalmente nella formula: “Kill the Indian, save the man”.

Non si trattava di educazione ma di interruzione.

Nel Maine, queste dinamiche si sono riflesse anche nel sistema di welfare e di affidamento dei minori, come documentato dalla Maine Wabanaki-State Child Welfare Truth and Reconciliation Commission, che ha analizzato la separazione sistematica dei bambini dalle famiglie indigene come parte di una continuità storica di assimilazione culturale.

A questo proposito, il documentario Dawnland ha reso visibile questo processo attraverso le voci dirette delle comunità coinvolte. Una testimonianza lo sintetizza con parole semplici e devastanti: “I was made to feel ashamed of my family, my tribe, my culture.”

Infatti, la vergogna, in questo contesto, non è un sentimento individuale. È uno strumento politico.

Ed è proprio qui che il discorso si allarga: ciò che accade a questa popolazione non riguarda soltanto una storia regionale del Maine, ma la logica stessa attraverso cui gli Stati Uniti hanno costruito la propria identità nazionale.

In questa prospettiva, il 4 luglio non è soltanto una celebrazione della libertà, ma anche una selezione della memoria. Una narrazione che rende universale un’esperienza storica specifica, mentre marginalizza o rende invisibili le altre.

La nascita della nazione americana implica anche la costruzione di un “fuori”: ciò che non rientra nel progetto politico della nuova repubblica viene progressivamente escluso, ridefinito o assimilato.

Il cosiddetto Destino Manifesto, formulato nell’Ottocento, traduce questa logica in linguaggio politico esplicito: l’idea che l’espansione verso Ovest fosse inevitabile e moralmente giustificata. In questa visione, la terra non è mai vuota, ma viene rappresentata come tale per poter essere occupata.

Questa costruzione narrativa ha prodotto guerre, deportazioni forzate come il Trail of Tears e l’Indian Removal Act del 1830 e un lungo processo di riduzione della sovranità delle nazioni indigene attraverso trattati ineguali e politiche federali.

Il colono non è transitorio: è destinato a diventare “nativo” del territorio, mentre i popoli originari vengono progressivamente resi residuali, amministrati o rimossi.

Questa trasformazione ha una sua architettura giuridica: dalla Doctrine of Discovery alle decisioni della Corte Suprema nel XIX secolo, fino alla progressiva compressione della sovranità indigena.

L’espansione verso Ovest, attraverso la retorica della frontiera, trasforma i popoli presenti in ostacoli da rimuovere o assimilare.

È in questo quadro che si collocano deportazioni come il Trail of Tears e l’Indian Removal Act del 1830.

Se il colonialismo ha operato attraverso la sottrazione della terra e della continuità, il Novecento segna anche l’emergere di una forma di resistenza.

Tra i momenti più significativi vi è l’occupazione dell’isola di Alcatraz, l’ex penitenziario federale situato nella baia di San Francisco. Il 20 novembre 1969 un gruppo di studenti, attivisti e rappresentanti di diverse nazioni indigene vi approdò rivendicandone il possesso sulla base dei trattati federali che prevedevano la restituzione delle terre pubbliche non più utilizzate ai popoli nativi.

Trasformare un carcere simbolo del potere federale in uno spazio di rivendicazione significava rovesciare la geografia stessa del potere.

Il motto era: “We Hold the Rock.” In italiano, “tenere la roccia”; significava affermare una presenza politica contro l’invisibilità.

Alcatraz non fu un episodio isolato ma si inserì nella nascita e nella crescita dell’American Indian Movement (AIM), fondato nel 1968, che negli anni successivi avrebbe guidato occupazioni, proteste e rivendicazioni in tutto il territorio statunitense, fino al celebre assedio di Wounded Knee nel 1973.

In quel momento la lotta indigena cambiò linguaggio. Non era più soltanto una richiesta di riconoscimento culturale, ma una rivendicazione esplicita di sovranità politica. Le nazioni indigene non si definivano più esclusivamente come minoranze interne allo Stato, ma come popoli titolari di diritti collettivi precedenti alla formazione dello Stato stesso.

Questa trasformazione non avviene nel vuoto. Si colloca in un periodo storico attraversato dai movimenti globali di liberazione e ridefinizione politica: i diritti civili negli Stati Uniti, le lotte anti-coloniali nei paesi del Sud globale, le mobilitazioni studentesche e operaie in Europa.

La specificità del movimento indigeno sta nel fatto che la sua rivendicazione non riguarda soltanto l’uguaglianza all’interno di un sistema esistente, bensì la legittimità stessa della struttura che ha prodotto l’esclusione.

In questo contesto le nazioni indigene si ridefiniscono come soggetti politici sovrani, non come minoranze etniche.

Da questi avvenimenti e dai loro corollari derivano cambiamenti storici rilevanti. L’UNDRIP del 2007 riconosce i diritti dei popoli indigeni; più avanti la FAO integrerà le conoscenze tradizionali nei sistemi di sostenibilità, agricoltura ed allevamento.

Ma questo riconoscimento resta profondamente ambiguo: si valorizzano i saperi indigeni, mentre troppo spesso si continua a negare la piena sovranità politica dei popoli che quei saperi li hanno custoditi per millenni.

Non può esistere sovranità senza rappresentanza. E non può esistere una vera giustizia climatica, alimentare o sociale finché le popolazioni indigene continueranno a essere celebrate come custodi della biodiversità, ma escluse dai luoghi in cui si decide come quella biodiversità debba essere governata.

La data di oggi, il 4 luglio, non interessa soltanto la nascita di una nazione, ma la forma stessa con cui una nazione sceglie di raccontarsi e di tacere tutto ciò che, ancora oggi, continua a esistere ai margini di quella narrazione.

Dunque, la questione non è celebrare meno.
Ma chiedersi cosa viene reso invisibile quando si celebra.
E chi, ancora oggi, resta fuori dall’immagine della libertà.

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