venerdì 7 agosto 2026

Dov’è Finita la Canzone Politica

Sembrerà un paradosso, giovani nostalgici di un periodo che non hanno vissuto. 

Eppure è così: dov’è finita la canzone politica?

La mia non è solo una domanda da bar tra vecchi santoni che rimpiangono i tempi delle canne, del peace and love e dei capelli lunghi; ma uno spunto di riflessione per capire cos’è successo alla tradizione musicale italiana.

Hanno fatto scalpore le parole di De Gregori per cui: “Sensibilizzo attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere”.

Nel tempo dello schieramento ad ogni costo, si è elevato un popolare tu quoque nei confronti di un artista che ha fatto dell’impegno sociale una missione e la sua cifra stilistica. Impegno non lasciato a un tweet o a un hashtag ma, appunto, ad una canzone.

Credo però che la shitstorm che il cantautore romano ha appena subito dal tribunale del web sia ben poca cosa rispetto a ciò che accadde al Palalido di Milano, nel 1976. In quell’occasione un gruppo di giovani armati, appartenenti al gruppo politico di estrema sinistra di Autonomia Operaia, a margine di un concerto “movimentato”, processarono coattivamente De Gregori sul palco accusandolo di lucrare sui lavoratori.

Un testimone racconta di un uomo anziano che riferendosi al cantautore urlò: 

“La rivoluzione non si fa con la musica.

Questa frase ricorrerà poi in un’altra pietra miliare della musica italiana, “L’Avvelenata” di Francesco Guccini, uscita nello stesso anno dei fatti del Palalido, come fosse una risposta alla critica lanciata al collega romano: 

“Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa

Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia”

Anche qui infatti c’è un rigetto della responsabilità, addossatagli dai fan, dai militanti o dalla critica, di dover fare canzoni impegnate, politiche, rivoluzionarie. 

Ma il punto non è non farlo, è rifiutare la responsabilità, l’obbligo. 

Perché questa presa di posizione non ha impedito a Guccini e De Gregori di scrivere canzoni tutt’altro che leggere (anzi leggerissime), menzionando solo le più celebri: da Pablo, storia di un migrante morto sul lavoro, alla Locomotiva, in cui un autista piazza una bomba nel treno che sta conducendo in nome della rivoluzione, passando per Stagioni in cui la morte di Che Guevara viene ricordata come un momento buio e di smarrimento della vita del protagonista. 

Obbligare l’artista alla scelta non fa altro che reprimerne il pensiero e la profondità: ogni canzone è un libero atto di espressione che l’artista percepisce necessario. Il cantante non celebra una messa, non recita un sermone e, soprattutto, non prende voti e non cerca il consenso.

Ma se quindi per un artista schierarsi è il risultato di un bisogno espressivo, perché in questo momento gli artisti di oggi non sembrano percepirlo? Salvo qualche rara eccezione, i temi politici e sociali sembrano essere usciti dagli studi di registrazione (sicuramente non dalle radio dove non sono neanche mai entrati). 

Perché la “canzone politica” in Italia è sempre stata tradizione: ai due Francesco che abbiamo già citato, si aggiungono Fabrizio, Franco, Rino (e tanti altri).

Dov'è chi, come Fabrizio De André sfidava l’opprimente morale cattolico-borghese e il bigottismo della società italiana rendendo protagonisti delle sue canzoni gli ultimi…prostitute, nani, zingari, “matti”.

Dov’è chi, come Franco Battiato era capace di fare diagnosi spirituali del degrado politico e culturale della ”Povera Patria”

Dov’è chi, come Rino Gaetano sbeffeggiava apertamente lo status quo: le élite, i ben pensanti, gli imprenditori, i politici…”Nun t’areggae piu”. 

Ma dove sono tutti? Saranno le case discografiche? O, come sempre accade, saremo noi? La legge della domanda e dell’offerta non mente, ad aver cambiato gusti e bisogni siamo noi. Per noi intendo ascoltatori e artisti in quanto tutti abitanti del medesimo paese e appartenenti alla medesima comunità. Cosa ci differenzia da 50 anni fa? Credo che il cambiamento sia passato per più direttrici.

La prima è l’individualismo. La canzone politica presuppone un “noi”, un sentimento di appartenenza a una comunità. Oggi, invece, molta musica sembra nascere e morire dentro il recinto dell’io. 

Gli artisti hanno smesso di vestire i panni di Prometeo per prendere quelli di Narciso, la libertà individuale che si fa arte non è messa al servizio degli altri ma alla pura celebrazione di se stessi.

Eppure l’arte dovrebbe avercela una missione, ma come fa ad averla se è tutto finito e già deciso? Come secondo elemento entra infatti il post-storicismo elaborato da Francis Fukuyama secondo cui la storia sia “finita”, che l’Occidente abbia esaurito le grandi evoluzioni epocali e che le grandi battaglie appartengano a un altro secolo. Siamo giovani nichilisti e nostalgici di un periodo che non abbiamo vissuto perché il presente non sembra offrirci nessuna promessa all’altezza. Proprio il concetto di fine della storia è stato però spazzato via dagli ultimi 5 anni di eventi internazionali, che ci hanno insegnato che il mondo è tutt’altro che immobile anzi è spaventosamente veloce e complicato. Questo ci pone davanti a una riflessione: è curioso, infatti, osservare come proprio nei periodi di maggiore instabilità e conflitto siano nate alcune delle forme d’arte più potenti. Senza scomodare il Rinascimento italiano o il Dadaismo, basta guardare agli artisti citati: De André, Guccini, De Gregori, Battiato, Rino Gaetano. Tutti, in modi diversi, attraversano anni tesi e politicamente incandescenti come gli anni di Piombo. Abbiamo citato l’episodio accaduto a De Gregori ma lo stesso De Andrè fu sequestrato dall’Anonima sequestri . Oggi viviamo un’altra forma di instabilità tra guerre, crisi economiche, precarietà, ansia climatica, solitudine sociale; eppure questa instabilità non produce visione bensì impotenza. Ci sentiamo schiacciati da uno status quo troppo grande per essere attaccato e troppo radicato per essere davvero messo in discussione. E allora, invece di provare a capire e migliorare il mondo, sembriamo volerlo mettere in pausa, tapparci le orecchie e goderci il momento. Come direbbe Vasco “Sorridete, gli spari sopra… sono per noi”.

Ed eccola, la terza direttrice: la velocità. E la velocità, si sa, è nemica della complessità. Non abbiamo tempo per pensare, dateci tutto subito, se possibile processato e con gusto neutro così da poterlo ingurgitare senza troppe difficoltà. Siamo diventati un po’ tutti foodpornari.

Forse abbiamo perso la voglia di costruire il futuro. 

Forse abbiamo perso la fiducia che il presente possa essere cambiato. 

Forse non abbiamo più nulla da dire perché abbiamo smesso di credere che dire qualcosa possa servire davvero.

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