L'Opposizione del Popolo Americano allo Sviluppo dell'Infrastruttura AI
Spesso, per parlare di settori altamente tecnologici, si dice che gli americani innovano, i cinesi copiano, gli europei regolano. Se in linea di massima questo sembra essere vero (con le eccezioni del caso, ovviamente), negli Stati Uniti la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sembra trovarsi di fronte ad un muro di opposizione che ogni giorno aggiunge mattoni alla propria struttura.
Non parliamo di sensazioni, ma di numeri. Un paper di tre ricercatori della University of Michigan e del MIT, infatti, ha analizzato centinaia di migliaia di sedute politiche locali e ha certificato che nel corso degli ultimi anni l’opposizione ai data center è cresciuta in modo evidente. Se ne parla di più, e se ne parla sempre di più con toni negativi. Alcuni dei principali leitmotiv riguardano la sostenibilità locale dei data center, questioni riguardanti la sicurezza idrica e ambientale di questi progetti. Un'altra scoperta rilevante riguarda lo scostamento tra i rappresentanti eletti, che tendono a parlare principalmente dei lati positivi di queste infrastrutture, e del pubblico, che ne parla, nella stragrande maggioranza dei casi, in termini negativi.
Perché questa opposizione? D’altronde, gli Stati Uniti sono la patria delle grandi fabbriche, dei grandi investimenti in infrastrutture tecnologiche. Si pensi che nel suo territorio sono attive circa 57 centrali nucleari, e dal 2022 ad oggi, grazie al CHIPS Act di Joe Biden, sono in costruzione diverse mega-fabbriche di chip, semiconduttori e altri prodotti ad alto contenuto tecnologico, per un valore stimato di centinaia di miliardi di dollari e centinaia di migliaia di posti di lavoro creati.
Se fosse possibile trovare una sola risposta, questa si potrebbe trovare nel fatto che gli statunitensi sono un popolo estremamente pragmatico, e riescono a svolgere un’analisi costi benefici chiara di questi progetti di data center, per quanto riguarda la loro utilità personale. Guardiamo ai numeri: una centrale nucleare, in media, occupa tra i 500 e gli 800 dipendenti, senza tenere conto dei lavoratori dell’indotto; per le fabbriche di semiconduttori i numeri variano di più, ma una piccola ricerca segnala come ogni mega-fabbrica richiederà migliaia di dipendenti, a cui andranno sommate decine di migliaia di posti di lavoro per le costruzioni.
I data center, d’altro canto, presentano una densità di posti di lavoro creati molto minore, a parità d’investimento. Un data center costruito da Meta in Indiana, che prevede un investimento di circa 10 miliardi di dollari, occuperà a regime soltanto 300 persone. I numeri, quindi, ci spiegano perché sempre più americani si oppongono ai data center. Gli investimenti non generano un ritorno proporzionato per la comunità in cui si inseriscono.
Un cittadino, quindi, quando sente che un data center potrebbe essere costruito nella sua città, soppesa i danni ambientali che ne deriveranno, in termini, ad esempio, di sfruttamento delle risorse idriche, con un ritorno economico che, nella migliore delle ipotesi, sarà modesto.
Nel corso del 2026, si sono moltiplicate le iniziative popolari contro i data center. La forte frammentazione legislativa degli Stati Uniti consente ad ogni località di poter approvare della legislazione contro la costruzione di data center. Gli esempi non mancano. Nel Wisconsin, più precisamente a Port Washington, piccola cittadina a nord di Milwaukee, nel mese di aprile è stato approvato un referendum che obbliga gli amministratori locali a dover richiedere una consultazione popolare prima di poter elargire determinate agevolazioni fiscali per grandi progetti, come avvenuto per un imponente data center in costruzione nella zona. Una piccola vittoria, certo, ma significativa di una crescente attenzione all’impatto economico dell’intelligenza artificiale sulla vita di tutti i giorni.
Nello scorso dicembre, invece, gli amministratori locali di Chander, in Arizona, hanno votato “no” all’unanimità ad una richiesta (sponsorizzata anche dal Presidente Donald Trump) di un costruttore di New York per poter costruire un data center sul suolo della città, anche a seguito di una vigorosa protesta da parte della comunità, preoccupata per gli effetti sulle disponibilità idriche (già storicamente traballanti nello Stato) e sul costo dell’energia. Sembrerebbe configurarsi quindi una nuova frontiera del movimento NIMBY negli Stati Uniti, che sta colpendo non solo i data center ma anche altri progetti energetici.
Più recente, invece, la notizia che proviene dallo Stato di New York, dove la governatrice Kathy Hochul ha emanato il primo ordine esecutivo che sospende il rilascio dei permessi di costruzione per i data center per un anno, per consentire agli apparati statali di elaborare un adeguato piano normativo che affronti le questioni energetiche e ambientali. A conferma dello scetticismo diffuso sul tema, la governatrice ha dichiarato che lo Stato “farà da apripista nella creazione degli standard per la costruzione dei data center, per fare in modo che quando delle imprese ottengono risultati grazie allo Stato di New York, anche i newyorkesi guadagnino qualcosa”. Sarà interessante vedere come questa mossa influenzerà gli altri Stati.
Anche ai mondiali di calcio la crescente influenza del movimento contro lo sviluppo non regolamentato dell’IA si è fatto notare, tramite il PAC (un fondo che raccoglie soldi che vengono poi distribuiti a candidati politici o utilizzati per attività pubblicitarie) Jobs and Democracy, fondato da due ex deputati (un repubblicano e un democratico) con l’intento di sostenere candidati a favore della regolazione dell’intelligenza artificiale. Il fondo ha speso circa duecentocinquantamila dollari in pubblicità nella partita tra Stati Uniti e Australia del 19 giugno scorso.
In definitiva, il quadro è ogni giorno più chiaro: l’intelligenza artificiale pone di fronte ai Paesi e ai popoli del mondo un quadro ancora complesso e intricato, per un prodotto che apporta dei benefici evidentemente straordinari, ma di cui ancora non conosciamo a fondo i lati negativi, in termini di economia reale e domestica. Pur non volendo scadere in filosofia spicciola, in questo caso sapere di non sapere è quanto mai importante, per assicurarsi che il mondo della ricerca possa chiarire le questioni ambientali ed economiche di cui sopra, per poter studiare le migliori soluzioni per massimizzare i vantaggi dei data center riducendone gli impatti sulle comunità locali.
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