sabato 27 giugno 2026

I CECCHINI DEL FINE SETTIMANA

Sarajevo, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, per 1453 giorni la città è posta sotto assedio; l’assedio più lungo della storia moderna europea. Le forze serbo-bosniache della Republika Srpska occupano le colline intorno alla città, che è ubicata in una conca naturale, completamente esposta al fuoco nemico. Più di 11.000 civili muoiono e oltre 50.000 restano feriti. C'è, però, un capitolo di quella guerra che per trent'anni è rimasto nell'ombra. Durante l'assedio, infatti, circolavano voci su uomini che comparivano nel fine settimana sulle colline, sparavano e poi tornavano a casa. Non combattenti, ma “turisti” che avevano scelto e pagato per essere lì.

Erano i "cecchini del weekend". Una storia che i sopravvissuti sussurravano e che oggi, per la prima volta, è al centro di un'indagine penale. Secondo le accuse oggi al vaglio della magistratura, questi individui, probabilmente europei, si nascondevano presso le postazioni serbo-bosniache e lì, alle porte di una città in fiamme, imbracciavano fucili di precisione e sceglievano un bersaglio: secondo alcune testimonianze, c’era anche un listino prezzi; i costi si aggiravano tra gli 80000€ e i 100000€; i bambini erano le vittime "più costose", seguivano gli uomini in divisa e le donne. Gli anziani, invece, si potevano uccidere gratuitamente.

Se le accuse dovessero essere confermate, ci sarebbe da chiedersi: come è possibile che uomini cresciuti nella democrazia, in paesi che si definiscono fondati sui diritti universali, abbiano potuto attraversare l'Europa con un biglietto aereo e trasformare la sofferenza di un popolo agonizzante in un'esperienza di svago? La risposta più comoda è quella del mostro: una devianza individuale che assolve la società, ma questa risposta è, intellettualmente una fuga.

Hannah Arendt, analizzando il processo Eichmann, coniò la famosa espressione banalità del male per descrivere qualcosa di preciso: il male non si annida ai margini della società, ma nel suo cuore; non tra i disperati, non tra i fanatici, ma tra funzionari, professionisti, persone ordinarie. Quella lezione vale anche qui, ma con alcune differenze non trascurabili: Eichmann, nella lettura arendtiana, era l’ingranaggio di una macchina che esisteva prima di lui e oltre lui; chi, invece,  saliva su quell'aereo non obbediva a niente. Sceglieva di comprare un'esperienza e poi tornava all’ordinarietà. Qui il male non è banale perché coincide con l’assenza di un proprio pensiero, ma è banale perché coincide con la continuità ordinaria dell’esperienza consumistica.

Non si tratta, quindi, di fanatismo ideologico né di violenza come conseguenza di un conflitto. Si tratta piuttosto di una logica vicina a quella del turismo estremo e del consumo di adrenalina, propria dell’industria delle esperienze limite sviluppata dal capitalismo avanzato. La differenza decisiva è che il bersaglio sono esseri umani.

La questione, quindi, non è solo morale, ma antropologica: cosa è avvenuto nella mente di questi soggetti perché quella differenza non costituisse un limite assolutamente invalicabile? Una risposta parziale, ma necessaria, riguarda la distanza culturale e simbolica: una distanza tutt’altro che neutrale, che diventa una delle condizioni della disumanizzazione.

Sebbene Sarajevo fosse geograficamente vicina all’Italia, negli anni Novanta appariva ancora come parte di un mondo altro, separato dall’Occidente da confini storici, ideologici e culturali. In un’epoca non ancora segnata dall’iperconnessione, quella percezione di lontananza contribuì a rendere meno immediata l’identificazione con le vittime della guerra, le quali apparivano lontane culturalmente e linguisticamente e, forse, anche per questo, almeno all’inizio, una parte dell’opinione pubblica europea guardava alla guerra come a qualcosa di atavico, esterno, che non la riguardava davvero.

Questa narrazione ha pertanto costruito una distanza simbolica tale da rendere i civili sarajevesi lontani, meno reali… “più uccidibili”.  Ma anche la distanza, da sola, non basta a spiegare una carneficina. Se le accuse saranno confermate, il caso dei cecchini del fine settimana aggiungerà un elemento decisivo: quello economico. Il denaro diventa la chiave che permette tutto, perfino disporre della vita altrui. In questa prospettiva, il listino prezzi non è soltanto un dettaglio orrido, ma il centro stesso della questione, e trasformare un'uccisione in merce non è solo un mero atto criminale, ma rivela che, per alcuni soggetti, il denaro è sufficiente a disinnescare ogni freno morale, in una condizione di privilegio come quello che aveva reso la città di Sarajevo uno spazio di “consumo”.

L’Europa che ha prodotto questi uomini era, nello stesso decennio, la più ambiziosa incarnazione moderna del progetto illuminista: diritti universali, libera circolazione, prosperità diffusa, la democrazia come valore condiviso. E questi uomini erano figli riconoscibili di quella società: non emarginati o fanatici, ma persone con un passaporto e abbastanza denaro da potersi permettere di comprare il diritto di uccidere un altro essere umano.

Non c’era odio, probabilmente. E forse nemmeno disprezzo. Solo un prezzo e qualcuno disposto a pagarlo. Ed è questa, forse, la cosa più difficile da assorbire:  il male, in questo caso, non ha avuto bisogno di un nemico da odiare o una causa in cui credere, ma solo di denaro e di un’assenza: l’assenza di qualunque freno che rendesse l’altro, la persona nel mirino, qualcosa di diverso da un bersaglio acquistato.

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