Nella riflessione di Norberto Bobbio, la pace è un orizzonte verso cui tendere, una delle tre «stelle polari» — insieme alla libertà e all’eguaglianza — che, come scriveva in Filosofia della guerra nell’era atomica, orientano il cammino della storia umana. È un’immagine che restituisce una delle tensioni più profonde del pensiero politico moderno: la pace come ideale ultimo, principio regolativo della convivenza, più raramente come processo concreto da costruire e praticare.
Quando, invece, la filosofia politica ha tentato di definirla con maggiore precisione, lo ha fatto spesso per sottrazione. Già in Hobbes, la pace non possiede una consistenza autonoma: è «ogni altro tempo» rispetto alla guerra, l’intervallo nel quale la disposizione al conflitto non si traduce in violenza manifesta. Nello stato di natura hobbesiano, in assenza di un potere comune capace di garantire l’ordine, gli individui sono esposti alla guerra di tutti contro tutti; la pace diventa possibile soltanto con l’affermazione del Leviatano, un’autorità sovrana in grado di imporre la sicurezza attraverso il monopolio della forza.
Questa concezione della pace come assenza della violenza organizzata ha attraversato profondamente il pensiero politico moderno e, in parte, anche le teorie classiche delle relazioni internazionali: la pace come ordine garantito dallo Stato, sancito da un trattato, certificato dalla firma degli attori che detengono il potere decisionale. Una rappresentazione tanto consolidata quanto selettiva, perché tende a identificare i protagonisti della pace con coloro che hanno il potere di negoziare la fine della guerra, lasciando sullo sfondo chi, nelle comunità, ne costruisce quotidianamente le condizioni di possibilità.
È una definizione che porta con sé un soggetto implicito: la pace viene prodotta da chi detiene il monopolio della forza, negoziata da chi possiede legittimità politica e garantita dalle istituzioni statali. Tutto ciò che si colloca al di fuori di questo perimetro — le pratiche comunitarie di mediazione, le reti civili di ricostruzione, il lavoro quotidiano necessario a preservare il tessuto sociale durante un conflitto — rimane spesso invisibile.
La distinzione elaborata da Johan Galtung tra pace negativa, intesa come semplice assenza della violenza diretta, e pace positiva, fondata invece sulla trasformazione delle condizioni che generano il conflitto, apre così una domanda decisiva: chi sono gli attori chiamati non soltanto a fermare la guerra, ma a costruire la pace?
La nascita dell’Agenda Women, Peace and Security
La domanda su chi siano gli attori legittimati a costruire la pace conduce inevitabilmente alla genesi dell’Agenda Women, Peace and Security (WPS).
La sua nascita non coincide semplicemente con l’ingresso delle donne nel linguaggio istituzionale della sicurezza internazionale, ma con una trasformazione più profonda: la progressiva messa in discussione di un paradigma che per lungo tempo ha identificato la pace con la capacità degli Stati e degli attori armati di porre fine alla violenza organizzata.
Nel modello tradizionale della sicurezza internazionale, infatti, la guerra e la pace sono state prevalentemente interpretate attraverso una prospettiva statocentrica, nella quale i processi decisionali erano riservati a coloro che detenevano il potere politico e militare.
All’interno di questa cornice, le donne sono state a lungo considerate victims of war, nonché soggetti vulnerabili da proteggere, mentre il loro contributo come peace actors nei processi di prevenzione, mediazione e ricostruzione è rimasto largamente marginalizzato. In altri termini, il settore della pace e sicurezza internazionale era rimasto a lungo caratterizzato da una sostanziale «cecità di genere».
Negli anni Novanta, la progressiva affermazione del paradigma della human security ha contribuito a incrinare questa impostazione, spostando il focus dalla sicurezza dello Stato alla sicurezza degli individui e alle condizioni economiche, sociali e politiche che rendono possibile una pace sostenibile. Parallelamente, il consolidarsi del dibattito internazionale sull’uguaglianza di genere ha evidenziato come l’esclusione delle donne dai processi decisionali non rappresentasse soltanto un deficit democratico, ma un limite alla capacità stessa delle società di prevenire e trasformare i conflitti.
In questo percorso, la Conferenza mondiale sulle donne di Pechino del 1995 costituisce un passaggio fondamentale. La Platform for Action introduce, infatti, un principio destinato a diventare centrale nella successiva Agenda WPS: la necessità di superare una visione delle donne esclusivamente legata alla protezione, riconoscendone il ruolo nella prevenzione dei conflitti, nella mediazione e nei processi di peacebuilding. La questione di genere entra così progressivamente nel campo della sicurezza internazionale non come elemento aggiuntivo, ma come dimensione strutturale della costruzione della pace.
È in questo contesto che, nel 2000, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta la Risoluzione 1325, inaugurando formalmente l’Agenda Women, Peace and Security.
La portata innovativa della 1325 risiede proprio nel concetto di meaningful participation: non una presenza simbolica delle donne nei processi decisionali, ma una partecipazione effettiva, capace di incidere sulle scelte politiche e sulla definizione delle priorità della pace.
Non si tratta soltanto di una rivendicazione sul piano della rappresentanza.
Un corpus sempre più ampio di studi e i principali rapporti delle Nazioni Unite hanno progressivamente evidenziato come processi di pace più inclusivi tendano a produrre accordi maggiormente legittimi e condizioni più favorevoli alla stabilità nel lungo periodo. Secondo il Global Study on the Implementation of United Nations Security Council Resolution 1325, infatti, la partecipazione delle donne ai processi di pace aumenta del 35% la probabilità che un accordo raggiunga una durata di almeno quindici anni.
Un dato che chiaramente non suggerisce un rapporto automatico di causa-effetto tra inclusione femminile e successo della pace, ma evidenzia come la partecipazione delle donne rappresenti una variabile significativa nella costruzione di accordi più sostenibili e inclusivi.
I quattro pilastri dell’Agenda — participation, protection, prevention, relief and recovery — riflettono questa nuova concezione della sicurezza.
Tuttavia, il valore più profondo della WPS risiede nella sua capacità di mettere in discussione un assunto radicato: che la pace sia principalmente il prodotto di negoziati tra élite politiche e militari. Le esperienze maturate nei diversi contesti di conflitto mostrano, invece, come reti civili, organizzazioni femminili e comunità locali abbiano spesso svolto funzioni decisive di mediazione, protezione e ricostruzione, pur rimanendo escluse dai processi formali.
È proprio questa tensione tra un paradigma normativo ormai consolidato e pratiche politiche ancora fortemente ancorate alla centralità degli attori armati che rende l’Agenda WPS un terreno di analisi particolarmente rilevante.
I casi del Sudan e della Colombia mostrano, da prospettive differenti, come la partecipazione delle donne possa assumere forme concrete nei processi di pace: non soltanto attraverso la presenza ai tavoli negoziali, ma anche attraverso quelle infrastrutture sociali che consentono alla pace di radicarsi nelle comunità.
Dalla presenza all’impatto
Il conflitto sudanese restituisce con particolare chiarezza questa tensione tra processi di pace formali e pratiche quotidiane di costruzione della pace. Dallo scoppio della guerra nell’aprile 2023, l’attenzione della comunità internazionale si è concentrata prevalentemente sui tentativi di mediazione tra le Sudanese Armed Forces (SAF), guidate da Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo.
Eppure, mentre i negoziati internazionali faticavano a produrre risultati concreti, una parte significativa della risposta alla crisi prendeva forma lontano dai tavoli diplomatici, attraverso reti civiche e organizzazioni comunitarie spesso guidate da donne.
Nate dall’esperienza dei Resistance Committees protagonisti della rivoluzione del 2018-2019, le Emergency Response Rooms hanno progressivamente assunto un ruolo essenziale nell’assistenza alla popolazione civile. Attraverso la gestione di cucine comunitarie, rifugi per sfollati, distribuzione di beni di prima necessità e reti di protezione dalla violenza di genere, queste organizzazioni hanno contribuito non soltanto a mitigare gli effetti immediati del conflitto, ma anche a preservare quel tessuto relazionale senza il quale qualsiasi processo di pace rischia di rimanere privo di fondamenta. In altri termini, il loro contributo non consiste nell’aver sostituito la diplomazia ufficiale, ma nell’aver reso possibile la sopravvivenza delle comunità durante il conflitto.
Una distinzione tutt’altro che marginale. Se i negoziati cercano di interrompere la guerra, queste reti lavorano affinché, una volta terminata, esista ancora una società da ricostruire.
Eppure, questa centralità sul terreno non ha trovato un corrispettivo nei principali processi negoziali. Come evidenziato anche dalle organizzazioni della società civile sudanese, la partecipazione femminile ai tavoli di pace continua a essere limitata e, non di rado, confinata a forme di consultazione prive di un’effettiva capacità di incidere sulle decisioni politiche.
È proprio in questa distanza tra riconoscimento normativo e pratica diplomatica che emerge una delle principali sfide dell’Agenda WPS: trasformare la presenza delle donne da elemento simbolico a meaningful participation mettendo in discussione quelle gerarchie di potere che, nei processi di pace, continuano a stabilire quali soggetti, quali esperienze e quali forme di conoscenza siano considerate politicamente legittime.
Se il Sudan evidenzia i limiti dei processi di pace, il caso colombiano offre una prospettiva complementare, dimostrando come una partecipazione femminile strutturata possa incidere concretamente sul contenuto degli accordi.
La creazione della Gender Subcommission durante i negoziati tra il governo colombiano e le FARC ha rappresentato un precedente significativo nel panorama internazionale, consentendo alle organizzazioni femminili, alle associazioni delle vittime e ai movimenti della società civile di contribuire direttamente alla definizione di un accordo caratterizzato da una specifica prospettiva di genere. Le disposizioni introdotte hanno riguardato ambiti centrali del processo di ricostruzione post-conflitto, dalla partecipazione politica alla riforma rurale, dalla tutela delle vittime di violenza sessuale ai meccanismi di giustizia riparativa.
Il caso colombiano non dimostra che la partecipazione delle donne costituisca, da sola, una condizione sufficiente al successo di un processo di pace: le difficoltà ancora presenti nell’attuazione dell’Accordo del 2016 mostrano come la sostenibilità della pace dipenda da una pluralità di fattori politici, istituzionali e sociali. Tuttavia, esso evidenzia come una partecipazione realmente significativa possa modificare non soltanto la composizione dei tavoli negoziali, ma anche le priorità e gli strumenti attraverso cui la pace viene definita. In questo senso, la Colombia rappresenta uno degli esempi più avanzati di traduzione concreta del principio di meaningful participation nelle pratiche della diplomazia di pace.
Oltre il paradigma della forza
L’Agenda Women, Peace and Security ha, dunque, rappresentato molto più di un tentativo di correggere un deficit di rappresentanza: ha messo in discussione una concezione della sicurezza internazionale costruita per lungo tempo attorno a una ristretta élite di soggetti legittimati a decidere della guerra e della pace. In questa prospettiva, il riconoscimento delle donne come peace actors non costituisce soltanto un ampliamento della partecipazione, ma una ridefinizione dello spazio politico stesso: quello spazio nel quale, come ha evidenziato Hannah Arendt, gli individui diventano soggetti attraverso la possibilità di agire e prendere parola nel mondo comune.
La successiva adozione della Risoluzione 2250 su Youth, Peace and Security (YPS) mostra come questa trasformazione abbia progressivamente oltrepassato la questione di genere, investendo altre soggettività storicamente escluse dai processi decisionali.
Perché una pace costruita senza coloro che ne sostengono quotidianamente le fondamenta rischia di fermare la guerra, ma non di costruire il futuro.
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