1° Gennaio 2026, l’INPS registra 21.257.999 pensioni vigenti, per una spesa complessiva di circa 350 miliardi di euro. Secondo le stime del Censis-Confcooperative, anno 2026, i giovani che oggi entrano nel mercato del lavoro andranno in pensione intorno ai 70 anni, con un assegno pensionistico stimato al 64,8% dell'ultima retribuzione.
A inizio 2025, nei registri dell’INPS, figuravano ancora 240.750 pensioni con una durata media di 49.7 anni, se si allarga la lente ai casi che invece superano i 40 anni si superano le 470.000 unità.
Come è successo?
I Decreti Gemelli, DPR 1092-1093
Dicembre ‘73, due giorni prima della fine dell’anno, il governo Rumor IV vara il testo unico sulle norme di quiescenza per i dipendenti pubblici e per gli enti locali.
Vengono fissate due soglie contributive: quella di 20 anni per i dipendenti civili statali e dei 25 per i dipendenti degli enti locali. Con addirittura la possibilità per le donne coniugate di scendere a soli 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi per assicurarsi il diritto di andare in pensione.
L’ordinamento del tempo permetteva di sommare i contributi effettivi versati a quelli figurativi come gli anni di laurea riscattati, il servizio militare o la maternità. Questo faceva sì che un uomo laureato, che aveva svolto il servizio militare, o una donna laureata che aveva avuto un figlio, potessero raggiungere la soglia contributiva pur non avendo versato neanche lontanamente 14/20 anni di contributi effettivi.
Dobbiamo dirlo: la strenua lotta della DC in favore del concetto di “famiglia” e di sostegno ad essa, ha completamente giustificato una categoria di lavoratori pubblici che è andata in pensione a 35 anni.
Il Frame Temporale Fu Catastrofico
Chiunque abbia vissuto quegli anni sa bene che il passaggio tra il ‘73 e il ‘74 in Italia fu molto complicato. L’impatto della crisi petrolifera spezzò definitivamente il miracolo economico italiano (già rallentato dalla fine dei ‘60), segnando una fine burrascosa ad un periodo che aveva visto crescere l’Italia in media del 6% l’anno (PIL) dall’inizio dei ‘50 alla metà dei ‘60.
In sostanza all’inizio del deterioramento economico italiano e dell’austerity, il governo ha adottato una politica di generosità non giustificata verso la fetta di popolazione di dipendenti statali.
Quindi, come funzionava?
Prima del 1995 il sistema pensionistico italiano era fondato su due pilastri:
-La ripartizione:
I contributi versati oggi, finanziano le pensioni di oggi. Chi lavora oggi non sta pagando la sua pensione, ma quella di qualcun altro. Funziona finché c'è un numero sufficiente di lavoratori attivi per ogni pensionato, ma se consideriamo che entro il 2050, secondo l’ISTAT la popolazione over 65 corrisponderà al 35% percento della popolazione e il rapporto tra pensionati e lavoratori diventerà 1:1, allora tutto ciò diventa insostenibile. Ad oggi il rapporto è di 0,76:1. Per capirci, in Germania il rapporto è di 0.55:1 (55 pensionati ogni 100 lavoratori).
E per capirci ancora meglio, il bilancio italiano del Sud e delle Isole al 2024 era di 7.3 milioni di pensioni, contro 6.4 milioni di occupati.
-Il calcolo retributivo:
Prima del ‘95 la pensione veniva calcolata come percentuale della retribuzione media degli ultimi 5-10 anni di lavoro, con un rendimento del 2% per ogni anno di anzianità contributiva.
Vi invitiamo a fare i vostri calcoli con gli esempi numerici che più ritenete concreti sulla base del contesto fornito per calcolare il disavanzo attuariale, ossia la differenza tra quanto versato e quanto percepito nel corso della vita.
Mentre fate i calcoli tenete conto che il disavanzo, in un sistema a ripartizione come il nostro, viene scaricato sui lavoratori della generazione successiva.
I Tentativi (falliti) Di Ricucire
-1992, Riforma Amato
Il primo segnale d'allarme istituzionale arrivò con il D.Lgs. 503/1992, la cosiddetta Riforma Amato. All'epoca, la spesa pensionistica pubblica era già salita dall'8,2% del PIL nel 1974 ed al 14,7% nel 1993 (Osservatorio CPI Università Cattolica, febbraio 2026; serie storiche RGS). Il meccanismo della ripartizione stava crollando su sé stesso: i pensionamenti anticipatissimi moltiplicavano i percettori, mentre il rallentamento demografico e la stagnazione occupazionale distruggevano la base contributiva. La riforma, operata dal primo governo tecnico della storia della Repubblica, fu un primo tentativo sostanziale di ovviare al problema determinando dei cambiamenti sostanziali: primo fra tutti allungò l’età di pensionamento, da 60 a 65 anni, e il periodo minimo di contribuzione, da 15 a 20 per le nuove pensioni di anzianità, ma lasciò intatti i diritti già maturati. Una scelta che diventerà il leitmotiv di ogni successiva riforma.
Cambiò i meccanismi di indicizzazione, prevedendo un adeguamento delle pensioni ai prezzi (quindi all’inflazione) invece che ai salari, scelta che ha portato al paradosso dei nostri tempi: le pensioni sono le uniche ad adeguarsi al costo reale della vita.
In ultimo la riforma ampliò il periodo di riferimento per il calcolo della pensione, per cui si passò dagli ultimi anni di lavoro all’intera carriera per i nuovi assunti. Questo sancì una cambiamento sostanziale da un sistema retributivo a uno contributivo-misto. La pensione è calcolata sull’ammontare dei contributi versati nell’arco della vita lavorativa e non più sulla media degli ultimi stipendi. Il sistema diventerà contributivo puro per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, come stabilito dalla riforma Dini.
-1995, Riforma Dini, il passaggio al contributivo (a metà)
Dopo un tentativo del primo governo Berlusconi di avviare una nuova riforma, fallita data la forte opposizione sindacale, nel 1995 il governo Dini, anch’esso tecnico, tentò un approccio più collaborativo con i sindacati prefiggendosi degli obiettivi ambiziosi: la sostenibilità, la riduzione delle disuguaglianze tra le diverse categorie di lavoro, l’allungamento e, soprattutto, la flessibilità dell’età pensionabile.
Fu infatti introdotta una soglia flessibile (57-65 anni) in cui ritirarsi dal mondo del lavoro ed equiparati i trattamenti previdenziali tra uomo e donna.
Infine, come già accennato, la Legge 335/1995 introdusse il sistema contributivo ma l'applicazione fu eseguita in tre fasce:
-Chi aveva maturato almeno 18 anni di contributi prima del 31 dicembre 1995 rimase integralmente nel vecchio sistema retributivo
-Chi ne aveva meno di 18 passò a un sistema misto: retributivo per i contributi ante-1996, contributivo per quelli successivi (pro rata)
-Solo chi aveva iniziato a lavorare dopo il 1996 fu integralmente soggetto al sistema contributivo puro
In sostanza, i baby pensionati che avevano raggiunto la soglia di 14-20 anni di contributi entro il 1995 rimasero nel sistema più vantaggioso. La riforma salvaguardò esplicitamente i diritti acquisiti per evitare ricorsi costituzionali. Scelta comprensibile giuridicamente, ma che perpetuò il disavanzo strutturale per decenni (Ministero del Lavoro; Legge 335/1995, art. 1).
-2007, La resa ai sindacati:
La linea tracciata dalle riforme Amato-Dini fu in parte seguita e in parte no:
la Riforma Maroni del 2004 aveva previsto la reintroduzione di una differenza uomo-donna sull’età di pensionamento, l’abolizione del concetto di flessibilità e l’allungamento della vita lavorativa (introducendo un “limite fisso” a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne).
Ma nel 2007 il governo Prodi, cedendo alle pressioni di CGIL, CISL e UIL, negoziò il Protocollo sul Welfare del 23 luglio 2007, ammorbidendo molti tratti della riforma precedente su cui intervenne anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea: la Corte reputò discriminatoria la disposizione riguardo l’età di pensionamento diversificata per genere, costringendo l’esecutivo Berlusconi IV, nel frattempo tornato a Palazzo Chigi, ad equipararle a 65 anni.
-2011, Riforma Fornero e gli esodati
L'emergenza finanziaria del 2011, con lo spread BTP-Bund che sfiorò i 575 punti base, costrinse il governo Monti (guarda un po’, anch’esso tecnico) ad intervenire con l'art. 24 del D.L. 201/2011, firmato dal ministro Elsa Fornero. La riforma, sostenuta da una larghissima maggioranza parlamentare ad esclusione della Lega, innalzò i requisiti pensionistici (67 anni per l’età pensionabile con un adeguamento basato sulla speranza di vita ricalcolato ogni 2 anni) con effetto sostanzialmente immediato, senza un periodo transitorio adeguato e necessario.
Nacquero così gli "esodati": lavoratori che avevano già firmato accordi di mobilità o prepensionamento con le proprie aziende, basandosi sulle regole pre-Fornero, e che si ritrovarono senza stipendio e senza pensione per una finestra di 2-4 anni. Il numero fu a lungo dibattuto: il governo stimava 65.000, i sindacati oltre 300.000, l'INPS arrivò a circa 400.000 come stima massima delle posizioni a rischio. Tra il 2013 e il 2017, otto provvedimenti di salvaguardia successivi certificarono e salvaguardarono 172.466 esodati (Camera dei Deputati, documentazione tematica "La questione degli esodati").
Col senno di poi la riforma, seppure drastica, si rivelò salvifica.
-2019-2023, Quota 100, 102 e 103
Giunti con la promessa (mai mantenuta) di abolire la Riforma Fornero, M5S e Lega si ritrovarono a Palazzo Chigi in una situazione di uscita faticosa dalla recessione e portarono un cambio di paradigma: la spesa pensionistica va aumentata non diminuita e l’età pensionabile va abbassata.
Il governo Conte I introdusse Quota 100 (D.L. 4/2019): pensione con almeno 62 anni d'età e 38 di contributi. Il bilancio a tre anni elaborato da INPS e Ufficio Parlamentare di Bilancio rivelò risultati inferiori alle attese: 436.143 domande accolte su 517.358 presentate, per un costo 2019-2022 di circa 17,3 miliardi, con ulteriori 9,5 miliardi attesi fino al 2027 (totale stimato: 21-23 miliardi contro i 48,58 miliardi previsti). L'anticipo medio rispetto ai requisiti Fornero fu di 29 mesi. Il meccanismo del minore utilizzo rispetto alle previsioni si spiega con le carriere frammentate: molti lavoratori di 62 anni non raggiungevano i 38 anni di contributi richiesti, a causa di buchi contributivi da lavoro precario, in nero o periodi di disoccupazione. Alla scadenza di Quota 100, i governi successivi hanno introdotto Quota 102 (2022) e Quota 103 (2023-2024), mantenendo aperta una finestra di uscita anticipata e reiterando la pressione espansiva sulla spesa previdenziale.
Questi Maledetti Diritti Acquisiti
Un nodo giuridico di portata gargantuesca.
Sciolto, apparentemente, dalla sentenza n.70 della Corte Costituzionale, che dichiarò incostituzionale il semplice blocco temporaneo della rivalutazione automatica delle pensioni disposto dalla Riforma Fornero. Se anche solo un blocco temporaneo della rivalutazione fu giudicato incostituzionale, un taglio diretto degli assegni sarebbe un terreno impervio.
La Fotografia di Oggi
I dati INPS, stringenti sulla definizione delle “baby” pensioni, stimano una spesa per quest’ultime pari a 2.9 miliardi l’anno. Il Centro Studi Itinerari Previdenziali, invece, include in questo calcolo anche le pensioni di anzianità "ultra precoce", non classificate “baby” nel codice INPS, attestando la spesa a 9 miliardi. Ricordiamo che alcune di queste pensioni vengono erogate da più di 40 anni.
Nel 2025 la spesa pensionistica pubblica italiana ha sfondato la soglia del 15% del PIL, contro la media OCSE dell’8.8% (la media OCSE include Paesi come Olanda o Danimarca con sistemi a capitalizzazione privata, dove parte della spesa pensionistica non figura nelle statistiche pubbliche).
Secondo le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato (rapporto n.26, 2025) e dell'Osservatorio CPI Università Cattolica (febbraio 2026) la spesa pensionistica arriverà al 17% del PIL nel 2040, per poi calare al 14% entro il 2070.
Con un minuscolo presupposto: la crescita della produttività del lavoro intorno all'1,5% annuo nel lungo periodo.
Negli ultimi 10 anni circa, però, l’Italia ha prodotto una crescita media che si attesta tra lo 0.2% e lo 0.3% annuo; entro il 2050 il “belpaese” rischia di perdere circa 7.6 milioni di contribuenti perché la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) scenderà dagli attuali 37,3 milioni a circa 29,7 milioni.
Le previsioni sono agghiaccianti
Secondo voi, oltre ai fondi pensione di natura privata, come si potrà preservare la sopravvivenza economica delle generazioni future? Ma soprattutto, chi avrà il coraggio di farlo? La politica o l'ennesimo governo tecnico?
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