giovedì 25 giugno 2026

Pedagogia del Silenzio

Il DDL Valditara e la ridefinizione dei confini della cittadinanza educativa

Il 4 giugno 2026, grazie ai voti compatti di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, il Senato ha approvato il DDL Valditara.

D’ora in avanti, l’organizzazione nelle scuole italiane di attività che affrontino temi legati alla sessualità, all’affettività o all’identità di genere sarà subordinata a un duplice livello di autorizzazione: non solo il consenso preventivo delle famiglie, ma anche la trasmissione obbligatoria di documenti dettagliati su obiettivi, materiali didattici ed eventuali esperti esterni coinvolti.

Dunque, spiegare a una ragazza che nessuno può toccarla senza il suo consenso richiede un permesso scritto dei suoi genitori; così come insegnare a un ragazzo che «no» significa no, sempre e comunque, è subordinato a un’autorizzazione familiare.

Tutto ciò, all’interno di un impianto che tende a ricondurre questi temi alla sola dimensione biologico-sanitaria.

Ma c’è un passaggio, molto più radicale, che ha ricevuto meno attenzione e che, probabilmente, racconta meglio di ogni altro la filosofia del provvedimento: nelle scuole dell’infanzia e primarie questi temi non potranno essere trattati.

Tradotto dal linguaggio normativo a quello della realtà: in Italia, si ritiene che un bambino sia troppo piccolo per imparare che il proprio corpo merita rispetto, che un rifiuto deve essere accettato e che nessuno ha il diritto di oltrepassare determinati confini; troppo piccolo, persino, per apprendere che le emozioni non sono una zona di vergogna.

La misura viene presentata come una tutela dei minori dalla «propaganda gender» e come una restituzione di centralità educativa alle famiglie.

Ma in un Paese in cui oltre sei milioni di donne dichiarano di aver subito una violenza fisica o sessuale nel corso della vita[1], la domanda non è se i bambini debbano sapere troppo.

É perché si continui a insegnare loro troppo poco.

Chi insegna il rispetto?

Quando Elena Cecchettin definì Filippo Turetta «un figlio sano del patriarcato», il dibattito pubblico italiano si spaccò.

Non per la frase in sé, ma per ciò che implicava: che la violenza non sia un incidente isolato, bensì l’esito possibile di modelli culturali appresi, interiorizzati e riprodotti.

Se questa ipotesi è anche solo parzialmente vera, allora la domanda diventa inevitabile:

dove si imparano il consenso, il rispetto del rifiuto, la gestione dei confini e l’idea stessa di reciprocità nelle relazioni?

La risposta non può essere unica.

La famiglia ha indubbiamente un ruolo centrale, ma non universale.

Non tutte le famiglie dispongono degli strumenti, del linguaggio o della consapevolezza necessari per affrontare questi temi.

Ed è proprio qui che si colloca la funzione della scuola: non sostituire i genitori, ma garantire un nucleo minimo di competenze civiche e relazionali indipendenti dalla condizione di partenza.

Il DDL Valditara interviene su questo equilibrio, in quanto non si limita a regolamentare i contenuti.

Piuttosto, sembrerebbe ridefinire una domanda più profonda: chi ha il diritto di decidere cosa un minore può sapere sul proprio corpo, sulle relazioni e sul consenso?

L’Italia e il club delle eccezioni

Prima ancora dell’approvazione della legge, l’Italia era già un’anomalia europea.

Nessun programma nazionale obbligatorio e strutturato di educazione sessuo-affettiva.

Interventi frammentari, episodici, privi di qualsiasi riflessione su emozioni, consenso, relazioni affettive o prevenzione della violenza.

Secondo l’Osservatorio “Giovani e Sessualità” di Durex e Skuola.net, la quasi totalità dei giovani (circa 9 su 10) ritiene che l’educazione sessuale dovrebbe essere parte integrante dei programmi scolastici[2]. Una quasi unanimità generazionale che si scontra con l’assenza di un’offerta strutturata nel sistema scolastico italiano.

A colmare questo vuoto istituzionale, sono state soprattutto associazioni e organizzazioni della società civile: realtà come la Fondazione Una Nessuna Centomila svolgono un lavoro prezioso nelle scuole italiane, portando percorsi educativi su affettività, relazioni e prevenzione della violenza di genere.

Ma il fatto stesso che questo compito venga delegato alla buona volontà del Terzo settore rappresenta già una forma di denuncia.

In Europa, invece, l’educazione sessuo-affettiva è parte stabile dei percorsi scolastici nella maggioranza dei Paesi.

L’Italia resta tra le eccezioni, insieme a Bulgaria, Romania, Ungheria, Polonia e Lituania.

Il punto, però, non è soltanto la comparazione internazionale.

È una questione di struttura del sistema educativo.

In Italia, l’educazione civica è parte obbligatoria del curriculum scolastico: si insegna il rispetto delle istituzioni, delle regole, dell’ambiente, della convivenza democratica.

Ed è qui che emerge una contraddizione difficile da ignorare.

Perché la cittadinanza è considerata incompleta senza un’educazione al rispetto dello spazio pubblico, delle regole collettive e dell’ambiente, mentre il rispetto del proprio corpo, dei confini altrui e delle relazioni affettive resta opzionale, frammentario o assente?

Non si tratta di confondere piani diversi.

Si tratta di riconoscere che la cittadinanza non è solo istituzionale: è anche relazionale.

Ed è proprio questa impostazione che viene spesso messa in discussione, richiamando il cosiddetto “paradosso nordico”.

Il paradosso che non è un paradosso

Il “paradosso nordico” sostiene che in Svezia e Finlandia, dove l’educazione sessuo-affettiva è obbligatoria dagli anni Cinquanta, i tassi di violenza dichiarata risultino alquanto elevati rispetto la media europea. Parliamo del 53% per la Svezia e del 57% per la Finlandia, secondo i dati dell’European Institute for Gender Equality[3].

Da qui l’obiezione popolare: “allora non funziona”.

Nulla di più falso.

Tale obiezione non fa altro che confondere violenza esistente e violenza dichiarata.

Nei sistemi educativi più avanzati, i giovani imparano a riconoscere e nominare la violenza.

E ciò che viene nominato può essere anche denunciato.

Il dato non misura più violenza, ma emersione.

Il cosiddetto paradosso nordico, letto correttamente, non è un argomento contro l’educazione sessuo-affettiva. Bensì, uno dei suoi indicatori più coerenti.

Cosa dice davvero la ricerca

La letteratura scientifica internazionale degli ultimi decenni ormai converge su un punto:

l’educazione sessuo-affettiva non induce né anticipa comportamenti sessuali precoci, come spesso si sostiene nel dibattito politico.

Produce invece effetti opposti:

– maggiore consapevolezza dei propri diritti e dei propri confini;
– migliore capacità di riconoscere situazioni di abuso o coercizione;
– relazioni tra adolescenti meno violente e più eque;
– maggiore propensione a chiedere aiuto in situazioni di rischio.

Le principali organizzazioni internazionali in ambito sanitario ed educativo – OMS, UNICEF, UNESCO – convergono su una stessa indicazione: l’educazione deve essere progressiva, scientificamente fondata e adeguata all’età, iniziando già nei primi anni di scuola con concetti essenziali come il rispetto del corpo, delle emozioni e dei confini personali.

Nei Paesi Bassi, per esempio, si parla di emozioni, rispetto e differenze già dai 4 anni, con linguaggi semplici e attività adeguate.

Tutto questo consente a bambini e giovani di sviluppare valori fondamentali – tra cui il rispetto dei diritti umani – e attitudini che contribuiscono a relazioni sane, sicure e positive[4].

Se questo è il quadro di evidenze condivise, allora il punto non riguarda più soltanto ciò che l’educazione sessuo-affettiva è in grado di fare.

Riguarda il tipo di conoscenza che si considera legittimo trasmettere nella formazione delle nuove generazioni.

Ed è qui che il dibattito esce definitivamente dal perimetro educativo e diventa una questione politica e di cittadinanza.

Una democrazia che non insegna?

C’è un passaggio che aiuta a comprendere la logica profonda di questa riforma.

Sul sito del Ministero dell'Istruzione si legge che «i femminicidi non si combattono con l’educazione sessuale» e che quest’ultima è importante soprattutto per una corretta conoscenza del corpo, della sessualità e dei rischi sanitari[5].

Nessuno sostiene che un percorso scolastico possa, da solo, eliminare la violenza di genere.

Il problema è un altro.

Ridurre l’educazione sessuo-affettiva a una mera questione biologica significa negare che le relazioni, il consenso, gli stereotipi di genere e le dinamiche di potere siano anch’essi oggetto di apprendimento.

Eppure è proprio su questo punto che convergono le disposizioni internazionali, le raccomandazioni dell’OMS e dell’UNESCO e i principi della stessa Convenzione di Istanbul:          la prevenzione passa anche dall’educazione.

Se la violenza ha una dimensione culturale, allora anche il contrasto alla violenza non può limitarsi alla repressione penale o all’intervento emergenziale quando il danno è già stato compiuto.

Deve interrogarsi su ciò che viene insegnato prima. O su ciò che si sceglie di non insegnare.

Presentare come “storica” una riforma che restringe gli spazi dedicati all’educazione affettiva significa considerare irrilevante una parte fondamentale della formazione delle nuove generazioni. Significa accettare che il consenso, il rispetto dei confini personali e la capacità di riconoscere una relazione abusante restino competenze affidate alla casualità dei contesti familiari, territoriali e sociali.

E proprio qui emerge il limite più evidente del provvedimento.

Chi cresce in una famiglia aperta al dialogo continuerà probabilmente ad avere accesso a questi strumenti.

Ma per chi vive in contesti segnati da violenza, prevaricazione o stereotipi profondamente radicati, la scuola dovrebbe rappresentare l’unico luogo in cui ascoltare una narrazione diversa.

La domanda, allora, non è se la scuola debba sostituirsi alla famiglia.

La domanda è se una democrazia possa permettersi di rinunciare a insegnare ciò che rende le relazioni più libere, più consapevoli e meno violente.


[1] https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-violenza-contro-le-donne-dentro-e-fuori-la-famiglia-primi-risultati-anno-2025/

[2] https://www.skuola.net/news/skuola-originals/9-giovani-su-10-chiedono-educazione-sessuale-scuola.html?srsltid=AfmBOoo6HjpRij4Q9_vXaZ6Oy9jkwzozuK41nbNjlXBQJwx_sAU7ynyh

[3] https://eige.europa.eu/gender-equality-index/2025/IT

[4] https://www.unesco.org/en/articles/international-technical-guidance-sexuality-education-evidence-informed-approach

[5] https://www.mim.gov.it/-/l-educazione-sessuale-in-aula-e-il-consenso-informato-l-intervento

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