martedì 23 giugno 2026

Le vostre mancette c'hanno rotto il cazzo

“Dai un pesce a un povero e per un giorno non avrà fame, insegnagli a pescare e non avrà fame per tutta la vita”. Insegnare qualcosa implica, però, delle competenze specifiche.

In una classe politica in cui le idee scarseggiano, la politica del bonus sembra sempre una buona idea, d’altronde, come direbbe mio padre, “paga Pantalone”. Le politiche distributive, quasi sempre a debito, piacciono a tutti e danno contenuto agli spot elettorali e voce nei talk show televisivi.

Questa tendenza al bonus aumenta soprattutto quando vi è necessità di provare a risolvere problemi complessi e spesso multifattoriali, giusto per dire “noi c’abbiamo pensato”.

Negli ultimi giorni, il Partito Democratico ha ben pensato di occuparsi di uno di questi, forse il più preoccupante, la fuga di cervelli e lo ha proposto di regalare il pesce piuttosto che insegnare a pescare: davanti a un esodo che ha visto 630.000 giovani, dai 18 ai 34 anni, fuggire dall’Italia (come se l’intera città di Palermo decidesse di andarsene) dal 2011 al 2024, la risposta del Partito Democratico è stata: “Fermi tutti, vi diamo 200 euro al mese in più per tre anni, ma solo se avete già un contratto a tempo indeterminato”.

Sempre meglio degli 80 euro potreste dire, ma se andiamo più a fondo nella proposta, notiamo che questi 200 euro andrebbero a una fascia ristretta di questi famigerati “giovani” e (forse) i meno bisognosi di un intervento del genere. A usufruirne sarebbero infatti gli under 35 con un contratto a tempo indeterminato, con reddito inferiore a 45 mila euro (praticamente tutti purtroppo) e, come riportato da Pagella Politica, “sembra che il beneficio si limiterebbe solo a chi viene assunto o confermato dopo l’approvazione della legge”. Rimarrebbero così tagliati fuori i lavoratori già assunti a tempo indeterminato, ma soprattutto i veri precari: stagisti, tirocinanti, false partite IVA (lavoratori che formalmente risultano autonomi, cioè hanno una partita IVA e fatturano come liberi professionisti, ma che nella pratica lavorano come dipendenti per un’azienda pur non avendo le garanzie di un dipendente), collaboratori continuativi e part-time involontari.

Facendo due conti, secondo il PD la misura costerebbe 700 milioni di euro l’anno. Se si divide questa cifra per 2.400 euro annui a persona, cioè 200 euro al mese per dodici mensilità, si arriva a circa 292 mila beneficiari. Se invece si considera il bonus su tredici mensilità, quindi 2.600 euro annui, la platea scenderebbe a poco meno di 270 mila persone. A fronte di oltre sei milioni di giovani tra i 25 e i 34 anni, il bonus raggiungerebbe meno del 5% di questa fascia d’età. Constatato ciò ci troveremmo davanti a una misura regressiva e non progressiva, foriera di ulteriori disparità all’interno della stessa generazione e svantaggiando ulteriormente gli esclusi dal bonus. Immaginiamo infatti che questa misura fosse in vigore da domani: A, assunto con un contratto a tempo indeterminato dopo l’approvazione della legge, avrebbe 200 euro in più al mese da destinare, per esempio, ad un affitto in una zona più centrale o in una casa più grande. I locatori, venuti a conoscenza della legge e notando un lieve aumento della domanda, sarebbero incentivati ad alzare i prezzi degli affitti finendo per svantaggiare B, giovane neo-laureato del sud Italia costretto, per aumentare le proprie possibilità di realizzazione professionale, a muoversi verso i grandi centri.

Magari quel giovane avrà studiato in un ateneo calabrese e avrà usufruito del “Reddito di Merito”, una proposta simile per la struttura a quella portata avanti dal PD, seppur più concreta e diretta agli studenti e non ai lavoratori. La misura è stata approvata ad aprile dalla Regione Calabria ed è stata il cavallo di battaglia del Presidente della Regione Roberto Occhiuto. Il “Reddito di Merito” è rivolto agli studenti universitari che risiedono e studiano in Calabria e mantengono una media ponderata dal 27 in su. Agli studenti che rispettano i requisiti è erogato mensilmente un contributo da 500 fino a 1.000 euro. La misura cerca di contrastare la fuga degli studenti calabresi verso nord (1 studente magistrale su 2 studia fuori regione) e incentivare il percorso universitario in cui la percentuale della popolazione laureata è il 24,28% contro il 31,6% a livello nazionale.

Ma siamo sicuri che questa nobile iniziativa sortirà gli effetti sperati? Cosa accadrà una volta finito il percorso di studi? Sarà il “Reddito del Merito”, per altro assegnato senza tener conto di alcuna situazione economica dello studente, a far mettere radici in Calabria? Probabilmente no, anzi, la Regione più povera d’Europa si troverà a pagare la formazione di professionisti che andranno a produrre altrove, non perché irriconoscenti ma perché costretti.

Queste misure si pongono in continuità con il padre di tutti i bonus “dedicati” ai giovani: il “Bonus Cultura”. I più che leggeranno questo articolo ricorderanno bene la “18app”, una carta elettronica da 500 euro destinata ai neo-diciottenni residenti in Italia, compresi i cittadini stranieri con regolare permesso di soggiorno, e spendibile in  libri, cinema, teatro, concerti, musei, monumenti, parchi, aree archeologiche, musica. Il bonus è stato poi attenuato dal Governo Meloni che ha introdotto criteri economici (ISEE inferiore ai 35.000 euro) o “di merito” (diplomati con 100/100 entro i 19 anni).

Secondo la ricostruzione dell’Osservatorio sui Conti Pubblici, il totale degli stanziamenti per questa misura, dal 2016 al 2023, hanno superato i 2 miliardi di euro.

Questa misura ha incarnato l’essenza del bonus: facilmente sfruttabile in campagna elettorale, facilmente attuabile, fa contento il settore interessato che vede aumentati i consumi, non implica alcun conflitto, alzano per un po’ di tempo il reddito disponibile di chi ne usufruisce. Il problema quindi non è il bonus in sé, ma l’idea che questo possa essere un’alternativa a una politica strutturata e lungimirante.

Ma la realtà dei fatti è che le vostre mancette c’hanno rotto il c*zzo. Quello che la classe politica dovrebbe chiedersi non è “quanto dobbiamo dare a un giovane per farlo restare?”, ma  “cosa trova un giovane se resta?”: precarietà travestita da gavetta, salari d’ingresso prossimi alla fame, ininfluenza politica, affitti fuori scala nelle grandi città e desertificazione culturale ed economica della provincia. Non bastano 200 euro al mese per invertire un trend che, accompagnato alla denatalità, porterà alla scomparsa del paese. Altro che invasione o sostituzione etnica.

Vorrei chiudere con una frase, attribuita ad Alcide De Gasperi, che dovrebbe essere scritta in ogni stanza del potere:

“Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”.

E nel frattempo le prossime generazioni se ne vanno.

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