DI PRISCILLA GAMARRA
Questo mercoledì milioni di persone si siederanno davanti a uno schermo per guardare una partita di calcio. Ma ridurre un Argentina-Inghilterra a novanta minuti significherebbe ignorare la storia.
Lionel Scaloni lo chiarisce subito, rispondendo a un giornalista nella conferenza stampa dopo la vittoria contro la Svizzera: «È una partita di calcio. Il messaggio è questo: è una partita di calcio. Non cerchiamo altro. Affronteremo una grande nazionale, allenata da un tecnico che stimo e ammiro molto. È una partita di calcio, punto.»
Eppure, è difficile considerare Argentina-Inghilterra una partita come le altre. Ogni volta che queste due nazionali si affrontano, il confronto supera inevitabilmente i confini dello sport e riporta alla memoria uno dei capitoli più dolorosi della storia argentina. Il 24 marzo 1976, l'Argentina subì il suo sesto colpo di Stato, che diede inizio al regime militare. La dittatura governò il Paese fino al dicembre del 1983, quando il ritorno della democrazia portò all'elezione del leader radicale Raúl Alfonsín.
Fu uno dei periodi più bui della storia argentina, preceduto da anni segnati da instabilità politica e violenza. In un contesto caratterizzato da una crescente crisi economica, dall'isolamento internazionale e dalla perdita di legittimità del regime, la Giunta Militare guidata da Leopoldo Fortunato Galtieri decise di occupare le Isole Malvine il 2 aprile 1982.
L'operazione aveva l'obiettivo di rivendicare uno storico reclamo di sovranità, ma anche di rafforzare un governo sempre più contestato dalla società argentina. Dall'altra parte dell'Atlantico, il Regno Unito era guidato dalla prima ministra conservatrice Margaret Thatcher. Anche il suo governo attraversava un periodo difficile, segnato dalla recessione economica, dall'aumento della disoccupazione e da un crescente calo del consenso popolare.
L'invasione argentina cambiò radicalmente il quadro politico. Thatcher rispose inviando una task force militare per riconquistare le isole e trasformò la loro difesa in una priorità nazionale. La vittoria britannica non solo ristabilì il controllo del Regno Unito sulle Malvine, ma rafforzò anche la leadership politica della premier, contribuendo alla sua netta vittoria nelle elezioni generali del 1983. Nel frattempo, in Argentina, il 10 aprile 1982, affacciato al balcone della Casa Rosada davanti a una Plaza de Mayo gremita, Galtieri pronunciò una frase rimasta impressa nella memoria collettiva del Paese: «Se vogliono venire, che vengano; li aspetteremo in battaglia.»
Poco più di due mesi dopo, il 14 giugno, la resa argentina pose fine alla guerra. La sconfitta accelerò il crollo della dittatura militare e aprì la strada al ritorno della democrazia nel dicembre del 1983.
Le Malvinas
Quell'arcipelago situato nell'Oceano Atlantico meridionale, a circa 500 chilometri dalle coste della Patagonia argentina, si trasformò nel 1982 in un teatro di guerra.
Su quelle isole morirono 649 militari argentini e 255 militari britannici. Per migliaia di giovani argentini, la guerra non significò soltanto affrontare il nemico britannico. Molti coscritti denunciarono, anni dopo il conflitto, di aver sofferto la fame, il freddo estremo, la mancanza di equipaggiamento adeguato e maltrattamenti da parte di alcuni dei loro stessi superiori.
«Freddo e tanto vento. Non abbiamo nemmeno il tempo di riprendere fiato: carichiamo i nostri zaini e ci incamminiamo verso la destinazione. Trenta chilometri. Sono già due giorni che non mangiamo. Durante la notte abbiamo sofferto un freddo terribile e non sappiamo nemmeno dove ci troviamo» -15 aprile 1982
Diversi ex combattenti raccontarono di aver subito punizioni corporali, sepolture punitive e impalamenti al suolo (estaqueamientos), una pratica che consisteva nell'immobilizzare un soldato legandolo al terreno per ore, oltre ad altre forme di violenza. A tutto questo si aggiungevano le temperature rigidissime, le lunghe giornate senza cibo sufficiente e il logoramento fisico e psicologico provocato dal combattimento in un ambiente estremamente ostile.
Tuttavia, anche in mezzo a quel drammatico scenario emersero storie di straordinario coraggio e dedizione verso i soldati impegnati al fronte. Una delle più ricordate è quella del tenente Roberto Estévez, che, prima di partire per il combattimento, scrisse una lettera da consegnare alla sua famiglia soltanto nel caso in cui fosse morto. In quella lettera scrisse:
«Non ho paura di morire, ma mi dispiace per i miei genitori, mio fratello e mia nonna. A tutti loro, grazie. Ci chiedono di arrenderci. La risposta è: "Portate il Principino e venite a prenderci!».
Pochi giorni dopo, il 28 maggio 1982, Estévez cadde in combattimento durante la battaglia di Pradera del Ganso (Goose Green). L'espressione «il Principino» era un riferimento ironico al principe Andrea del Regno Unito, che prestava servizio come pilota di elicottero nella flotta britannica.
Quella lettera superò l'ambito militare e divenne una delle testimonianze più toccanti della Guerra delle Malvine. Per questo motivo, le Malvine continuano a rappresentare una ferita aperta per molti argentini. Non soltanto per la sconfitta militare o per la disputa sulla sovranità delle isole, ma soprattutto perché dietro ogni nome inciso nella memoria c'era un figlio, un fratello, un amico. E perché molte di quelle storie sono rimaste impresse in lettere, ricordi e silenzi che ancora oggi fanno parte della memoria collettiva dell'Argentina.
“La mano de D10S”
Quattro anni dopo la Guerra delle Malvine, l'Argentina e l'Inghilterra si incontrarono di nuovo. Questa volta, però, non su un campo di battaglia, ma allo Stadio Azteca di Città del Messico. Il 22 giugno 1986, le due nazionali si affrontarono nei quarti di finale della Coppa del Mondo FIFA.
Sebbene si trattasse di una partita di calcio, il contesto storico era impossibile da ignorare. La ferita delle Malvine era ancora aperta e l'incontro aveva un forte valore simbolico che andava ben oltre lo sport. Per milioni di argentini, quella partita rappresentava molto più dell'accesso a una semifinale. Quel campo si trasformò, simbolicamente, in un nuovo scenario di confronto.
Non c'erano più fucili, missili o trincee: c'erano un pallone, gli scarpini e novanta minuti di calcio. Fu lì che un giovane originario di Villa Fiorito, Diego Armando Maradona, scrisse una delle pagine più memorabili della storia dello sport. Al 51º minuto segnò il gol che il mondo avrebbe conosciuto come "La Mano de D10S".
Appena quattro minuti dopo, al 55º minuto, superò gran parte della squadra inglese per realizzare l'indimenticabile "Gol del Secolo". Furono soltanto quattro minuti che rimasero impressi per sempre nella memoria collettiva degli argentini. Per molti, quei gol andarono ben oltre il risultato sportivo. In una società che stava ancora affrontando il dolore della Guerra delle Malvine, quella vittoria fu vissuta come un momento di sollievo e di rivincita simbolica.
Non riparò le perdite né cancellò il dolore, ma permise di esprimere, attraverso il calcio, emozioni che erano ancora profondamente presenti. Con il passare degli anni, lo stesso Maradona attribuì un significato speciale a quella vittoria. A proposito del primo gol disse che era stato "un po' con la testa di Maradona e un po' con la mano di Dio". Riconobbe anche che quella vittoria fu vissuta come "una sorta di rivincita simbolica contro gli inglesi", chiarendo che il calcio non poteva cancellare il dolore della guerra, ma poteva offrire un momento di sollievo a una società profondamente colpita.
L'Argentina vinse 2-1 e si laureò campione del mondo. Tuttavia, l'eredità di quella partita andò ben oltre il risultato. Da allora, ogni volta che Argentina e Inghilterra si affrontano di nuovo, il ricordo di Messico 1986 riaffiora inevitabilmente. Non perché una partita di calcio possa riparare una guerra, ma perché quel pomeriggio Maradona trasformò un incontro di calcio in uno dei simboli più potenti della memoria collettiva argentina.
A più di quarant'anni dalla Guerra delle Malvine e a quasi quattro decenni dal Mondiale del 1986, quella partita continua a vivere nella memoria collettiva degli argentini. Il suo significato va ben oltre lo sport e continua a essere presente nella cultura popolare, anche attraverso i cori da stadio.
Un esempio è "Muchachos", il cui verso «per i ragazzi delle Malvine che non dimenticherò mai» mantiene viva la memoria di coloro che hanno combattuto nella guerra. In questo modo, la sfida di Città del Messico del 1986 ha smesso di essere soltanto una partita di calcio per trasformarsi in un simbolo in cui convergono storia, memoria e identità nazionale.
Per questo, e con tutto il rispetto per il punto di vista di Lionel Scaloni, mi permetto di contraddirlo. Per chi è nato decenni dopo la guerra, per chi l'ha studiata a scuola o è cresciuto ascoltando i racconti dei veterani, Argentina-Inghilterra non sarà mai una partita come le altre. Sono novanta minuti nei quali la memoria torna a farsi presente. Novanta minuti per ricordare quei ragazzi di appena diciotto anni mandati a combattere, i 649 argentini che persero la vita, le famiglie che non smisero mai di aspettarli e i veterani che, per anni, hanno dovuto combattere non solo contro le ferite della guerra, ma anche contro l'oblio. Perché ci sono partite che si giocano per una coppa.
E ce ne sono altre che si giocano anche nella memoria di un Paese.
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