mercoledì 15 luglio 2026

Le Falkland

DI MATTIA TODINI

«Nulla rimane più vivido nella mia mente, volgendo lo sguardo agli anni trascorsi al n. 10 di Downing Street, delle undici settimane della primavera del 1982 quando la Gran Bretagna combatté e vinse la guerra delle Falkland». Con queste parole, Margaret Thatcher ricorderà nelle sue memorie i giorni più drammatici e cruciali del suo intero mandato come Primo Ministro. Un conflitto scoppiato per il controllo di un arcipelago remoto, composto da due isole maggiori e circa duecento isole minori, sperduto nelle gelide acque dell'Atlantico meridionale: settecento chilometri dalle coste argentine, ma oltre dodicimila dalla madrepatria britannica.

La disputa sulla sovranità affondava le sue radici in secoli di rivendicazioni incrociate. Se le fonti britanniche attribuivano la scoperta all'esploratore John Davis nel 1592, quelle argentine ne retrodatavano il primo avvistamento ad Amerigo Vespucci nel 1502. Nel corso del XVIII secolo, il territorio era stato oggetto di contese serrate tra Francia, Spagna e Gran Bretagna, per poi trasformarsi, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, in una sostanziale terra nullius. Abbandonato dagli inglesi a causa delle crescenti preoccupazioni nel Nord America e dagli spagnoli dissanguati dalle guerre napoleoniche, l'arcipelago rimase a lungo solo un punto di attracco fondamentale per baleniere e mercantili diretti verso Capo Horn.

Il destino delle isole mutò radicalmente con l'indipendenza delle colonie spagnole. Nel 1816 nacquero le Province Unite del Rio de la Plata (la futura Argentina), che rivendicarono l'eredità coloniale di Madrid occupando l'arcipelago nel 1820. Il controllo argentino durò poco: nel 1830, nel tentativo di frenare le baleniere statunitensi, il governatore Luis Vernet ordinò l'arresto di tre equipaggi americani. La reazione di Washington fu violentissima: la nave USS Lexington compì un raid distruttivo che annientò la resistenza locale. Di quel vuoto approfittò il governo britannico che, nel 1833, rioccupò formalmente le isole, trasformandole nel 1845 in una Colonia della Corona. Da quel momento, Buenos Aires non smise mai di protestare, alimentando un irredentismo nazionalista che, nel secondo dopoguerra, il presidente Juan Domingo Perón trasformò in un pilastro della coscienza identitaria argentina.

Mentre l'Argentina portava la questione anche dinanzi all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sin dal 1946, i numerosi tentativi negoziali rimasero sempre infruttuosi. Intanto Londra stava vivendo gli anni difficili del declino imperiale. Per questo, mentre il più grande impero della storia si disgregava perdendo sempre più pezzi, dal punto di vista economico e strategico, quell'avamposto sferzato dai venti australi appariva ai governi britannici più come un fardello dispendioso che come un'opportunità. Tuttavia, cedere la sovranità era considerato inconcepibile: a unire Londra a Port Stanley vi erano legami indissolubili di lingua, discendenza diretta e un'incrollabile fedeltà alla Corona da parte degli isolani, il cui volere non poteva essere calpestato. Il dibattito sul mantenimento del contingente militare alle Falkland si fece sempre più teso per via della grave crisi economica che attanagliava il Paese. Dalla metà degli anni Sessanta, l'unica difesa dell'arcipelago era affidata alla nave rompighiaccio HMS Endurance, affiancata da una trentina di Royal Marines e dai volontari della Falkland Islands Defence Force. Nel 1981, nell'ottica dei drastici tagli alla Difesa voluti dal ministro John Nott, il ritiro definitivo dell'Endurance entrò in un White Paper, nonostante la ferma opposizione del Segretario agli Esteri, Lord Carrington.

Questo elemento può essere considerato il primo decisivo prodromo della guerra. La percezione di un disimpegno britannico incoraggiò la Giunta militare argentina, al potere dal 1976 sotto la guida del generale Leopoldo Galtieri. Il regime, contestato per la violazione dei diritti umani e stretto nella morsa di un'economia disastrata, vide nelle Malvinas il perfetto diversivo patriottico per distrarre la popolazione e catalizzare il consenso. All'inizio di marzo del 1982, dopo l'ennesimo round negoziale fallito, la delegazione argentina emanò un duro comunicato unilaterale con il quale si avocava il diritto di mettere fine alle negoziazioni e di scegliere la procedura che più si confaceva ai propri interessi . Sebbene Margaret Thatcher avesse intuito il pericolo ipotizzando la preparazione di piani militari preventivi, l'intelligence e il gabinetto britannico commisero l'errore di ritenere improbabile un'invasione aperta, confermando il ritiro dell'Endurance.

Le provocazioni argentine si fanno allora ancora più esplicite. Il 19 marzo 1982 dalla nave ARA Buen Suceso sbarcarono illegalmente sulla Georgia del Sud, una dipendenza delle Falkland, quaranta operai demolitori che issarono la bandiera argentina, sparando colpi in aria. Londra rispose inviando l'Endurance con venti Royal Marines e ordinando lo spostamento di due sottomarini nucleari, lo Spartan e lo Splendid. Il 31 marzo, l'intelligence britannica ruppe gli indugi comunicando al governo che la mobilitazione argentina era ormai completata e l'invasione imminente.

Di fronte alla notizia della minaccia, la risposta del Primo Ministro Margaret Thatcher fu immediata: l'obiettivo supremo del Regno Unito doveva essere il ripristino dello status quo ante, con ogni mezzo diplomatico o militare. Convocata una riunione d'emergenza la sera del 31 marzo, il capo di Stato maggiore della Marina, sir Henry Leach, superò i dubbi del gabinetto dichiarando di poter allestire in sole quarantotto ore una Task Force navale guidata dalle portaerei HMS Hermes e HMS Invincible. Le incertezze comunque non erano trascurabili: il ministro della Difesa Nott temeva l'inverno australe imminente, la scarsa copertura aerea dovuta alla distanza e, soprattutto, l'isolamento internazionale.

Il canale diplomatico si rivelò subito impervio, a partire dall'alleato più stretto. Quando il Segretario agli Esteri britannico, Lord Carrington, si rivolse all’omologo americano Alexander Haig invocando una mediazione decisa, la risposta di Washington fu raggelante. Preoccupata di salvaguardare la propria rete di alleanze anticomuniste in America Latina e riflettendo sul fatto che l’Argentina facesse parte dell’Organizzazione degli Stati Americani, l'amministrazione Reagan scelse la via di ambigua neutralità, dichiarando che non avrebbe preso le parti di nessuno.

Questa equidistanza morale, che metteva sullo stesso piano la più antica democrazia parlamentare d'Europa e una dittatura militare colpevole di un'aggressione unilaterale, ferì profondamente Thatcher, che si considerava un’amica personale del Presidente. Rifiutando di attenersi ai canali formali, il Primo Ministro decise di scrivere direttamente a Ronald Reagan. Tuttavia, neppure il drammatico appello della Casa Bianca, attraverso una telefonata diretta del Presidente a Galtieri, riuscì a fermare la spregiudicata scommessa del Generale. All'alba del 2 aprile 1982, le truppe argentine sbarcarono a Port Stanley; l'emblema del Sol de Mayo sventolava al posto della Union Jack.

Di fronte a quell’umiliazione, Margaret Thatcher assunse una postura inflessibile, escludendo categoricamente qualsiasi forma di compromesso. Nella sua visione, la guerra che si profilava non era una mera disputa territoriale per delle isole semideserte, ma una fondamentale battaglia di principio. Era in gioco la credibilità del mondo libero: consentire a un regime brutale di violare il diritto internazionale e calpestare l'autodeterminazione di cittadini britannici significava cedere allo spettro dell'appeasement del 1938 o alla debolezza della crisi di Suez del 1956.

Mentre firmava l'ordine di far salpare la Task Force navale, un contingente che molti a Westminster consideravano un semplice strumento di pressione negoziale, Thatcher dispose il congelamento immediato dei beni finanziari argentini, l’embargo commerciale e l'espulsione dei diplomatici di Buenos Aires.

Contemporaneamente, a New York, il rappresentante britannico sir Anthony Parsons compì un capolavoro diplomatico all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Sfruttando le goffaggini del ministro degli Esteri argentino Costa Mendez, Parsons isolò l’avversario e ottenne l’approvazione della Risoluzione 502, che intimava all'Argentina il ritiro immediato delle truppe.

L’amministrazione americana però rimaneva profondamente spaccata. Da un lato, la rappresentante USA all’ONU Jeane Kirkpatrick era fermamente sostenitrice dell’Argentina e di una solidarietà emisferica in chiave anticomunista (la Kirkpatrick aveva scelto persino di ignorare la seduta del Consiglio di Sicurezza per recarsi ad un ballo all’ambasciata argentina a Washington); dall'altro, il Segretario alla Difesa Caspar Weinberger spingeva per un sostegno incondizionato alla Gran Bretagna, il più storico e importante alleato degli Stati Uniti. In mezzo si collocava Alexander Haig, intenzionato a giocare il ruolo di mediatore neutrale attraverso una frenetica shuttle diplomacy tra le capitali.

Quando questi arrivò a Londra l’8 aprile, la Thatcher lo accolse a Downing Street sfoggiando una studiata e formidabile coreografia simbolica. Fece accomodare la delegazione statunitense allo stesso tavolo in cui Neville Chamberlain sedeva nel 1938 mentre parlava della lontananza e dell’irrilevanza della Cecoslovacchia e mostrò loro i ritratti degli ammiragli Nelson e Wellington, i due inglesi che avevano sconfitto in due diversi momenti Napoleone. Il messaggio era inequivocabile: la Gran Bretagna non avrebbe accettato compromessi al ribasso e nessun dittatore sarebbe stato rabbonito. Durante cinque ore di colloquio estenuante, il Primo Ministro respinse ogni proposta di amministrazione provvisoria o condivisa delle Falkland; qualsiasi premio all’aggressore era inconcepibile. Nei 20 giorni successivi le riscritture di possibili bozze si susseguirono ma le parti non trovavano nessun punto di incontro. La fermezza della Thatcher e l'impreparazione della Giunta stessa spinsero infine l'Argentina all’arroccamento: quando Costa Mendez rifiutò le ultime bozze pretendendo la sovranità immediata, il tempo delle ambiguità finì. Il 30 aprile, l'amministrazione Reagan capitolò di fronte alla risolutezza della Lady di ferro, dichiarando il pieno sostegno logistico e militare al Regno Unito.

La condotta delle operazioni militari non fu comunque semplice. La decisione strategica di autorizzare il siluramento dell’incrociatore argentino General Belgrano si rivelò politicamente decisiva per neutralizzare la minaccia navale di Buenos Aires; tuttavia, quando la ritorsione argentina portò all'affondamento della nave britannica HMS Sheffield, i partner internazionali tornarono a invocare il negoziato. Il Segretario agli Esteri Francis Pym presentò al Primo Ministro un piano di pace, scritto con la mediazione del Presidente del Perù e caldeggiato dagli Stati Uniti. Ancora una volta, Thatcher lo respinse: l'accordo ignorava completamente la volontà degli abitanti delle Falkland. Lo stesso Ronald Reagan, spaventato dalle analisi dei suoi consiglieri e dal timore di un'invasione britannica del continente argentino, telefonò alla Thatcher esprimendo la paura che il conflitto si trasformasse in una lotta asimmetrica «tra Davide e Golia», dove la Gran Bretagna rischiava di apparire come l’oppressore imperiale. Con una straordinaria opera di persuasione, Thatcher smontò le perplessità del presidente americano, ricordandogli il valore universale della democrazia e dell’autodeterminazione. Subito dopo, lanciò un ultimatum di 48 ore d'intesa con le Nazioni Unite per un autogoverno privo di ingerenze argentine, il silenzio ostinato di Buenos Aires spianò la strada allo sbarco terrestre britannico del 21 maggio.

Le settimane successive videro la Thatcher affrontare alcune delle sue ore più drammatiche. Militarmente le perdite navali rendevano difficile l’avanzata britannica, sul fronte diplomatico invece si stava per verificare a New York un ulteriore corto circuito. Durante il vertice del G7 a Versailles, Spagna e Panama presentarono al Consiglio di Sicurezza dell'ONU una proposta di armistizio immediato che avrebbe congelato le posizioni sul campo, salvando di fatto la dittatura argentina. Nonostante le istruzioni contrarie di Reagan, la delegata americana Jeane Kirkpatrick annunciò pubblicamente che gli Stati Uniti avrebbero preferito astenersi anziché porre il veto. Dietro questa mossa si celava un maldestro tentativo di Alexander Haig di rimettere al centro l'influenza americana nel Sud America. L’incidente diplomatico si riassorbì comunque grazie alla fermezza del legame personale tra Thatcher e Reagan, che pochi giorni dopo confermò la solidità dell'alleanza con una centrale visita a Londra.

Sul campo di battaglia, intanto l'offensiva finale superò le ultime resistenze argentine e la sera del 14 giugno, Margaret Thatcher poté finalmente annunciare alla Camera dei Comuni che a Port Stanley sventolava la bandiera bianca. La riconquista era completata, in quanto l’Argentina si era finalmente arresa di fronte alla superiorità militare e strategica del Regno Unito.

Tuttavia, la questione delle Malvinas è rimasta viva, soprattutto per la classe politica argentina; negli anni 2000 il Paese denunciò delle violazioni britanniche sugli accordi di sfruttamento delle risorse naturali. Inoltre, tra il 2005 e il 2006, il presidente Kirchner mostrò interesse riguardo la sovranità delle isole. Nel 2013 la questione è tornata al centro dell’attenzione, con l’amministrazione delle Falkland che ha indetto un referendum per consultare la popolazione in merito allo status dell’arcipelago. Il 99,8% dei votanti si è espresso a favore del mantenimento della situazione attuale. Al di là delle molte polemiche argentine sulla presunta validità del quesito referendario, le isole restano un territorio britannico d’oltremare.

La vittoria rappresentò soprattutto il definitivo trionfo personale e politico di Margaret Thatcher. Sul piano interno, il successo militare spazzò via ogni tentennamento all'interno del Partito Conservatore, le cui frange moderate erano terrorizzate dal radicalismo delle riforme thatcheriane. Da quel momento, gli equilibri si spostarono totalmente a favore del Primo Ministro, che impose una leadership fortemente centralizzata e personalizzata, archiviando la debolezza dei suoi predecessori.

La più grande eredità dell’affaire Falkland  risiede proprio nella sua valenza psicologica. Alle elezioni del 1983, nonostante una disoccupazione record che superava i 3 milioni di individui e il forte dissenso sociale per i tagli al welfare, i conservatori vinsero con il 42,4% dei voti. La Thatcher aveva compreso che i cittadini, fiaccati da anni di declino economico e debolezza internazionale, avevano un disperato bisogno psicologico di un successo e lei era riuscita a consegnarglielo. Sul piano globale, l'epilogo del conflitto dimostrò che la Gran Bretagna aveva cessato di «essere una nazione in ritirata». Sotto la guida inflessibile della sua "Lady di Ferro", il Paese aveva ritrovato la propria fibra morale, dimostrando che, attraverso una leadership risoluta, era ancora possibile difendere l'onore, il prestigio e i valori della democrazia occidentale sullo scenario internazionale.

Il Regno Unito diede a livello internazionale un’immagine di sé come di una potenza ancora forte ed in grado di utilizzare i propri mezzi per difendere autonomamente i propri interessi, anche lontano dalla madrepatria, facendo eco al periodico americano Newsweek, che non a caso aveva titolato il numero del 19 aprile The Empire strikes back (“L’impero colpisce ancora”), citando l’omonimo film della saga di Star Wars.

non perderti nulla

Inserisci la tua mail per rimanere aggiornato sulle prossime uscite

Join the newsletter to receive the latest updates in your inbox.