sabato 13 giugno 2026

RE-MI-GRA-ZIO-NE

 La salvezza dell’Europa, o la classica buffonata propagandistica?

“La Grande Premessa”

L’immigrazione è forse il fenomeno umano più antico della storia, fatto di umani che si spostano per necessità, speranza.. o paura. Eppure noi come Europa, culla della civiltà, siamo riusciti ad interpretarla sin da subito solo come un problema di ordine e sicurezza pubblica, quando invece si tratta della più grande sfida sociale di questa prima parte di millennio.

Il fallimento della gestione europea dell’immigrazione, non può essere attribuito agli immigrati stessi: la colpa è della classe dirigente europea, basta guardare la Francia, che col suo passato coloniale sapeva che avrebbe dovuto fare i conti con numeri enormi di immigrati, eppure invece di una strategia solida, ha risposto con i ghetti e le banlieu, zone che col tempo diventano sempre più marginalizzate ed inaccessibili alle forze dell’ordine, creando così delle comunità sempre più isolate e sempre meno spinte ad integrarsi.

La stessa Germania, simbolo dell’efficienza e della preparazione europea, nel 2015 si trovò di fronte al più grande afflusso di immigrati della storia del dopoguerra: quasi un milione di arrivi in un solo anno.

La Merkel aprì la stagione della “Willkommenskultur” sostenuta da un ampio bacino di volontari, il cui entusiasmo iniziale si scontrò quasi subito con tensioni crescenti: attacchi ai centri di accoglienza, le violenze di Colonia a capodanno e un forte contraccolpo politico che ha alimentaro la crescita dell’AfD e ha portato la Germania a ripristinare i controlli alle frontiere.

L’Italia, invece, si è avvalsa, e lo fa tutt’ora, dei decreti-flussi per gestire l’immigrazione, evidentemente anche qui, inadeguati.

Il punto è che l’Unione Europea è impossibilitata a sviluppare una politica migratoria funzionale, perché gli interessi nazionali sono troppo diversi.

Non è possibile negare i problemi nelle periferie e nel processo di integrazione in generale, però un conto è riconoscere che il sistema vada riformato in toto (cosa assolutamente necessaria), un altro è illudere le persone comuni con una proposta che non è sostenuta né dai dati, né dalla legge, né dalla storia.

“L’Invasione”

Secondo le stime ISMU al primo gennaio 2025 risultavano 5.9 milioni di residenti stranieri in Italia, 5.4 milioni dei quali, residenti regolari, di cui quasi 4 milioni sono cittadini extra-UE; dal 2014 ad oggi gli immigrati sono aumentati del 24% e noi italiani abbiamo perso quasi il 6% di popolazione: si potrebbe effettivamente pensare che siamo in una fase di transizione demografica, ma nulla di così spaventoso, dato che la popolazione autoctona (gli italiani) rappresentano ancora più del 90% del paese, o meglio nulla di così spaventoso da dover gridare alla deportazione di massa.

“Il Lavoro e i Soldi Rubati”

La forza lavoro straniera rappresenta quasi l’11% del totale degli occupati e le banche dati dell’INPS segnano 4.6 milioni di “stranieri” a fine 2024, di cui l’86% sono lavoratori attivi e solo il 5.5% percepisce sussidi di disoccupazione. Tanto di cappello ai “parassiti”.

Ma quindi, quanto “vale” l’immigrazione in Italia?

La risposta è: 177 miliardi di euro. Numero che viene fornito dall’analisi della Fondazione Leone Moressa, il più autorevole istituto italiano di ricerca sull'economia dell'immigrazione, che con il suo rapporto di ottobre 2025 ha stabilito che complessivamente, l’economia dell’immigrazione rappresenta il 9% del valore aggiunto nazionale, che diventa il 60% se si parla del settore domestico, 18% in quello agricolo, 16% in quello delle costruzioni e più del 15% nel settore della ristorazione. Cioè in due pilastri del Made in Italy come agricoltura e cantieristica, quasi 1 lavoratore su 5 è straniero, come si potrebbe mai pensare di sottrarre tutta questa forza lavoro a due settori di punta come questi?

“Eh ma questi parassiti sfruttano i nostri servizi e non danno nulla in cambio”: falso, falsissimo direbbe qualcuno; falsissimo perché il saldo fiscale degli immigrati è positivo, ovvero danno più di quanto ottengono in cambio. Il Dossier Statistico Immigrazione IDOS 2025 ha calcolato la differenza tra tasse pagate e servizi ricevuti: per servizi e prestazioni per i cittadini stranieri lo Stato spende 34.5 miliardi di euro, ma i cittadini stranieri versano nelle casse pubbliche, tramite tasse e contributi 39.1 miliardi di euro. 

Dunque, il saldo netto è +4,6 miliardi di euro nelle casse dello Stato. Anche se consideriamo le stime della Fondazione Leone Moressa al ribasso il saldo è comunque +1.2 miliardi. 

Va però fatta una precisazione metodologica importante: questo valore è aggregato a livello nazionale.

La distribuzione dei benefici e dei costi non è uniforme: le entrate fiscali confluiscono nelle casse centrali dello Stato, mentre i costi dell’accoglienza, della scuola e della sanità gravano spesso sui bilanci comunali e regionali, specialmente nei grandi centri urbani e nelle periferie. Questo squilibrio strutturale (che non è colpa degli immigrati, ma di un sistema di redistribuzione fiscale inefficiente) è una delle cause reali della percezione di ‘invasione’ in certi territori. 

Riformare questo meccanismo di ripartizione sarebbe molto più utile che deportare chi lo alimenta.

Parliamo anche di contributi, i 4.6 milioni di stranieri nelle banche dati dell’INPS hanno dichiarato 80.4 miliardi di euro nel 2024, versandone 12 di IRPEF, a cui vanno aggiunti i contributi previdenziali mensili per il nostro sistema pensionistico, che vacilla sempre di più di anno in anno, con una popolazione autoctona che raggiungerà il rapporto 1:1 tra lavoratori e pensionati entro il 2050.

“Ma non c’è valore aggiunto concreto”

Perché nessuno parla mai dei 787.000 imprenditori stranieri? In 10 anni le società di capitale guidate da imprenditori nati all’estero hanno sono aumentate del 160%. 

Abbiamo scoperto che è una foresta di piccole imprese, ma negli ultimi dieci anni le società di capitale, a prevalenza di soci stranieri immigrati sono addirittura triplicate. Questi imprenditori sono stati capaci di fare quel grande salto di qualità strutturandosi da ditta individuale a una vera e propria realtà aziendale”. -Antonio Ricci, vicepresidente di Idos

Pur restando fortemente radicati nei settori tradizionali, come commercio ed edilizia il rapporto segnala che gli imprenditori immigrati stanno progressivamente investendo in ambiti più dinamici e in crescita, contribuendo alla vitalità economica del Paese. In particolare, alloggio e ristorazione e servizi alla persona (+101,6%), ma anche settori più specializzati, come le attività professionali, scientifiche e tecniche (+56,0%), hanno visto un ingresso di immigrati con maggiore qualificazione. Infine, anche la sanità e l'assistenza sociale risultano in espansione (+77,6%). 

“Il Grande Problema”: le rimesse

Spesso le stime vengono gonfiate, ma gli immigrati nel 2024 hanno inviato 8.3 miliardi di euro nei loro paesi d’origine, che diventano quasi 10 se si considerano anche i flussi informali.

Non cediamo alla strumentalizzazione, contestualizziamo i dati:

Le rimesse rappresentano il 4.7% di ciò che i lavoratori stranieri producono in termini di consumi, tasse, affitti e spese quotidiane in Italia; se queste dovessero essere considerate un furto ai danni degli italiani, allora lo stesso varrebbe per i soldi che i 6.4 milioni di italiani in giro per il mondo mandano a casa. Strano cambio di prospettiva.

“La (incredibilmente sottovalutata) lettura giuridica della remigrazione”

La quasi totalità degli “stranieri” presenti qui in Italia, è nel nostro paese legalmente, ossia ha un permesso di soggiorno, la residenza o la cittadinanza, ed un piccolo tecnicismo dell’espulsione completa della popolazione immigrata, sarebbe la violazione della nostra Costituzione, la Carta dei Diritti Fondamentali UE e la CEDU (Convenzione Europea per i Diritti Umani).

In Italia “remigrazione e riconquista” con la sua proposta di legge di iniziativa popolare, si rivolge anche agli stranieri presenti legalmente sul territorio italiano, con il “patto di remigrazione volontaria”, che di volontario ha ben poco: in cambio di un risarcimento si rinuncia a tutti i diritti acquisiti ed in un contesto dove le opinioni della popolazione autoctona sono sempre più polarizzate e si riducono tutele, stabilità e possibilità di rimanere, la volontarietà è costruita su pressioni economiche e normative.

La proposta inoltre violerebbe l’art. 3 della Costituzione (uguaglianza di fronte alla legge), l’art.8 della CEDU (diritto alla vita privata e familiare, che include il diritto a restare dove si è costruita la propria vita) e più in generale il diritto UE vieta le espulsioni collettive basate sull’origine etnica.

“Ma i soldi per la remigrazione chi ce li da?”

I signori di “remigrazione e riconquista” propongono: 

Fondo per la Remigrazione: finanziato in parte con una tassa sulle rimesse estere, destinato a coprire sia rimpatri forzati sia volontari

Fondo per la Natalità Italiana: riservato esclusivamente a famiglie con cittadinanza italiana, con quali soldi non è dato saperlo.

Abbiamo citato prima che le rimesse ammontano circa a 10 miliardi di euro l’anno, una tassazione del 2% (come quella proposta) corrisponderebbe a circa 200 milioni di euro.

Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il costo medio di un rimpatrio considerando anche scorta e burocrazia è di 5.000 euro a persona, per rimpatriare soltanto gli irregolari servirebbero quindi circa 1.7 miliardi di euro. Buco da 1.5 miliardi; dove li dovremmo togliere per finanziare un meccanismo del genere?

In termini economici una remigrazione “morbida” è impossibile.

Pensate in uno scenario ipotetico, dove tutto si svolge possibilmente senza violazioni di diritti umani, per rimpatriare tutti gli irregolari e i non cittadini, quindi coloro che hanno il permesso di soggiorno, servirebbero quasi 30 miliardi.

Nella storia moderna non vi è un singolo precedente di remigrazione di massa che abbia funzionato; e a rincarare la dose c’è anche il fatto che i programmi di “ritorno volontario assistito” funzionano solo con chi vuole tornare, in numeri veramente minimi. Chi lavora, ha una famiglia e si è integrato non ha nessun incentivo a partire, se non le eventuali pressioni economiche, politiche e normative che propone il movimento di remigrazione.

“La Criminalità”

In questo campo i dati sono costantemente distorti, la destra li amplifica e la sinistra li nega e alla fine della storia, ovviamente, la verità non è mai nero o bianco.

In data 30 giugno 2025, i detenuti stranieri corrispondevano al 31.6% della popolazione; nel 2010 erano il 36.6% e nel 2015 il 32.6%, un dato che cala costantemente negli ultimi anni, nonostante la popolazione straniera sia notevolmente aumentata.

La correlazione è quindi negativa: dal 2007 al 2024 i reati sono calati del 15% nonostante la popolazione straniera sia quasi raddoppiata; la narrativa "più immigrati = più criminalità" non è supportata dai dati aggregati; ovviamente l’immigrazione non riduce i crimini, ma i numeri dimostrano che l’integrazione degli immigrati, li porta a commettere meno crimini, provando che la criminalità è spinta molto più da fattori socioeconomici (povertà, disoccupazione) che dai flussi migratori stessi. 

Ci sono 3 grandi distorsioni:

-La demografia:

La popolazione straniera si compone al 70% di uomini di età 18-45, fascia che in ogni parte del mondo ha i tassi di crimini più alti, indipendentemente dal paese di provenienza e dalla cultura. La percentuale di criminalità sulla popolazione italiana è calcolata anche su milioni di bambini, se si correggesse la variabile anche per la popolazione italiana, il divario si assottiglierebbe quasi a svanire.

-Regolari ed irregolari:

Come evidenziato precedentemente gli immigrati regolari in italia sono 5.4 milioni e gli irregolari circa 339.000; questi ultimi rappresentano circa il 6% del totale e spiegano la sovrarappresentazione nelle statistiche sulla criminalità, completamente esclusi dal mondo del lavoro legale e dai servizi, la marginalità li rende estremamente esposti all’alternativa criminosa. 

-I reati di status:

Una buona parte delle denunce a carico di stranieri riguardano reati legati allo stato di irregolarità stesso, “crimini” che un italiano non ha possibilità di commettere, come ad esempio la violazione delle norme sull’ingresso e sul soggiorno nel Paese.

Bisogna però essere onesti su tutta la linea e dire che per alcune tipologie di reato, come furti e spaccio, anche correggendo la fascia demografica, gli stranieri restano comunque sovrarappresentati.

Sicuramente ignorare un punto del genere sarebbe tanto disonesto quanto amplificarlo, però la chiave di lettura è oggettiva: chi compie questi reati? 

Poveri ed emarginati. Questi sono fatti comprovati da studi di criminologia comparata, non becera propaganda.  Ricerche come quelle di Marzio Barbagli, dimostrano che gli immigrati di seconda generazione integrati mostrano tassi di criminalità analoghi o inferiori agli autoctoni.

Quindi il problema è come vivi, e non da dove arrivi.

L’immigrazione mal gestita produce esclusione, e l’esclusione produce i problemi usati come argomenti per la remigrazione. 

“Tirando le somme..”

La questione dell’immigrazione non può essere presa sotto gamba, e di fatto l’Unione Europea, nel complesso, ha fallito nel processo di integrazione. Il nostro sistema non era e non è tutt’ora pronto a gestire i volumi di migrazione degli ultimi 25 anni e quelli che si prospettano nel prossimo decennio: i conflitti, le persecuzioni e le instabilità regionali aumentano di giorno in giorno; in tutte le epoche storiche in cui questi fattori aumentano di intensità, le politiche di chiusura totale hanno prodotto più esclusione e marginalità, e di conseguenza più “irregolari” ed “irregolarità”.

È ovvio che il modello di integrazione europeo ha fallito e va rivisto in toto, ma la soluzione può essere davvero ciò che ci propone la propaganda?

La risposta è no: la remigrazione è, ad oggi, soltanto una forte proposta propagandistica, su cui addirittura si costruiscono intere campagne politiche. 

Il punto è che i dati aggregati, la legislazione italiana e quella europea dimostrano come sia giuridicamente ed economicamente impossibile, ma la sicurezza è una questione di percezione; se la narrazione mainstream ci racconta che l’immigrato medio sgozza i capretti alla Caffarella e che se sei africano sei un animale con impulsi incontrollabili, allora la narrazione precede la realtà e diventa naturale sviluppare odio verso il diverso.

Il paradosso finale sarebbe gigantesco: la remigrazione provocherebbe l’intensificazione dei fattori socioeconomici che promuovono ciò che la proposta vorrebbe risolvere.

I dati aggregati non hanno un’agenda politica, chi ce li racconta invece?

Fonti utilizzate: INPS Osservatorio Stranieri 2024, ISTAT Migrazioni 2024-2025, Fondazione Leone Moressa Rapporto 2025, Fondazione ISMU 31° Rapporto sulle Migrazioni, Rapporto Antigone 2025, Dossier Statistico Immigrazione IDOS 2025, Ministero dell'Interno, Banca d'Italia, Stefano Allievi (Università di Padova)





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