giovedì 21 maggio 2026

L'Esodo Giustificato

Il 7 maggio 2026 il Presidente Sergio Mattarella ha insignito 28 giovani con la carica Alfieri della Repubblica. Nelle sue parole c’è un monito rivolto alla macrocategoria degli adulti rispetto ai giovani: «L’impressione è che non se ne ascoltino a sufficienza domande e propositi. Che non si valorizzino adeguatamente i loro talenti». E’ singolare apprendere come queste parole della più alta carica dello Stato, intervengano in un momento nel quale sullo scacchiere mediatico la mano più importante riguardi la grazia di Nicole Minetti. Indipendentemente dall’atto presidenziale, nel valutare complessivamente la vicenda, si comprende il rapporto tossico intercorrente tra l’Italia e la meritocrazia. Non servono grandi riflessioni per capire come la migrazione giovanile sia dettata soprattutto dalla impossibilità di vedere il proprio “talento” premiato. Quando una persona accede alla carriera politica – poiché compiacente al proprio leader - in grado di influenzare con le proprie scelte la vita di tutti, un quisque de populo si chiede:

ma cosa mi impegno a fare?

Tra le svariate e opinabili eredità del nostro ex Presidente del Consiglio – di cui stento a comprendere quale sia la componente di attivo– le nefandezze compiute occupano ancora l’attenzione dei giorni nostri. Le stesse comunicano quanto poco valga il merito in Italia, quale esempio bisognerebbe trarre da una simile vicenda? Se non che la forma surclassa la sostanza, ma se uno muore di sete, il calice d’oro non serve a nulla, in quanto solo l’acqua può soddisfare il suo desiderio.

L’invecchiamento demografico più significativo d’Europa va ricercato in queste scelte, la mortificazione della competenza in favore dell’apparenza.

Il ragionamento non effettua un’equazione semplicistica: sei bella dunque stupida, tutt’altro, condanna le modalità di selezione della classe dirigente modulata esclusivamente sul carattere estetico e su discutibili condotte. Quando le istituzioni sono prive di serietà, e diventano fonti di pettegolezzo, cibano l’astensionismo e il ribrezzo nei confronti dei propri rappresentanti. Un imprenditore che tutte le mattine si alza presto e deve fare i conti con aumento dei costi di produzione, crisi energetica, impossibilità di poter salvaguardare i propri ricavi – altrimenti sei fuori mercato – come si dovrebbe sentire, assistendo a tali vicende? Non si parla di questioni prettamente private, si tratta di personalità che amministrano i soldi pubblici. E senza un minimo di decenza la spartizione dei ruoli avviene sotto gli occhi di tutti, senza l’adozione di nessun rimedio ad una singola problematica pubblica.

Episodi simili incarnano quel nepotismo italiano dal quale non riusciamo a svincolarci

Perché senza parenti o determinate caratteristiche fisiche, bisogna fare il doppio della fatica per accedere a specifiche attività di rilievo. Il secondo comma dell’art. 54 della Costituzione specifica «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore» ed appare dubbia quale interpretazione ne diano i nostri governanti, accadendo pure oggi – vedi i casi Sangiuliano, Santanchè, Delmastro – senza contare i casi di collusione o corruzione. Non reputo inadeguato l’apparato normativo del nostro Stato a fondamento delle istituzioni, quanto invece la totale cancellazione del costume morale. Pur sembrando un elemento di secondo rilievo, agisce con una maggiore incisività rispetto a tutte le altre inefficienze presenti nel nostro Stato, mortificando il sacrificio, il merito e la buona volontà di chi si rimbocca le maniche quotidianamente. Ma sperare in un adeguamento del costume è un’utopia irrealizzabile nel nostro paese, l’assenza di pudore nel compimento di tali azioni opera silenziosamente e attraversa tutti gli ambiti di maggior interesse nella nostra nazione.

L’inefficienza amministrativa, la mancata risoluzione dei problemi reali del paese, un dibattito pubblico contenutisticamente vuoto nutre l’abisso italiano.

Ma, forse il nostro menefreghismo, la nostra poca attenzione, l’assente attivismo merita questo, così la società dei singoli emigra, vira a cercar fortuna all’estero; basta controllare il rapporto dell’INPS per comprendere lo stato epidemico in cui versano i conti pubblici. Questa condizione non riguarda solo i giovani e i lavoratori, investe tutti, sempre meno produttori di reddito significa meno solidità in ambito previdenziale. Rompendosi la solidarietà intergenerazionale – in un sistema contributivo come il nostro – comporta pagare di più oggi, e avere meno soldi domani.

L’Italia spende 350 miliardi all’anno in pensioni, rappresentando più della metà delle spese sociali effettuate annualmente. Il rapporto effettuato da Eurostat comunica come l’Italia sia il secondo paese in Europa – dopo la Grecia – a spendere più soldi in pensioni rapportato al Pil – il 15%. Questo dato deve essere letto tenendo conto delle minori nascite, dunque meno lavoratori, quindi sempre meno risorse derivanti dai contributi previdenziali, prendendo i soldi da altre forme di tassazione. In conclusione, avremo sempre meno denaro da destinare per far progredire la nostra economia, perché saranno da destinare alle pensioni.

La colpa non è dei pensionati, quanto del sistema non funzionante da anni.

Il malcontento dei giovani lo percepiscono, in egual misura, gli imprenditori e i lavoratori. Tutti quanti paghiamo i rincari, la diminuzione dei servizi pubblici – con riguardo alla sanità e all’istruzione – e un disinteresse generale in ambito economico. Questi mali sono effetto del demerito al potere, del familiaresco italico e dell’indifferenza. Fintantoché saremo più occupati a scontrarci destra e sinistra – divide et impera – qualsiasi esecutivo, qualsiasi maggioranza continuerà a infischiarsene beatamente delle problematiche reali.

L’unica chiave in grado di sbloccare tale meccanismo è quella di allearsi e unirsi tutti

Studenti, lavoratori, imprenditori e giovani. Migliori saranno le condizioni di vita dell’economia, maggiore sarà il reddito prodotto, ergo migliore sarà la condizione delle casse pubbliche, con più possibilità di esperire investimenti in grado di migliorare concretamente le condizioni di vita di tutti – vedi l’indipendenza energetica. Ormai non è più questione di ideali o famiglie politiche, ma di fornire risposte alle esigenze quotidiane, ricordando che qualsiasi questione paventata dalla classe politica – es. famiglia nel bosco, o immigrazione – vuole solo distrarre l’attenzione pubblica dalle vere tematiche continuamente irrisolte. Le conquiste passano dall’attivismo e non dalla lamentela, creare relazioni e associarsi coinvolgendo le varie istanze sociali incarna un’utopia? La comunanza delle necessità verrà soddisfatta se i bisogni collettivi verranno reclamati a gran voce, diversamente il precipizio si avvicinerà sempre più velocemente.

Le prime soluzioni riguarderebbero abbassamento del costo del lavoro, sia dipendente che imprenditoriale – in modo da trattenere gli ultimi superstiti; indipendenza energetica al fine di scongiurare la subalternità internazionale. Possibilità di istaurare rapporti economico commerciali con gli Stati extra UE, altrimenti saremo sempre in preda ad un’Unione Europea ineguale. Come possiamo competere con i nostri partner europei con sistemi di tassazione diseguali, e con la denatalità crescente? Si è visto come ogni Stato persegua il proprio bene, l’Italia è ora che inizi a farlo, avendo perseguito negli ultimi anni una politica internazionale che si è ripercossa contro noi stessi.

In un’unica parola, la nostra nazione deve adottare una “politica di affrancamento” su tutti fronti, non sfociando i nazionalismi di pura retorica, quanto nel farci diventare una nuova attrattiva per investimenti.

Non si possono prospettare responsi salvifici, quanto ribadire la necessarietà dell’impegno di tutti, con la consapevolezza che l’attuale posizione sia specchio della società.

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