C’è qualcosa di quasi affascinante nel modo in cui Giorgia Meloni riesce a trasformare una sconfitta in una dimostrazione di forza, come se perdere un referendum fosse semplicemente un dettaglio narrativo e non un segnale politico, come se il problema non fosse il risultato ma il modo in cui lo si racconta, perché alla fine la politica oggi è anche questo, una continua riscrittura della realtà in cui chi parla per primo e con più sicurezza spesso vince, anche quando i numeri raccontano altro
E così in Parlamento non si è vista una leader che riflette, che si interroga o che prova a capire dove si sia incrinato il rapporto con una parte del Paese, ma una presidente del Consiglio che tira dritto, che rilancia, che alza il tono e sposta il campo di gioco, perché restare sul terreno del referendum significava accettare una debolezza, mentre parlare di Iran, crisi globale e scenari internazionali significa una cosa sola: cambiare livello, perché quando giochi sulla scacchiera del mondo nessuno ti chiede più conto della partita persa in casa
Il punto è proprio questo, non è quello che ha detto ma quello che ha evitato accuratamente di dire, nessuna autocritica, nessuna crepa, nessun “forse abbiamo sbagliato qualcosa”, perché nella politica contemporanea l’ammissione di errore non è vista come forza ma come cedimento, e quindi meglio ignorare, minimizzare, ridefinire, fino a far sembrare una battuta d’arresto quasi un incidente tecnico, una parentesi fastidiosa ma irrilevante
E poi c’è il passaggio su Donald Trump, che arriva puntuale come una risposta a una domanda che nessuno ha fatto direttamente ma che tutti stanno pensando, segno che il tema esiste eccome, e che quindi va disinnescato subito, perché in politica non conta solo quello che è vero ma quello che può diventare percezione, e la percezione, se non la controlli, ti si ritorce contro
Nel frattempo si chiede alle opposizioni di abbassare i toni, di collaborare, di entrare nel merito, che è sempre una richiesta interessante detta da chi ha appena deciso di non mettere minimamente in discussione la propria linea, perché il messaggio implicito è sempre lo stesso, criticate pure ma tanto non cambia niente, una sorta di dialogo a senso unico in cui il confronto esiste solo fino a quando non intacca davvero il potere decisionale
E allora resta questa sensazione strana, quasi ironica, di una politica che riesce a essere contemporaneamente fortissima nella comunicazione e fragilissima nella sostanza, perché più si insiste sulla stabilità più viene spontaneo chiedersi quanto quella stabilità abbia bisogno di essere ribadita, più si parla di controllo più emerge il dubbio che quel controllo non sia poi così scontato
Alla fine il discorso non è stato un momento di chiarimento ma un esercizio di posizionamento, un modo per dire “sono ancora qui, comando io e si va avanti”, che è perfettamente legittimo, per carità, ma lascia aperta una domanda che resta lì, sospesa e un po’ scomoda, se governare significhi davvero non arretrare mai di un millimetro o se, ogni tanto, fermarsi e guardare in faccia la realtà non sia segno di debolezza ma l’unica vera forma di forza che la politica continua ostinatamente a evitare.
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