Da luglio ad oggi si sono verificati 13 episodi in cui agenti dell’Ice aperto il fuoco contro civili, causando numerosi feriti e due morti. A riportarlo è il Wall Street Journal, ma contribuiscono soprattutto i video diffusi sui social. In uno solo degli episodi documentati, il civile coinvolto era armato, e non ha fatto ricorso alla pistola…
ICE sta per…
La United States Immigration and Customs Enforcement, o più semplicemente ICE, è l’agenzia federale degli Stati Uniti incaricata dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e del contrasto ai reati transnazionali. Nasce nel 2003 durante l’amministrazione di George W. Bush da una branca del Dipartimento per la Sicurezza Interna (Departement of Homeland Security), in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre.
ICE non va confusa con la Border Patrol, la Polizia di frontiera: mentre quest’ultima opera prevalentemente ai confini, l’ICE agisce all’interno del territorio statunitense. È la seconda agenzia investigativa federale per dimensioni dopo l’Fbi, con un budget annuo di 8 miliardi di dollari ed oltre 20 mila dipendenti. Ma per Trump non è sufficiente: la rafforza a tal punto da lanciare una campagna di reclutamento.
Insistere sul concetto di “branca del dipartimento federale” è fondamentale per capire che il segretario di quel dipartimento siede nel Gabinetto del Presidente e risponde direttamente a lui. L’attuale segretaria è Kristi Noem, figura ideologizzata, nota per le sue posizioni ultraconservatrici, contraria all’aborto e a qualsiasi diritto LGBT, ricordata per essere alla ricerca della spettacolarizzazione e essersi vantata di aver sparato al suo cane.
Nuovi obiettivi rispetto al 2003
Nei primi anni di attività, ICE concentrava le proprie operazione su reati gravi commessi da persone irregolari o considerate pericolose per la sicurezza nazionale, con sospetto di affiliazione a organizzazioni terroristiche. Negli ultimi anni, però, sembra aver assunto nuovi obiettivi: finiscono nel mirino unicamente i casi di immigrazione irregolare. Negli Stati Uniti molte persone (nel 2023 14 milioni su 335 milioni di cittadini totali) vivono e lavorano senza avere la cittadinanza americana - o con pratiche avviate ma non avendola ancora ottenuta - ma soprattutto senza commettere reati, pur contribuendo all’economia nazionale.
Se questa motivazione finora era sufficiente per permettergli di soggiornare in territorio statunitense, con l’amministrazione Trump le dinamiche iniziano a cambiare, diventando motivo di arresto per violazione civile dell’immigrazione. La presenza irregolare negli Stati Uniti non costituisce un reato penale, ma una violazione amministrativa.
Cosa vuole davvero Trump? L’espulsione in massa per tutti i migranti e richiedenti asilo. Come lo otterrà? L’ICE e la nuova politica antimigratoria sono la risposta.
Come opera l'ICE
L’agenzia federale cura diversi ambiti e si articola in due rami:
Il braccio operativo Ero, Enforcement and removal operations:
Si occupa dell’identificazione, arresto e deportazione delle persone senza documenti attraverso una rete di centri di detenzione civile in cui vengono reclusi dal momento dell’arresto fino all’espulsione. Questi centri hanno raggiunto la capienza massima del sistema, ospitando al momento oltre 41mila persone
Il braccio investigativo Hsi, Homeland security investigations:
Gestisce i crimini transnazionali con poteri simili a quelli dell’Fbi, quindi per traffico di droga e armi, crimini informativi e finanziari, traffico di esseri umani e terrorismo. Si estende anche in territorio estero, con più di 90 sedi in oltre 50 paesi.
Nuovo mandato operativo
Per consolidare consenso sul tema dell’immigrazione, l’amministrazione Trump ricorre alla forza degli agenti dell’ICE e all’aumento delle deportazioni di immigrati irregolari presente negli Stati Uniti. Miliziani pesantemente armati irrompono in case, uffici, magazzini arrestando immigrati senza documenti.
L’obiettivo fissato è di tremila arresti giornalieri su scala nazionale. Per raggiungerlo vengonorimosse anche le limitazioni che in precedenza impedivano arresti in aree definite “sensibili”, quali scuole, ospedali e luoghi di culto. Cambia anche l’applicazione del programma “Alternatives to detention” per cui l’immigrato era sottoposto a controlli periodici e dispositivi di monitoraggio elettronico, ma in condizioni di libertà fino alla fine del procedimento giudiziario. Ora invece l’arresto può essere immediato e segue un iter semplificato: non è più necessario il via libera da parte di un giudice, ma anzi viene richiesto di agire in modo capillare e procedere all’arresto senza mandato in casi urgenti.
Nei primi 50 giorni del nuovo mandato di Trump si contano 32.809 arresti, contro i 33.242dell’intero anno fiscale 2024 sotto l’amministrazione Biden. Per far fronte all’aumento dei detenuti sono stati aperti nuovi centri in Texas e in Kentucky. Molti migranti sono stati trasferiti persino alla base navale americana di Guantanamo Bay, a Cuba, che dal 2002 apre i cancelli ai detenuti che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale, e ora anche ai detenuti immigrati.
Abusi nei centri di detenzione
All’interno di questi centri di detenzione emergono delle criticità già dalla fine del 2025. Secondo gli atti giudiziari, tra maggio e luglio un ex agente del South Louisiana ICE processing Center di Basile, David Courvelle avrebbe intrattenuto una relazione di natura sessuale con una detenuta nicaraguense, identificata con le iniziali C.H.. La donna, trattenuta per una procedura di immigrazione, era sotto la sua autorità di custodia e supervisione. I pubblici ministeri parlano di ripetuti incontri in più ambienti del carcere, compreso il ripostiglio, facendo in modo che altri detenuti fungessero da guardie. In cambio Courvelle concedeva cibo, gioielli, lettere e foto della figlia della donna. L’uomo si è dimesso il 30 luglio, dopo aver appreso che gli investigatori avevano ottenuto le registrazioni delle telefonate intercorse tra lui e la donna. Courvelle rischia ora fino a 15 anni di reclusione, ma al momento è stato rilasciato su cauzione. Per la sentenza dobbiamo aspettare aprile 2026.
Aria di guerra civile
I metodi di azione dell’ICE incutono timore: parliamo di un clima di paura sistemica. Non si teme l’arresto o l’espulsione, ma c’è la paura di essere trattenuti senza garanzie o di essere fermati senza motivo per l’intera comunità migrante. Lo Stato è visto come uno strumento di coercizione, non un soggetto di diritto. In questo contesto, nel dibattito pubblico, si parla di “terrorismo di stato”, alludendo al rischio di una guerra civile per un’amministrazione che ricorre alla violenza per intimorire la popolazione, credendo che colpire i più deboli possa disciplinare gli altri. Sui social frequenti gli accostamenti tra ICE e Gestapo, la polizia segreta della Germania nazista con riferimenti ad un nazionalismo biologico basato sul “diritto di sangue”.
A generare questo clima di paura sono le modalità dei blitz, che sono sempre più simili a incursioni militari: agenti scendono in campo da veicoli non contrassegnati e colpiscono a volto coperto con granate stordenti e gas lacrimogeni. Vengono presi di mira luoghi di lavoro con alta presenza di personale straniero, come catene del commercio al dettaglio o grandi magazzini. Il nuovo obiettivo sono i tribunali, dove i migranti si recano per avviare le pratiche per il permesso di soggiorno.
Amnesty International ha definito questi comportamenti “crudeli, disumani e degradanti”, denunciando l’uso dei metodi violenti di cui abbiamo ogni giorno nuove testimonianze video che fanno il giro del web.
Il caso Renee Good
Impossibile non aver sentito parlare di Renee Good, o non essersi imbattuti sui social del video della sua uccisione. Renee Good è la cittadina americana uccisa a Minneapolis il 7 gennaio da un agente dell’Ice che le ha sparato tre colpi di pistola al volto durante operazioni di rastrellamento. Le sue ultime parole, “I’m not mad at you” - “non sono arrabbiata con te”, sono diventate virali. Poi accenna un sorriso e cerca di inserire la retromarcia. Questo video è prova di mancanza di reato, e allo stesso tempo di un’esecuzione a sangue freddo.
L’episodio ha innescato manifestazioni in diverse città e stati democratici degli USA, come Texas, Georgia, Sud Carolina e Oklahoma, o nei piccoli centri del Nord Dakota, Idaho e Iowa. Si protesta contro le politiche di Trump, chiedendo la rimozione dell’agenzia federale per l’immigrazione dalla comunità e giustizia per la morte di Renee. Prende parola il sindaco Frey contro l’agente federale che con violenza inaudita ha ucciso la donna per chiedere un’indagine “neutrale e imparziale” nei suoi confronti in merito alla sparatoria.
I democratici del Minnesota ricorrono alla testimonianza video per contestare la versione del Dipartimento della Sicurezza Interna, secondo cui l’agente in questione, Jonathan Ross, avesse aperto il fuoco per legittima difesa, appellandosi al pericolo di “terrorismo interno” rappresentato dalla donna. Good avrebbe proseguito in sua direzione dopo che un altro agente si sarebbe accostato all’auto chiedendole di uscire dalla vettura.
A questo si aggiungono altri episodi, come la sparatoria a Portland, in Oregon, che causa il ferimento di un uomo e una donna nella loro auto, dopo che gli agenti della polizia hanno sparato contro per fermarli. Trump giustifica questa violenza e l’uso della sparatoria come mezzi di autodifesa contro chi usa il veicolo come arma per attaccare gli agenti. Ma gli oppositori si difendono con i video registrati da giornali autorevoli come il New York Times. Quindi seppur questa politica poteva riscuotere un’iniziale esito positivo per arresti triplicati e crollo degli ingressi illegali, episodi come questi sono indicativi del clima di tensione che l’amministrazione Trump sta provocando nel paese.
Il conflitto con le autorità locali
Washington sembra ora scontrarsi con il Minnesota: il Dipartimento di Giustizia ha intenzione di emettere un mandato di comparizione per Tim Walz, governatore del Minnesota, e Jacob Frey, sindaco di Minneapolis. Si aprirebbe un’indagine che accusa i due leader di essere “corrotti” e di interferenza illegittima nel lavoro degli agenti federali dell’ICE. La notizia rivela un’escalation nello scontro tra amministrazione Trump e autorità locali. Secondo le fonti, si parla di “cospirazione per l’impedimento di un’indagine federale”. Entrambi sono quindi stati esclusi dall’indagine sull’uccisione di Good e hanno espresso dubbi sull’imparzialità del Dipartimento di Giustizia. Frey si difende: “ovvio tentativo di intimidirmi per aver difeso Minneapolis e i nostri residenti contro il caso e il pericolo che questa amministrazione ha portato nelle nostre strade”.
“L’unica persona che non viene indagata per la sparatoria di Renee Good è l’agentefederale che le ha sparato” continua Walz. Il Dipartimento di Giustizia ha incaricato di pm federali di supervisionare i funzionari statali e locali che mostrano collaborazione con i piani del presidente nella politica antimigratoria, chiedendo di far rispettare le iniziative di applicazione dell’immigrazione.
Sicuramente una crisi istituzionale
Le strade di Minneapolis sono piene di manifestanti, nonostante gli interventi della polizia statale e cittadina. Cantano, suonano tamburi e sbattono mestoli contro le pentole: un gruppo si separa e inizia a danneggiare le finestre dell’albergo che ospita gli agenti dell’Ice. Queste sono le immagini che circolano sul web.
Kristi Noem annuncia che la più grande operazione di controllo dell’immigrazione mai condotta è prevista per questa settimana, con centinaia di agenti federali. Ignorati quindi gli inviti dei democratici di andarsene, come come anche gli slogan “Ice, Out for Good” in nome dell’indignazione per la morte di Renee, la poetessa e madre di tre figli uccisa. Si protesta non solo per l’uso della violenza, ma anche per l’amministrazione Trump sui controlli di frontiera e pratiche di detenzione. Ci si appella ai suoi arresti del “peggio del peggio”, quando in realtà circa 75 mila delle persone arrestate, ovvero i due terzi del totale, non avevano precedenti penali.
Si parla di persone irregolari, ma incensurate: narrativa in contrasto con quella della segreteria del DSI. Durante le manifestazioni dello scorso weekend sono stati effettuati altri 30 arresti. Le iniziative portate avanti non avvengono più in forma solo di protesta o campagne civiche, ma anche di iniziative legislative statali e forme di disobbedienza civile.
L’organizzazione Never Again Action ne è un esempio, come anche città e stati “sanctuary” che hanno adottato politiche per limitare cooperazione con l’ICE per proteggere le persone indipendentemente dal loro status legale, fornendo loto assistenza legale e sociale. Interviene anche il senatore di New York, Pat Fahy, con un disegno di legge volto a monitorare l’attività dei funzionari dell’immigrazione, vietando loro di indossare maschere e tenute tattiche durante le operazioni.
Una polizia segreta?
La Gestapo arrestava senza mandato per “sicurezza nazionale”; la DINA cilena rapiva nelle notti buie per “protezione dall’infiltrazione comunista”; la Stasi spiava ogni cittadino per “preservare lo Stato popolare”. Oggi l’ICE arresta senza mandato per “sicurezza delle frontiere”, stessa logica, stessa disperazione umana al termine, utilizzata per controllare una popolazione intera attraverso la paura.
Quello che sta accadendo è un copione già visto. Durante la dittatura di Pinochet in Cile, la DINA fermava veicoli e chiedeva ai passeggeri di scendere con pretesti ignominiosi, poi li faceva sparire. Oggi l’ICE ferma i veicoli, chiede ai passeggeri di scendere, e quando le persone cercano di allontanarsi perché giustamente terrorizzate da queste figure mascherate e in assetto tattico, vengono fucilate. L’agenzia, Potus, il vice-presidente e il DOJ la chiamano “autodifesa”, per noi è un’esecuzione.
Renee Good non rappresentava una minaccia, era spaventata ed è stata uccisa perché lo Stato lo ha permesso. Esattamente come i desaparecidos in Argentina, esattamente come gli ebrei nella Germania nazista.
Ma c’è un elemento ancora più pericoloso che rende questa situazione stabile come una polveriera in fiamme: gli agenti ICE non sono professionisti. Sono reclute male addestrate, equipaggiate però con armamento di primo livello: fucili, granate stordenti e giubbotti tattici messi in mano a persone la cui formazione si misura in forse quattro settimane, non anni.
Un’agenzia federale che ha triplicato i suoi arresti in cinquanta giorni non può garantire alcun controllo di qualità sulla preparazione psicologica e tattica dei suoi uomini. Questi non sono agenti specializzati: sono milizie civili in uniforme federale, addestrate alla violenza e alla paranoia e mandate in strada a identificare “nemici interni” tra donne, bambini e lavoratori. Il risultato? Già due civili uccisi. Questo non è un problema di “qualche mela marcia”. È il prodotto diretto di un’agenzia con la cultura della violenza preventiva e zero gradi di responsabilità.
Sovrapponete i tasselli dell’epoca Trump II a quelli di un banale autoritarismo:
Controllo amministrativo:
L’ICE arresta senza mandato e uccide civili.
Censura di Stato:
Duecento tentativi documentati solo nel primo anno, con l’intera amministrazione che scredita e bandisce giornalisti che fanno domande “scomode”. Prima fra tutte, la Portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
Un cliché, l’attacco costante alla magistratura:
La quasi totale inadempienza agli ordini giudiziari e il vice-presidente JD Vance che dichiara: “Le corti non possono limitare il potere esecutivo”, rendono questa amministrazione come una delle più sprezzanti verso la magistratura nella storia degli Stati Uniti.
Militarizzazione domestica:
Con la Guardia Nazionale e i Marines dispiegati nelle città, e la diretta violazione del Posse Comitatus Act, Trump prepara i cittadini a vivere in uno stato di polizia.
Controllo dell’educazione:
Il Tycoon ha letteralmente smantellato il Department of Education, tagliando oltre trecento milioni di dollari di fondi e prendendo così in ostaggio le grandi università, che fanno affidamento su quei soldi per la ricerca e lo sviluppo.
Il punto più grave:
La guerra civile non è più una minaccia futura. Le strade di Minneapolis sono presidiate simultaneamente da polizia statale, agenti federali dell’ICE, e manifestanti, spesso armati. I governatori democratici del Minnesota, della California e di altri stati stanno ostacolando direttamente le operazioni federali e il senatore Pat Fahy propone addirittura leggi per limitare i poteri dell’esecutivo: questo non è dissenso civile ordinario, è il conflitto istituzionale tra autorità federale e autorità statale, ossia il precursore storico della guerra civile americana. Quando lo Stato federale decide di mandare milizie armate a violare il territorio di stati sovrani, e quegli stati rispondono con legislazione di resistenza e protezione civile, non siamo più di fronte a “tensioni politiche”: siamo davanti alla rottura dell’ordine stabilito dalla costituzione stessa.
La popolazione migrante non vive più, sopravvive. Non si muove liberamente e non accede ai servizi. Vive nel terrore sistematico che caratterizzava i regimi autoritari del Novecento, adesso millantato come “politica migratoria” e coperto da qualche falso amministrativo. Non è ordine pubblico.
Settantacinquemila persone arrestate senza precedenti penali. Settantacinquemila colpeamministrative trasformate in condanne senza processo.
Quello che una volta era il democratico Zio Sam, oggi è già oltre il punto di non ritorno.
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