Tuesday, December 23, 2025

Accordo UE-Mercosur: un accordo che divide

Dopo venticinque anni di negoziati, l’Unione Europea e il Mercosur, il blocco commerciale sudamericano composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, hanno raggiunto un accordo politico destinato a creare la più grande zona di libero scambio del mondo, coprendo circa 780 milioni di persone e quasi un quarto del PIL globale. L’intesa, negoziata dalla Commissione europea con ambizione strategica, prevedrebbe l’eliminazione dei dazi sul 91% delle esportazioni europee verso i paesi sudamericani, generando un risparmio stimato in 4 miliardi di euro annui alle imprese continentali e garantendo accesso a materie prime critiche, come il litio, essenziali per la transizione energetica e digitale.

Eppure, nonostante il potenziale beneficio economico, l’accordo rimane bloccato. La firma, prevista per dicembre 2025, è stata rinviata a gennaio 2026 dopo le proteste di circa diecimila agricoltori che hanno bloccato Bruxelles con oltre 150 trattori, provocando interventi della polizia belga con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Il motivo è semplice ma cruciale: mentre l’industria europea plaude all’apertura dei mercati sudamericani ai propri manufatti, il settore agricolo europeo, politicamente potente e radicato, teme una concorrenza sleale dall’importazione di prodotti agroalimentari coltivati secondo standard ambientali e sanitari meno rigorosi di quelli imposti dall’UE.

Il paradosso emerge con chiarezza: l’accordo comporta benefici reali per l’industria, ma concentra rischi significativi su pochi comparti agricoli. Non stupisce, quindi, che la decisione finale sia ricaduta nelle mani di tre Stati membri particolarmente vulnerabili: Italia, Francia e Belgio, i quali, per ragioni economiche e geografiche diverse, si sono schierati come argini contro la firma. Comprendere il loro ruolo significa decifrare non solo gli equilibri commerciali europei, ma anche il peso politico che l’agricoltura ancora esercita nel processo decisionale dell’Unione.

Italia: un'altra vittoria mutilata

L’Italia rappresenta il caso più emblematico del dilemma Mercosur: l’accordo offre opportunità straordinarie ai settori agroalimentari di punta, ma espone simultaneamente comparti rilevanti a una concorrenza che potrebbe risultare destabilizzante.

Il lato luminoso riguarda i prodotti a denominazione di origine protetta e le eccellenze del made in Italy. Attualmente, formaggi come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano affrontano dazi d’importazione in Brasile del 28%: l’accordo ne prevede l’eliminazione progressiva, aprendo un mercato di oltre 270 milioni di consumatori dove la domanda di prodotti italiani è storicamente forte, alimentata da una numerosa diaspora italo-discendente. Analogamente, il vino italiano, tradizionalmente un’eccellenza commerciale italiana in Sud America, attualmente subisce dazi del 27% sui vini fermi e del 35% sugli spumanti: l’eliminazione graduale entro otto anni permetterebbe una riduzione immediata dei costi di esportazione. Nel 2024, l’Italia ha esportato 40 milioni di euro di vino verso il Mercosur, principalmente verso il Brasile; sebbene modesto rispetto al totale nazionale (0,57% dell’export vinicolo italiano), il mercato rappresenta una frontiera di crescita in un’area dove i dazi oggi rappresentano una barriera vera e propria.

Il governo italiano, almeno ufficialmente, ha mostrato sensibilità a questi argomenti. L’accordo garantisce la protezione di 26 indicazioni geografiche italiane, dalle più celebri (Prosciutto di Parma DOP, Mozzarella di Bufala Campana DOP) a quelle meno conosciute ma rilevanti (Pasta di Gragnano IGP).

Il lato scuro, però, preoccupa il governo Meloni. L’accordo prevede contingenti significativi per le importazioni di carni sudamericane: 99 mila tonnellate di carne bovina in sei anni con dazio ridotto al 7,5%, 25 mila tonnellate di carne suina e 180 mila tonnellate di pollame. Sebbene rappresentino percentuali contenute della produzione totale europea (rispettivamente 1,5%, 0,1% e 1,3%), questi volumi espongono la filiera zootecnica italiana a concorrenza da paesi dove i costi di produzione, specie per la carne bovina, sono strutturalmente inferiori.

La posizione italiana al tavolo negoziale tradisce questa ambivalenza. Nel dicembre 2025, il governo Meloni ha scelto di non bloccare direttamente l’accordo, ma di richiedere “adeguate garanzie reciproche” prima della firma.  Di fatto, insieme alla Francia, l’Italia dispone dei voti necessari per esercitare un veto: nel sistema UE, per approvare accordi commerciali misti (come Mercosur, che tocca sia regole UE che materie nazionali), serve una maggioranza qualificata al Consiglio: 55% degli Stati (15 su 27) più il 65% della popolazione UE, di conseguenza Italia e Francia che contano insieme 126 milioni di cittadini, hanno la possibilità di sottrarsi all’approvazione dell’accordo e mandare all’aria la ratifica. Un potere che Meloni ha usato come leva negoziale piuttosto che come minaccia definitiva. Il rinvio a gennaio 2026 rappresenta, in buona misura, il successo di questa strategia: Roma e Parigi ottengono più tempo per negoziare clausole di salvaguardia ulteriori a vantaggio dei settori sensibili.

Francia: la lobby agricola contro l'interesse nazionale

La Francia presente un’anomalia che illumina il carattere irrazionale del dibattito europeo sul Mercosur. Parigi è il maggior produttore agricolo dell’Unione Europea, con un output agricolo di 88,2 miliardi di euro nel 2022; è simultaneamente un esportatore mondiale di alimenti trasformati, vino, champagne, cognac e cioccolato, tutti settori che beneficerebbero massicciamente dalla riduzione tariffaria nei mercati sudamericani.

Eppure il governo francese, guidato da Emmanuel Macron fino a poco prima della crisi di dicembre 2025, ha assunto una posizione praticamente contraria all’accordo, rischiando di sabotare un’intesa che, dal punto di vista dell'interesse nazionale, dovrebbe rappresentare una vittoria.

Le ragioni risiedono nella ristrutturazione profonda del settore zootecnico francese negli ultimi due decenni. Tra il 2010 e il 2020, il numero di aziende agricole francesi dedicate all’allevamento è diminuito del 3,6%, rappresentando due terzi della riduzione totale delle aziende agricole nel paese. Contemporaneamente, dal 2015, la Francia ha registrato una bilancia commerciale agricola negativa con gli altri paesi dell’UE, segnalando una perdita di competitività strutturale sul mercato interno comunitario. A questo si aggiungono dinamiche demografiche sfavorevoli (calo di interesse tra le giovani generazioni) e crescita dei costi di produzione: il settore bovino francese, in particolare, è rimasto ostinatamente contrario a qualsiasi apertura che faciliti l’ingresso di carni sudamericane, storicamente prodotte a prezzi significativamente inferiori.

Le aziende agricole francesi, organizzate e dotate di un non trascurabile peso politico, ha saputo trasformare questa debolezza strutturale in una leva veto sul piano europeo. Mentre l’industria francese (automobili, chimici, macchinari) avrebbe tratto vantaggio dall’accordo, e mentre il settore vinicolo francese avrebbe potuto penetrare il mercato brasiliano senza ostacoli tariffari (attualmente al 27%), il governo è stato costretto a scavalcare i propri interessi economici dichiarati.

Nel dicembre 2025, Macron ha coordinato la “resistenza” con Italia, Belgio, Polonia, Austria e Irlanda, richiedendo “garanzie contro le perturbazioni economiche, un aumento delle normative sui paesi del Mercosur (in particolare sulle restrizioni ai pesticidi) e maggiori ispezioni nei porti dell’Unione". Una posizione ragionevole dal punto di vista della tutela ambientale e della sicurezza alimentare, ma che rivela il vero motore della “resistenza”: non l’incapacità di negoziare protezioni adeguate, bensì il desiderio di bloccare completamente un accordo percepito come minaccia esistenziale per un settore agricolo già fragile.

Belgio

Il Belgio offre un terzo quadro, più sfumato. A differenza di Italia e Francia, il paese non ha assunto una posizione di chiaro veto, bensì di astensione. Questa scelta riflette una divisione interna irrisolvibile: i governi regionali belgi, la Camera dei rappresentanti, il governo vallone e il governo fiammingo non hanno trovato un accordo comune sulla posizione da assumere al tavolo UE, costringendo il ministro federale dell’Agricoltura e vice primo ministro David Clarinval a dichiarare che il Belgio si asterrebbe nel voto.

La ragione di questa divisione è economica e geografica. Dal lato dei vantaggi, il Belgio beneficerebbe dell’apertura tariffaria nel settore dei latticini e delle patate, settori in cui il paese ha una base produttiva consolidata. Tuttavia, il comparto della carne bovina e lo zucchero, storicamente rilevanti per l’agricoltura belga, subirerebbero effetti negativi “nonostante le clausole di salvaguardia previste”, come ha riconosciuto apertamente Clarinval.

Anche se il Belgio non votasse formalmente contro l’accordo, la sua incapacità di schierarsi con la maggioranza pro-Mercosur ha comunque rallentato il processo decisionale, conferendo ulteriore potere negoziale a Francia e Italia, che riuscivano così a richiedere concessioni sotto la pressione di una coalizione che, ufficialmente, poteva bloccare l’intesa.

Inoltre, il ruolo geografico del Belgio non è insignificante: come sede delle istituzioni europee, Bruxelles è stato il palcoscenico principale delle proteste degli agricoltori, e con decine di trattori per le strade e la vulnerabilità politica di un governo diviso il paese è rimasto suscettibile alle pressioni della mobilitazione di piazza.

Qual è il rapporto tra l'accordo e il nostro ordinamento giuridico? In che modo entrerebbe a farne parte?

Allo stato attuale diversi Stati membri chiedono più tempo prima della firma dell’accordo per discutere ulteriormente delle questioni sorte durante l’ultimo vertice del Consiglio europeo. L’esitazione dei paesi membri si riflette infatti nelle diverse implicazioni dei due istituti cardine coinvolti: la firma e la ratifica.

La firma di un accordo internazionale costituisce un atto formale con cui l’esecutivo accetta il testo finale dell’accordo, ma senza creare obblighi vincolanti. Questa è seguita dalla ratifica, che rende l’accordo obbligatorio e ne precede l’entrata in vigore che però non è immediata (in alcuni casi è prevista un’applicazione provvisoria parziale per le materie di competenza esclusiva dell’Ue).

L’accordo include sia materie di competenza esclusiva dell’Ue (si pensi ai dazi) che materie di competenza concorrente (nelle quali gli Stati membri possono intervenire solo qualora l’Unione non sia già intervenuta). Si tratta dunque di un accordo misto che dopo essere concluso deve essere ratificato dai parlamenti dei 27 Stati membri conformemente alle relative procedure costituzionali. Le parti dell’accordo che non rientrano nella competenza esclusiva dell’Ue entrano nell’ordinamento italiano per effetto combinato della legge di ratifica, seguita da un ordine di esecuzione.

Se la legge di ratifica è un atto interno che autorizza il Presidente della Repubblica a ratificare l’accordo internazionale (art. 80 Cost.), l’ordine di esecuzione rende invece applicabili internamente le disposizioni. In questo modo le disposizioni dell’accordo internazionale assumono valore sub-costituzionale, superiore alla legge ordinaria ma inferiore alla Costituzione. Ne consegue che le norme interne contrastanti sono incostituzionali in violazione dell’art. 117 della Costituzione che sancisce l’obbligo di rispettare gli obblighi internazionali. A questo punto si distinguono le disposizioni dell’accordo rientranti nelle competenze effettivamente esercitate dell’Unione europea e quelle che non sono state oggetto di un intervento normativo dell’Unione. Le prime hanno efficacia diretta nell’ordinamento interno e prevalgono sulle norme nazionali con esse contrastanti. Conformemente al principio del primato del diritto europeo infatti, il giudice nazionale è tenuto a disapplicare la legge interna contrastante senza dover sollevare questione di costituzionalità davanti alla Corte costituzionale.

Nel caso di materie nelle quali l’Unione non è ancora intervenuta invece, se una legge italiana è incompatibile con una disposizione dell’accordo, il giudice non può disapplicarla ma è tenuto a sollevare questione di legittimità costituzionale. La Corte costituzionale eventualmente accerta la violazione dell’art. 117 della Costituzione.

Tuttavia, la dottrina dei controlimiti stabilisce che nel caso in cui l’accordo dovesse contrastare con i principi supremi dell’ordinamento o i diritti fondamentali (quali l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge all’art. 3 Cost., il diritto al lavoro art. 4 Cost., tra gli altri), prevarrebbe la Costituzione.

I casi di Italia, Francia e Belgio, dimostrano in definitiva come le dinamiche interne e la pressione delle lobby locali possano influenzare le politiche della Commissione europea fino a generare una vera e propria paralisi diplomatica. La decisione di rinviare la firma a gennaio 2026 rappresenta una vittoria delle lobby agricole che hanno saputo imporsi con forza sulle controparti industriali, trasformando le proteste di piazza in una leva politica che ha costretto i capi di governo a portarne le istanze in seno al Consiglio europeo.

Le riserve espresse dall’Italia sono peraltro riconducibili al valore giuridico che l’accordo assumerebbe nell’ordinamento nazionale, andando a condizionare la legislazione interna e ad assoggettare gli interessi nazionali a quelli europei. Il futuro dei negoziati pone dunque l’Unione europea davanti a un bivio: procedere verso un’integrazione commerciale globale o dare seguito alle preoccupazioni del comparto agricolo che, sebbene fragile, rivendica la propria centralità politica.












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