“L’Iran non farà marcia indietro di fronte al vandalismo”. La Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, risponde così alle “azioni terroristiche” nel Paese che negli ultimi giorni hanno raggiunto l’apice del coinvolgimento.
Ieri la Turkish Airlines ha cancellato tutti i voli da Istanbul per Teheran. Lo sciopero dei commercianti di Teheran, iniziato nel primo pomeriggio di giovedì 8 gennaio, si è rapidamente esteso trasformandosi in violenti scontri con le forze di sicurezza in diverse città del Paese. Nel giro di poche ore, il regime ha reagito isolando l’Iran dall’Internet globale, interrompendo di fatto la connettività internazionale degli utenti.
Secondo l’agenzia di stampa Mehr, i voli in partenza dall’aeroporto internazionale di Tabriz sono stati sospesi, mentre le autorità hanno dichiarato diverse no-fly zone su tutto il territorio nazionale. Ma quali sono le cause politiche, sociali ed economiche ad aver innescato questa ondata di proteste che si protrae da più di 10 giorni?
Scioperi e scontri nelle città iraniane
A pochi giorni dalla fine del 2025, da Teheran sono partite manifestazioni antigovernative contro la Repubblica islamica dell’Iran, alcune delle quali anche violente. Le proteste hanno avuto inizio il 28 dicembre ma, a causa delle gravi limitazioni di libertà di stampa, le informazioni disponibili sono frammentarie e arrivano principalmente tramite video diffusi sui social network, successivamente verificati dal dipartimento di fact-checking della BBC, BBC Verify, insieme alla redazione in lingua persiana.
Secondo le ricostruzioni disponili, sono almeno 17 le città coinvolte su 31. Le immagini mostrano scontri tra manifestanti - tra cui donne, commercianti, giovani e lavoratori - e forze di sicurezza, affiancate dai gruppi paramilitari Basij. La repressione del regime appare violenza e sistematica: alle mobilitazioni, sostenute anche da sindacati di insegnanti, autotrasportatori e conducenti di autobus, Teheran risponde tentando al contempo di restituire all’esterno un’immagine del paese più contenuta della situazione reale. L’obiettivo è duplice: sminuire l’ampiezza delle proteste e ridurre il sostegno internazionale al popolo iraniano.
Il crollo del rial e l’inflazione
Da oltre dieci giorni commercianti e sostenitori dello sciopero manifestano al Grand Bazar di Teheran, mercato centrale e cuore economico dell’Iran. Le proteste sono partite in particolare dai rivenditori al dettaglio di telefonia mobile, legati alle importazioni di beni elettronici, e hanno una radice chiaramente economica.
La valuta iraniana, il rial, ha raggiunto minimi storici nei confronti del dollaro: per acquistare un dollaro occorrono circa 1,4 milioni di rial, contro i 250 mila del 2021. Il crollo della moneta ha reso il costo della vita insostenibile, in un contesto di inflazione fuori controllo. Secondo i dati registrati nel dicembre scorso, i prezzi sono aumentati del 52%.
La crisi economica risale alle sanzioni internazionali seguire al fallimento dei colloqui con gli Stati Uniti d’America sul programma nucleare e sull’arricchimento dell’uranio. A questo si aggiungono la crisi sociale legata alle violazioni dei diritti umani, in particolare per l’uso estensivo della pena di morte (nel 2025 sarebbero state eseguite circa 1500 condanne, il numero più alto degli ultimi 35 anni secondo l’Ong Iran Human Rights) e per le recenti poteste anti-velo represse nel sangue. Inoltre pesa anche la guerra dei 12 giorni contro Israele, risalente nel giugno 2025 sempre in relazione agli impianti nucleari iraniani, che ha colpito duramente la produttività del Paese.
Le radici politiche della protesta
Le donne rivestono un ruolo centrale, se non da protagoniste, nelle manifestazioni. Da decenni lottano contro l’obbligo del velo, e oggi scendono nuovamente in piazza per contestare le nuove leggi introdotte dal Parlamento iraniano. Le autorità hanno reagito ordinando la chiusura di negozi, bar e ristoranti che consentono l’ingresso a donne non velate. Aumentano anche le multe per chi viola il codice di abbigliamento, in risposta alla crescente presenza di donne a capo scoperto negli spazi pubblici.
Nelle piazze di Teheran e nei principali centri urbani iraniani risuonano slogan come “azadi” (libertà), “non abbiate paura, restiamo uniti”, “lunga vita allo Scià” (dettaglio fondamentale su cui torneremo dopo), e ancora “Moriremo, ma non accetteremo tale umiliazione”. Le proteste hanno raggiunto anche l’isola di Qeshm, sulla costa del Golfo Persico, e Hamedan, nell’Iran Occidentale.
La risposta del regime: arresti, violenze e chiusura degli spazi pubblici
I commercianti hanno mobilitato lo sciopero abbassando le serrande, come segno di protesta contro l’inflazione e la svalutazione della moneta che hanno reso inaccessibili i beni di prima necessità. Alle manifestazioni si sono uniti gli studenti delle Università di Teheran, Shiraz, Mashad, Kermanshah e Isfahan, insieme a quelli dei principali atenei del Paese.
La risposta dello Stato è stata affidata alle forze di polizia e ai gruppi paramilitari, che hanno represso i cortei con l’uso di gas lacrimogeni per disperdere i dimostranti e arresti di massa. Dopo una prima reazione apparentemente conciliatoria, in cui il governo sembrava riconoscere la legittimità delle rivendicazioni economiche, la linea si è rapidamente irrigidita. La repressione è diventata sempre più violenta: secondo l’agenzia statunitense Human Rights Activists News Agency, gli arresti sarebbero oltre 1500, tra cui 51 minorenni, 57 donne e 220 curdi. Il numero dei manifestanti uccisi sarebbe salito a 35, tra cui quattro minori, oltre a due agenti di sicurezza.
La polizia ha lanciato gas anche all’interno della stazione metropolitana vicino al Grand Bazar - dove il servizio è stato sospeso - e a bordo di un convoglio affollato, in cui erano presenti anche bambini. Scuole, università e uffici restano chiusi per contenere le mobilitazioni.
Le forze dell’ordine giustificano la repressione come risposta a tentativi di destabilizzazione del Paese, prendendo di mira attivisti, docenti e intellettuali critici nei confronti del regime. Si parla della più ampia ondata di arresti collettivi di docenti e intellettuali di sinistra dai tempi dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami. La Guida suprema Alì Khamenei ha legittimato l’uso della forza definendo i manifestanti “ribelli da rimettere al loro posto”. Il Parlamento iraniano ha diffuso un rapporto in cui accusa i rivoltosi di aver distrutto edifici governativi e veicoli privati e pubblici, sostenendo che la maggior parte dei feriti appartenga alle forze dell’ordine e alle milizie Basij.
Pur riconoscendo le difficoltà del Paese, il governo ha dichiarato che potrebbero rendersi necessari ulteriori tagli alla spesa pubblica. Tuttavia il presidente Masoud Pezeshkian ha chiesto di raddoppiare il sussidio statale per i capifamiglia, nel tentativo di attenuta l’aumento dei prezzi di beni essenziali, quali cibo e medicinali.
Immagini di un Paese isolato
Attraverso Telegram circolano numerose testimonianze video che mostrano quello che sta accadendo: macchine in fiamme e scontri violenti, con richieste esplicite di fine del regime e di ritorno alla monarchia. Ricorrono slogan contro le autorità clericali per la difesa dei diritti umani, come “abbasso il dittatore” e “morte al dittatore”, riferiti alla più alta carica politica e religiosa del paese, l’ayatollah Ali Khamenei.
Molti manifestanti esprimono sostegno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, Reza Shah Pahlavi, della dinastia deposto con la rivoluzione del 1979. Il richiamo alla dinastia Pahlavi, rovesciata proprio per permettere la nascita della Repubblica Islamica, è ovviamente strumentale: lo Shah fu cacciato dal paese perché marionetta degli Stati Uniti, umiliazione massima per il popolo iraniano, che sicuramente non accoglierebbe a braccia aperte il figlio, ora in esilio proprio negli USA.
(Sulla questione storica torneremo in un prossimo approfondimento)
Questo non ha però impedito al principe di diffondere un comunicato in cui invita a una mobilitazione coordinata, annunciando una nuova fase per l’Iran: “Oggi condivido con voi il mio primo appello e vi invito a scandire slogan giovedì e venerdì 8 e 9 gennaio, alla stessa ora alle 20.00, sia per strada che da casa vostra. In base al riscontro ricevuto da questo movimento, vi annuncerò i prossimi appelli.”
Di forte impatto mediatico anche il filmato che documenta arresti effettuati dalla polizia all’interno dell’ospedale di Ilam, dove alcuni manifestanti erano ricoverati per ferite riportate durante le repressioni. Un manifestante di 36 anni, intervistato nel quartiere Mossadegh di Kermanshah, ha dichiarato “Ci stanno uccidendo, non hanno pietà. A Kermanshah siamo usciti tutti, siamo tutti sotto pressione. A mezzogiorno in piazza hanno picchiato una donna così violentemente che non riusciva a stare in piedi. Implorò il popolo iraniano, solleviamoci tutti insieme”. Due manifestanti hanno riferito al Guardian di aver assistito all’uso di armi da fuoco contro la folla, testimonianze confermate dall’organizzazione norvegese per i diritti umani Hengaw che ha documento l’uso di fucili Kalashnikov contro i manifestanti.
Pressioni internazionali e timori di escalation
L’intensificarsi delle violenze alimenta il timore di gravi conseguenze per il regime iraniano, sebbene le manifestazioni non abbiano ancora raggiunto la portata di quelle del 2022, in seguito alla morte di Mahsa Amini, 22enne arrestata con l’accusa di aver violato il codice di abbigliamento previsto per le donne.
Il quadro si inserisce inoltre in un contesto di forte tensione internazionale, accentuato dalle recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, che ha minacciato un possibile intervento di Washington in caso di repressione violenza dei manifestanti (ora anche paladino degli iraniani). Con la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, avvenuta lo scorso sabato, il timore che Trump si schieri in difesa dei protestanti, innescando un conflitto, è sempre più reale.
La Guida suprema, Alì Khamenei, ha ammonito Trump, chiedendo di non interferire sostenendo che un’interferenza americana in questa questione interna “equivarrebbe a destabilizzare l’intera regione e danneggiare gli interessi americani”.
A preoccupare Teheran è anche l’indebolimento dei suoi alleati regionali con la caduta dei regimi di Maduro in Venezuela e di Bashar al Assad in Siria. Anche Israele sembra voler trarre vantaggio da questa situazione di instabilità. Il primo ministro Netanyahu ha più volte incoraggiato gli iraniani a scendere in piazza per provocare un cambio di regime.
In questo contesto si inserisce l’esecuzione di Alì Ardestani, uomo impiccato questo mercoledì 7 gennaio dalle autorità per spionaggio per il Mossad. Quest’ultimo aveva di recente invitato i manifestanti iraniani ad intensificare le proteste con un appello via social e radio in ebraico. Ali Ardestani è stato accusato di aver fornito informazioni sensibili ad Israele in cambio di “pagamenti con valuta digitale”. Stando a quando riporta una dichiarazione della magistratura, egli sarebbe stato assunto dal Mossad via Internet e avrebbe inviato immagini, filmati e informazioni dall’Iran ai servizi segreti, chiedendo un cambio un milione di dollari e un visto per la Gran Bretagna. Quindi il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, ha risposto con tono minaccioso alle parole di Trump e di Netanyahu nei confronti della Repubblica islamica. Le autorità iraniane hanno utilizzato il caso per rafforzare la narrativa di un complotto esterno volto a minare l’unità nazionale.
Narrazioni a confronto
Nel frattempo, le condizioni economiche che avevano spinto i commercianti a scendere in piazza continuano a peggiorare. Il vicepresidente iraniano ha parlato apertamente di una “guerra economica”. Mentre alcune famiglie delle vittime delle proteste del 2022 invitano alla prudenza, i media di Stato offrono una rappresentazione rassicurante della situazione. L’agenzia Fars sostiene che le proteste siano sotto controllo, mentre il quotidiano Kayhan le definisce una “cospirazione nemica” ormai neutralizzata.
Una narrazione smentita dai fatti sul terreno e dalle testimonianze di media indipendenti e di opposizione, come Iran International, che continuano a documentare scontri e mobilitazioni, in particolare al Grand Bazar di Teheran. La distanza tra la versione ufficiale e la realtà appare oggi più profonda che mai.
Rimane però evidente un malcontento trasversale e di lungo corso nei confronti del regime islamico, non più in grado di fornire risposte soprattutto ai giovani, grande maggioranza del paese (oltre la metà della popolazione è sotto i 35 anni di età)
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