Gli Stati Uniti tornano a sud. Sarà un nuovo Cile?
La pressione economica e militare esercitata dagli Stati Uniti negli ultimi mesi sta mettendo a dura prova il governo di Nicolás Maduro, sempre più isolato e sostenuto ormai da mere dichiarazioni di vicinanza dei suoi alleati. Sanzioni, sequestri, operazioni di forza hanno colpito direttamente il potere venezuelano, mentre nel paese crescono tensioni e mobilitazioni contro le politiche di Donald Trump. Sullo sfondo si muove anche l’opposizione in esilio: María Corina Machado, leader dell’antichavismo, che di nascosto raggiunge la Norvegia per prendere parte alla cerimonia del premio Nobel. Si dice pronta a tornare in Venezuela, sostenendo la linea di Washington volta a far cadere il governo Maduro. È questa la partita che si gioca dietro la retorica della “lotta al narcotraffico”. Ma ce n'è una ancora più ampia: indebolire l’asse Russia-Cina-Venezuela e ridare valore al dollaro. È qui che lo scontro geopolitico ed energetico trova la chiave di lettura. Da qui bisogna partire per capire perché il petrolio sia diventato lo strumento centrale della strategia di Trump e fin dove ci si è spinti.
Trump vuole il petrolio: sequestri e sanzioni per il Venezuela
Con l’accusa di trasportare “petrolio del mercato nero” e di essere parte di una “flotta ombra” per aggirare le restrizioni, gli USA procedono con il sequestro della petroliera Skipper: così lo scorso 10 dicembre abbiamo raggiunto l’apice - per il momento - della guerra al narcotraffico. Un commando degli Stati Uniti si è calato da un elicottero su una imbarcazione che trasportava greggio proveniente dalla compagnia statale venezuelana Petróleos de Venezuela verso i paesi sanzioni dagli USA. Un video, pubblicato su X dalla procuratrice generale Pam Bondi, mostra il momento dell’assalto: lei stessa parla di esecuzione di un mandato di sequestro per trasporto illecito di petrolio, sanzionato da anni, anche per il fatto di verificarsi con il supporto di organizzazioni terroristiche straniere. Con il nome Adira, questa petroliera trasportava petrolio in Siria, Cuba, Iran e Cina già dal 2022, motivo per cui ricevette sanzioni dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti L’operazione è stata coordinata congiuntamente dall’Fbi, dal dipartimento per la Sicurezza Nazionale e dalla Guardia Costiera, con il supporto del Pentagono. Il blitz si è concluso con il sequestro del carico e della petroliera, poi trainata verso le coste statunitensi. Questa batteva la bandiera del Guiana pur non essendo registrata in quel paese. In seguito, Trump ha impartito nuove sanzioni a sei petroliere venezuelane, che rischiano anch’esse il sequestro. Due di loro sono stati arrestati per narcotraffico e poi liberati a seguito di scambio di prigionieri.
Il presidente americano ha personalmente annunciato il sequestro avvenuto, parlando di “più grande petroliera mai sequestrata per una ragione molto valida”. Parlando ai giornalisti, Trump avrebbe aggiunto “stanno succedendo altre cose, le vedrete più avanti”. Ma non è stato l’unico a esprimersi in merito. Il ministro degli Esteri venezuelano, Yván Gil, condanna il “furto palese” e “atto di pirateria internazionale”, mentre un funzionario statunitense interviene per sottolineare che l’operazione non avesse nulla a che fare con la crescente tensione USA-Venezuela, ribadendo che fosse un’operazione di contrabbando internazionale di greggio. Pino Arlecchino, ex direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, parla di “finzione hollywoodiana di una narrativa di Trump che parla del Venezuela come narcostato”. Uguale il pensiero del Presidente della Colombia, Gustavo Petro che pur collaborando per debellare il fenomeno, la definisce una “scusa fittizia dell’estrema destra”. A commentare la vicenda anche il procuratore Gratteri, che ribadisce come il Venezuela sia l’ultimo dei paesi di cui preoccuparsi, non essendo centrale nelle rotte del narcotraffico, a differenza di Colombia, Bolivia e Perù che classifica come principali paesi produttori di cocaina
È ormai chiaro che il sequestro sia dettato dagli interessi geo-economici strategici degli USA e per riappropriarsi di una risorsa che ha garantito potere e autonomia a Maduro, accusato dallo stesso Trump di interferenze nella politica statunitense e vicinanza con i vertici del maxi-cartello del narcotraffico Cártel de los Soles. Questo è stato definito come un insieme di reti criminali che garantiscono il mantenimento del potere al leader venezuelano, motivo per cui a fine novembre è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Ma c'era un tempo
Eppure, c’è stato un tempo in cui la Repubblica del Venezuela era un fedele alleato degli Stati Uniti d’America. Il 31 ottobre 1958, dopo la caduta del regime dittatoriale del generale Marco Pérez Jiménez, i partiti politici venezuelani Copei, URD e AD firmarono un patto in vista delle elezioni di dicembre di quello stesso anno, per garantire la stabilizzazione del neonato sistema democratico rappresentativo del paese.
Il Pacto de Punto Fijo segnò quindi l’inizio della storia democratica venezuelana: i partiti firmatari rappresentavano uno spettro politico che si estendeva dal centrosinistra al centrodestra, escludendo così dalla coalizione formazioni politiche radicali come il Partido Comunista de Venezuela. L’assetto moderato e dichiaratamente anticomunista della classe dirigente venezuelana permise di ottenere ben presto il riconoscimento del nuovo governo da parte degli Stati Uniti, con i quali iniziò un’alleanza commerciale basata principalmente sull’esportazione di petrolio, risorsa di cui il Venezuela possiede uno dei maggiori bacini del Sud America.
Anche grazie a queste relazioni commerciali, tra il 1968 e il 1978 il Venezuela visse un vero e proprio boom economico, portandolo a diventare lo Stato più ricco del Sud America e a superare il PIL anche di paesi europei come Portogallo e Grecia, grazie ad un introito di 10 milioni di dollari giornalieri. Nel 1975 si concluse un processo, mediato anche con gli Stati Uniti, di nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana che diede vita a PDVSA, trasformando il Venezuela in un "petrol-stato".
Tuttavia, l’alternanza di governo tra Acción Democrática e Comité de Organización Política Electoral Independiente fu accompagnata da corruzione e clientelismo. Ciò impedì che la ricchezza prodotta dal Paese si traducesse in un reale miglioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari, che abitavano fuori dalle grandi metropoli. I servizi essenziali come la sanità e l’istruzione erano scarsi se non assenti fuori dai grandi centri, condannando così le classi meno abbienti a vite segnate da stenti e povertà.
Verso la fine degli anni ‘80, la saturazione del mercato petrolifero fece crollare i prezzi del petrolio da 106 a 32 dollari a barile, facendo crollare del 46% il PIL del Venezuela, che basava la sua economia per il 96% sul greggio. Alla soluzione proposta dal Fondo Monetario Internazionale di una profonda revisione fiscale, i venezuelani risposero con una serie di manifestazioni iniziate a Caracas il 27 febbraio 1989, che ben presto si trasformarono in una rivolta.
Il Chavismo
A guidare il Paese fuori dalla crisi fu Hugo Rafael Chavez, già tenente colonnello dell’esercito che aveva partecipato ad un tentativo di colpo di stato nel 1992. Il suo era un programma di stampo socialista, che puntava a fomentare gli strati più bassi della popolazione: nei suoi comizi evocava la Revólucion Bolivariana contro il “liberismo selvaggio” e “l’imperialismo degli Stati Uniti d’America”. La sua retorica populista e anti-capitalista si fondava sul nome di Simón Bolivar, eroe della rivoluzione sudamericana contro il dominio spagnolo e per la sovranità dei popoli. L’evocazione del suo nome rappresentava un simbolo di resistenza alle potenze straniere e all’élite interna.
Nel 1998, Chavez viene eletto con il 56% dei consensi. La reazione americana non tarda ad arrivare: di fronte alle politiche del neo-eletto leader (nazionalizzazione del petrolio, controllo statale dell’economia e rafforzamento di alleanze regionali alternative) gli USA reagiscono con sanzioni economiche, pressioni diplomatiche e supporto a gruppi d’opposizione interni. Ciononostante, dal 1998 al 2013 il governo di Chavez dimezza il tasso di disoccupazione e raddoppia il reddito pro capite. Tuttavia, l’ex tenente commette lo stesso errore dei suoi predecessori: nel suo primo decennio di governo, il petrolio torna a toccare le punte degli anni d’oro venezuelani. Il governo, però, continua ad usare l’industria petrolifera come bancomat statale, anziché diversificare gli investimenti. In questo modo, vengono costruite le basi per una seconda, profonda crisi, che ha inizio nel 2008, quando il prezzo del petrolio torna a crollare.
Il Venezuela è sull’orlo del baratro, e ad una situazione già complicata si aggiunge la morte di Hugo Chavez. Le elezioni per il suo successore vengono vinte da Nicolas Maduro, non senza proteste: l’opposizione accusa l’ex-vicepresidente di aver pilotato i risultati, anticipando il clima che segna la nazione negli anni a venire. Nel 2014 e nel 2015 registra i dati più alti nel misery index, superando anche la Siria in piena guerra civile.
Così, alle elezioni del 2015 il popolo elegge come nuovo presidente Juan Guaidó, leader del partito Mesa de Unidad Democrática, una vasta coalizione di opposizione che ottiene la maggioranza assoluta dei seggi. Il partito di Maduro approfitta del lame duck, il periodo in cui un governo che ha perso il mandato rimane in carica fino all’insediamento del nuovo governo, per nominare numerosissimi nuovi giudici del Tribunal Supremo de Justicia. In questo modo, il PSV elimina l’indipendenza del sistema giudiziario. Subito dopo l’insediamento del nuovo governo, il TSJ scioglie l’Assemblea Nazionale spostando il potere legislativo nella Corte Suprema. I giudici che si opponevano al regime di Maduro sono fuggiti in esilio, dove continuano ad operare ottenendo anche il riconoscimento di vari paesi soprattutto Occidentali. Si creano così due realtà politiche parallele: secondo il TSJ in esilio, Juan Guaidó è il legittimo presidente; secondo Maduro, l’intera Assemblea Nazionale è illegittima.
Molti osservatori hanno commentato la possibilità che dietro Guaidó ci fossero gli Stati Uniti. Ovviamente, la prima amministrazione Trump non tardò a riconoscere la legittimità di Guaidó, come annunciato dallo stesso Tycoon con un tweet in cui denunciava la sofferenza dei cittadini venezuelani sotto le mani dell’illegittimo regime di Maduro.
A sostenere la presidenza ad interim di Guaidó come legittima è María Corina Machado, leader dell’opposizione che nel 2024 ha sfidato indirettamente Maduro, non potendo candidarsi a causa del suo supporto a Guaidó e alle sanzioni internazionali. Le proiezioni di voto vedevano il candidato d’opposizione Edmundo González Urrutia in netto vantaggio per circa 20 punti percentuali. Tuttavia, il risultato delle elezioni vide, di nuovo, la vittoria di Nicolas Maduro. L’annuncio portò all’esplosione di forti proteste in tutto il paese, represse, secondo Amnesty International, mediante uso eccessivo della forza e possibili esecuzioni extragiudiziali. Il candidato Urrutia è dovuto fuggire in Spagna, e nei giorni scorsi anche la leader Machado ha trovato asilo in Norvegia. Sono solo gli ultimi nomi della grande diaspora venezuelana, in percentuale la più grande al mondo: sono 7,89 milioni i venezuelani residenti all’estero, il 25% della popolazione.
Negli ultimi mesi, la longa manus statunitense è tornata ad affacciarsi sul continente sudamericano, mostrandosi pronta ad un intervento diretto per liberare il Venezuela dal regime chavista.
Le mosse degli Stati Uniti: "la lotta al narcotraffico"
A metà novembre gli USA hanno ufficialmente avviato l’operazione militare anti-narcos “Southern Spear”, ovvero lancia “lancia del sud”, accusando il governo venezuelano di inazione in questo campo. Maduro, che risponde chiedendo la pace per le Americhe, era stato incriminato nel 2020 per reati di narcoterrorismo e traffico di droga. Il Venezuela viene definito ora un narcostato. Ma questa mossa di colpire navi senza una base legale certa ha iniziato a insospettire anche gli alleati di Trump. È da settembre 2025 che Washington colpisce con attacchi missilistici numerose navi venezuelane nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico Orientale per presumibile trasporto di droga diretta negli Stati Uniti. A fine settembre, NBC News fa sapere che l’esercito statunitense aveva in programma anche di attaccare trafficanti di droga all’interno del Venezuela. “La missione ha l’obiettivo di difendere il nostro paese, eliminare i narcoterroristi dal nostro emisfero e metterci in sicurezza dalle droghe che stanno uccidendo il nostro popolo”, così cerca di legittimare l’operazione Peté Hegseth, segretario alla Guerra degli Stati Uniti. Il primo colpo viene sferrato il 2 settembre: un missile diretto contro una di queste imbarcazioni ha ucciso 11 persone. Secondo una ricostruzione del Washington Post, i due iniziali sopravvissuti, rimasti aggrappati allo scafo, furono raggiunti da un secondo missile che li ha poi uccisi. Trump parla di “obiettivo militare” dal momento che i due sopravvissuti avevano cercato di mettersi in comunicazione con altri membri del “cartello”, quindi non potevano considerarsi naufraghi indifesi.
Gli analisti denunciano una violazione del diritto internazionale, sostenendo la mancanza di basi giuridiche per applicare le leggi di guerra: il fentanyl - la droga sintetica che per Trump rappresenta una minaccia per l’America - non passa dal Venezuela, ma dal Pacifico e dal Messico. Per di più ricordano che per prassi Washington dovrebbe affrontare la guerra al narcotraffico in mare con la guardia costiera, intercettando le imbarcazioni, arrestando i sospettati per poi giudicarli di fronte a un tribunale federale.
Dal primo attacco ad oggi, queste operazioni hanno portato alla morte di 87 persone, senza alcuna prova certa di legami con il traffico di droga. L’ultima operazione, avvenuta il 4 dicembre, ha portato alla morte di 4 persone. Ne segue una dichiarazione su X dello United States Souther Command: “i servizi di sicurezza hanno confermato che l’imbarcazione trasportava sostanze stupefacenti lungo una rotta riconosciuta per il traffico di droga nel pacifico orientale”.
Petrolio e potenza: il vero interesse degli USA in Venezuela
Se la lotta al traffico di droga è ormai una evidente facciata, la domanda centrale diventa cosa si muove dietro: quali sono gli interessi che spingono davvero Trump a intervenire in Venezuela, e perché proprio ora? Non possiamo non partire dalle immense riserve petrolifere del Paese, tra le più ricche e di migliore qualità al mondo. Il Venezuela è uno dei maggiori produttori globali, e il petrolio per Washington è una risorsa strategica tanto economica quanto geopolitica.
Il secondo livello riguarda il ruolo del Venezuela nell’asse anti-occidentale che ingloba Russia, Cina e Iran. Per la Casa Bianca intervenire in Venezuela permette di contenere l’espansione di questi attori per riaffermare la sua leadership in America Latina. Contenere qualsiasi deriva che sfugga al controllo di Washington è la strategia dichiarata di Trump e trova la sua attuazione con il tentativo di limitare l’influenza russa e cinese, sempre più centrali nel mercato di idrocarburi. Oggi una parte significativa degli scambi del petrolio non si riferiscono più al dollaro, ma allo yuan cinese, compromettendo il peso internazionale della moneta statunitense. Da anni gli USA tentano di frenare questo processo con sanzioni al settore energetico del Venezuela. L’obiettivo finale è chiaro: riportare il petrolio - e dunque il potere - sotto al dollaro.
Le pressioni di Trump e la fragilità dell’asse di Maduro
Parallelamente, l’amministrazione USA mira ad aumentare la pressione sul regime di Nicolas Maduro, spingendo per un cambio di governo più remissivo. Ecco spiegata la recente telefonata tra Trump e Xi Jinping, conclusa con un invito ufficiale del presidente cinese a visitare Pechino nel 2026. La Cina apre un canale diretto con Washington per evitare lo scontro, senza però rinunciare al sostegno formale al Venezuela. Lo stesso vale per la Russia: i due alleati economici di Maduro hanno ribadito il loro impegno per la sovranità, sicurezza nazionale e stabilità del Venezuela. Putin si dice sicuro che l’amministrazione di Maduro riuscirà a superare “tutte le prove con dignità e difendere i suoi legittimi interessi in questi tempi turbolenti”.
Tuttavia, quello che emerge è un sostegno solo a parole di fronte alla pressione militare americana. Mosca è impegnata sul fronte ucraino e può offrire solo manutenzione aerea e sistemi missilistici terra-aria; Pechino è concentrata sui suoi rapporti commerciali con Trump e ha poco margine per investire capitale politico sul Venezuela. Risultato? Della rete di alleanze che il Venezuela ha costruito per resistere a Washington, restano lettere di auguri di compleanno che i presidenti hanno inviato a Maduro nei giorni scorso, con annesse promesse di rinnovo di sostegni.
Gli analisti spiegano che l’asse pro-Maduro sia economicamente troppo debole per fornire un sostegno significativo - soprattutto guardando ad alleati come Cuba, Nicaragua e Iran - con improbabili capacità di intervento. Neppure i suoi alleati maggiori, che in passato hanno fornito equipaggiamento militare, assistenza economica e addestramento, ora cercano di negoziare con Trump accordi diplomatici e commerciali.
Le richieste di Maduro: amnistia, revoca delle sanzioni e transizione controllata
Secondo un rapporto pubblicato da Reuters, il 21 novembre ci sarebbe stata una telefonata tra Donald Trump e Nicolás Maduro. Durante la conversazione - rivelata dal New York Times e dal Miami Herals sulla base di una testimonianza di una persona presente - Trump avrebbe chiesto le dimissioni di Maduro come unica possibilità di salvarsi da un scontro diretto. L’ultimatum era il seguente: lasciare il potere senza resistere in cambio di un passaggio sicuro per uscire dal Paese per lui, la moglie Cilia Flores e il figlio.
Di fronte a questa richiesta, Maduro anche avrebbe presentato le proprie condizioni, che possiamo elencare in tre punti centrali:
Un’amnistia totale per tutti i crimini commessi da lui e dal suo governo, secondo la stessa linea applicata nel 1991 in Nicaragua con Violeta Chamorro.
L’annullamento del procedimento per crimini contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale (CPI).
La revoca delle sanzioni statunitensi contro oltre centro alti funzionari chavisti, tra cui quelli accusati da Washington di corruzione, narcotraffico e gravi violazioni dei diritti umani.
Seppure Maduro avesse accettato di convocare elezioni libere, si sarebbe poi opposto al trasferimento immediato dell’esecutivo al leader dell’opposizione Edmundo González. Secondo Reuters, la sua proposta era di una transizione controllata dalla vicepresidente Delcy Rodríguez, a cui affidare un governo ad interim fino alle nuove elezioni. Secondo la Casa Bianca, questa proposta avrebbe mantenuto il controllo del chiavismo sullo stato. Difatti le FANB - Forze Armate Nazionali Boliviane - sarebbero rimaste al vertice della struttura di comando e il PSUV - Partito Socialista Unito del Venezuela - al controllo delle caserme, della polizia e dell’intelligence statale. Washington interpreta il piano di Maduro come una transizione nominale che lasciava intatto il potere e rendevano impossibile l'obiettivo democratico. L’agenzia riporta anche un’ulteriore richiesta di Maduro: una nuova telefonata con Trump per riprendere i negoziati segnati da disaccordi significativi e dettagli importanti irrisolti.
La reazione degli USA e la fine del negoziato
Trump ha respinto tutte le richieste, accettando di considerare solo il salvacondotto limitato per consentire a Maduro e alla famiglia di lasciare il Paese entro 72 ore. Il termine per il ritiro è scaduto lo scorso 29 novembre, senza che Caracas rispondesse. Il giorno successivo, come segnale di fine ultimatum, Trump ha ordinato la chiusura totale dello spazio aereo venezuelano per le compagnie statunitensi.
La Casa Bianca non avrebbe più risposto ai nuovi tentativi di comunicazione del Venezuela. Un funzionario statunitense non ha, però, escluso una possibile uscita negoziata a fronte di “cambiamenti significativi nella posizione di Caracas” in merito alle richieste in controparte di Trump in controparte. Oltre la partenza immediata dal Paese, chiedeva l’avvio di un processo di normalizzazione istituzionale sotto piena autorità civile, senza alcuna cancellazione dei precedenti giudiziari.
Durante un’apparizione televisiva, Maduro ha negato di aver chiesto l’amnistia, accurando gli USA di volere “un cambio di regime per impossessarsi delle risorse naturali del Venezuela”. Trump intanto ha convocato una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale alla Casa Bianca per considerare ulteriori misure di pressione.
Con la chiusura dello spazio aereo venezuelano, il conflitto si è spostato nei cieli: il Paese si è trovato fortemente isolato a seguito di cancellazioni e deviazioni. Seppur Washington non possa chiudere lo spazio aereo sovrano, può proibire alle compagnie statunitensi di volare lì e influenzare le compagnie partner, oltre a dispiegare sorveglianza militare nei corridoi chiave dei Caraibi. Si tratta di un ulteriore strumento di pressione, che Caracas denuncia come “misura coloniale”, annunciando piani straordinari per rimpatriare i passeggeri bloccati.
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