martedì 13 gennaio 2026

Le proteste in Iran: tra Ciro il Grande, lo Scià e gli Ayatollah

La politica italiana tutta ha provveduto a mostrare il proprio sostegno alle proteste in Iran: dalla destra alla sinistra, passando per il centro, chiunque ha espresso solidarietà al martoriato popolo iraniano (le stime attuali parlano di 466 vittime ad opera del regime).

Probabilmente questo sostegno è dovuto al fatto che i nostri politici credano che gli iraniani vogliano vivere all’occidentale, diventare noi (probabilmente anche con una punta di razzismo) ma se guardiamo alla storia probabilmente non è così.

Le proteste di cui abbiamo largamente parlato in un articolo precedente sono sicuramente scaturite dal carovita e dalla crisi economica che ha messo in ginocchio il paese; ma alla base c’è un discorso identitario: una grande frangia della popolazione non si riconosce più nella Repubblica Islamica. Ma l’alternativa a essa non sarà (probabilmente) una democrazia liberale (occidentale).

I rapporti difficili con l’Occidente: le armi nucleari e il conflitto dei dodici giorni

A inserirsi nella crisi, ci sono (ovviamente) gli Stati Uniti che per bocca di Trump hanno minacciato l’intervento qualora il regime avesse oppresso i manifestanti: Larijani, a capo dell’organo di massima sicurezza iraniano, ha risposto alle minacce (pronto a intervenire in caso di violenze sui civili) mettendolo in guardia sulla sicurezza degli statunitensi nella regione. Tale avvertimento richiama direttamente gli eventi del 1979, anno della rivoluzione.

Uno dei primi atti della rivoluzione Khomeinista fu l’occupazione dell’ambasciata americana per oltre un anno e la cattura di 52 ostaggi, liberati solo dopo l’insediamento di Reagan alla Casa Bianca. Ancora oggi questo episodio simbolico è ricordato come un momento di riscatto per l’Iran e di frattura con l’Occidente, in particolare con la CIA e la Gran Bretagna, che nel 1953 orchestrarono un golpe per annullare la nazionalizzazione dell’industria petrolifera promossa dal primo ministro Mossadeq.

Dopo un avvicinamento USA-Iran durante la presidenza Obama culminato con un accordo nel 2015 che imponeva limitazioni al progetto nucleare iraniano ma allo stesso tempo rimuoveva le sanzioni su Teheran; nel 2018, durante il suo primo mandato, il presidente Trump ha abbandonato l’accordo ripristinando le sanzioni secondarie contro la Repubblica Islamica. Ancora oggi, a causa degli eventi del 2018, l’Iran è sospettato di condurre attività legate alla costruzione di armi nucleari, sospetto che ha portato al bombardamento USA di quest’estate, con estrema soddisfazione di Benjamin Netanyahu, che identifica nel programma nucleare iraniano il più grande pericolo per lo Stato Ebraico; arrivando a definire l’Iran come “il nuovo Amalek” (popolo nomade descritto nella Bibbia e nemico storico degli Israeliti).

Il primo scontro diretto e ad alta intensità tra i due stati è stata la guerra dei dodici giorni, conclusa senza un vincitore chiaro. Durante il conflitto, Netanyahu ha annunciato al mondo il rischio che l’Iran acquisisse armi nucleari e ha deciso di scatenare una pioggia di missili sulla Repubblica Islamica, neutralizzando diversi vertici delle forze armate. Se Israele ha ribadito la propria superiorità bellica dal punto di vista militare (intercettando il 90% degli attacchi iraniani), dall’altro lato ha rivelato a Teheran una lieve e momentanea frattura nel legame tra Tel Aviv e Washington, dovuta all’imposizione trumpiana di un cessate il fuoco immediato.

Il conflitto ha avuto conseguenze devastanti sulla popolazione civile e molti analisti vedono in questa umiliazione subita da israeliani e americani un detonatore delle proteste. Tuttavia, il regime ha messo in atto una strategia ben definita per rimarginare la ferita attraverso l’utilizzo dell’arma più potente: il richiamo identitario attraverso la storia.

L’imperatore Valeriano in ginocchio davanti a Shapur I: un monito del regime verso l’Occidente

Il 7 novembre 2025, a Piazza della Rivoluzione, è stata inaugurata una nuova statua ispirata al rilievo di Naqsh-e Rostam. Innalzata con fuochi d’artificio davanti a una folla di iraniani e bandiere nazionali, la statua rappresenta un evento storico cruciale nella storia di due antiche potenze: l’impero persiano e l’impero romano. Nella statua, davanti al colossale re persiano Shapur I, uno dei più grandi nemici di Roma, si colloca in ginocchio l’imperatore Valeriano, epilogo di una delle più gravi umiliazioni dell’Impero Romano: la cattura del suo imperatore.

Il riferimento a Re Shapur non è casuale. Shapur era un monarca illuminato che sconfisse l’Impero Romano più volte. La raffigurazione dell’umiliazione di Valeriano, talvolta descritto addirittura come uno sgabello del re, è un tema ricorrente nella storia medievale e tardo-medievale.

Nel 260 d.C., la Persia stava diventando sempre più pericolosa grazie alle azioni di conquista nel contesto delle guerre romano-sasanidi. Per questo motivo, Valeriano decise di intervenire alla guida del suo esercito, finendo prigioniero del re di Persia. Come il riferimento alla battaglia di Edessa del 260 d.C. non è casuale, neppure le tempistiche di svelamento dell’opera: attraverso questa statua, il regime ribadisce alla popolazione che l’Iran può sopravvivere anche a possibili attacchi esterni e che, soprattutto, è fiero oppositore dell’Occidente, che ha già fatto inginocchiare. Approccio alla storia incomprensibile per noi.

Un ritorno al passato monarchico: la dinastia Pahlavi torna protagonista

Tra gli slogan che risuonano nelle piazze contemporanee emerge un nome ricorrente: Mohammed Reza Pahlavi, ultimo scià della breve dinastia Pahlavi, che ha governato il paese fino al 1979. Nel 1921, Reza Pahlavi, primo scià di Persia, rovesciò la dinastia Qajar con un colpo di stato sostenuto dalle potenze occidentali.

Anche in Europa le proteste a favore della liberazione dell’Iran da Khomeini si stanno diffondendo, e la bandiera degli Scià con il leone al centro sventola accanto agli slogan contro la Repubblica Islamica. Il 10 gennaio 2026, a Londra, un manifestante ha scalato il balcone dell’ambasciata iraniana, sostituendo la bandiera della Repubblica Islamica con quella del regno degli Scià di Persia.

Ancora oggi il regno degli Scià è ricordato come simbolo di ricchezza e lusso, nonché per i suoi stretti legami con il mondo occidentale, motivo del suo rovesciamento. Tuttavia, le crepe nella monarchia erano profonde: il divario abissale tra la povertà della popolazione e l’ostentazione delle ricchezze della corte, la progressiva perdita dell’appoggio del clero sciita, la laicizzazione dello stato e il riconoscimento dello stato di Israele nel 1950.

Mohammad Reza Pahlavi viene percepito dai manifestanti come emblema di un’epoca considerata più libera (sebbene monarchica e sicuramente non democratica) in contrapposizione alla repressione teocratica e alla crisi economica odierna.

Durante le proteste, il principe ereditario, figlio dell’ultimo scià, si è dichiarato pronto a rientrare dal suo esilio negli Stati Uniti per sostenere un processo di transizione democratica e instaurare rapporti stabili con gli altri stati della regione, a partire da Israele. Nelle manifestazioni non è insolito osservare la bandiera israeliana affiancata a quella monarchica. Nonostante questo non è un segreto che tra le fila dei manifestanti siano presenti agenti segreti dell’intelligence israeliana, che ha già ampiamente dimostrato di aver infiltrato anche i più alti ranghi della Repubblica Islamica.

Operazione Ajax: una monarchia dipendente dalle potenze straniere

Ridurre la dinastia Pahlavi a un’epoca d’oro della storia iraniana rappresenta una semplificazione eccessiva. Come osservava Michel Foucault, filosofo e testimone della rivoluzione del 1979, per ampi strati della popolazione la figura dello scià e il suo progetto di modernizzazione imposto dall’esterno risultarono profondamente alienanti, trasformandosi nella miccia che avrebbe acceso la rivoluzione guidata dall’Islam sciita, percepito come un “porto sicuro” contro il modernismo occidentale.

Subentrati al Regno Unito (potenza egemone dalla fondazione dell’Anglo-Iranian Company), gli USA, attraverso l’operazione Ajax orchestrata da CIA e MI6, sancirono un’alleanza con lo scià contro il primo ministro nazionalista Mossadeq, colpevole di aver messo in discussione gli interessi occidentali. Churchill e Eisenhower identificarono in Mohammad Reza Pahlavi un baluardo contro due minacce ritenute cruciali: l’espansione dell’influenza sovietica e la nazionalizzazione promossa da Mossadeq.

Mossadeq fu liquidato mentre lo scià instaurò un regime autocratico, caratterizzato da una profonda dipendenza dalle potenze straniere, giustificata attraverso un processo di modernizzazione e l’adozione di modelli e costumi occidentali. Considerato una marionetta degli USA, secondo Foucault lo scià fallì nel suo compito più importante: rispondere ai bisogni complessivi del popolo iraniano, non solo a quelli materiali, ma anche a quelli identitari e spirituali. Fu così che, per la prima volta nella storia del paese, si poté parlare di una vera “rivolta dal basso”, non di un cambiamento di potere imposto o favorito da potenze straniere. Un cambiamento incomprensibile con le nostre categorie: né marxista né liberale. Ma quello che Foucault ha acclamato come un'audace fuga dalle categorie politiche occidentali non era la creazione di qualcosa di nuovo, ma la resurrezione di qualcosa di antico; ricercato anche adesso: sfidare il presente col passato.

Ciro il Grande e il Cyrus Day

Nelle significative proteste del 2022, oltre ai richiami alla dinastia Pahlavi a cui abbiamo fatto riferimento, è stata evocata anche la figura di Ciro il Grande, fondatore dell’impero achemenide. Nel contesto iraniano, Ciro il Grande è diventato un simbolo alternativo rispetto alla legittimità dell’Iran islamico: richiama un’idea di Iran pre-islamico e nazionale, quindi utile per ribadire un’identità non coincidente col regime teocratico.

Uno slogan ricorrente nelle proteste iraniane è “Ciro è nostro padre; l’Iran è il nostro Paese”.

Negli ultimi anni ha preso piede una tradizione, il Cyrus Day: una ricorrenza non ufficiale che si celebra il 7 di Aban nel calendario iraniano, attorno al 29 ottobre nel calendario gregoriano, coincidente con l’ingresso di Ciro a Babilonia nel 539 a.C.

Il punto di ritrovo per celebrare tale ricorrenza è Pasargadae, luogo che ospita la tomba di Ciro. Dopo grandi raduni del passato, lo Stato ha spesso trattato l’area come potenziale innesco di protesta e nel 2022, mentre le proteste per Mahsa Amini erano ancora vive le autorità vietarono o bloccarono le visite.

Quale sarà il futuro dell’Iran? Il regime teocratico rimarrà al potere, o assisteremo a un’inversione di rotta?

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