Abbiamo perso la guerra dell’egemonia culturale
Chi controlla le idee ed i pensieri, controlla il globo.
Durante il periodo di prigionia nelle carceri fasciste, Antonio Gramsci scriveva che il potere non si esercita e non passa solo per la forza, la polizia, l’esercito o i tribunali.
Il potere si esercita con il consenso: le classi subalterne devono essere convinte che l’ordine esistente e dominante è naturale, inevitabile o addirittura desiderabile.
L’egemonia è sottile, pervasiva, e per comprenderla davvero bisogna approfondire il concetto gramsciano di “senso comune”.
Cos’è?: la filosofia degli oppressi, decisa da chi comanda.
Per Gramsci, il senso comune è la “concezione del mondo" sedimentata storicamente nelle masse, parzialmente autonoma, stratificata, che riflette esperienze reali ma in forma acritica e frammentaria. In sostanza la “filosofia spontanea” delle masse, ossia quell’insieme di valori, pregiudizi e credenze, che il singolo assorbe crescendo in una certa società. “Assorbire” sotto intende un’assenza di scelta consapevole.
Non si tratta quindi dell’etica dei libri: ma i pensieri da bar, della strada, del posto di lavoro. Tutto ciò che diamo per assodato, ma non abbiamo mai studiato, tutto quello che è ovvio, ma mai dimostrato.
Il senso comune è il terreno su cui si costruisce l’egemonia.
Le classi dominanti impongono la loro visione, insinuandola accuratamente nel senso comune, fino a trasformarla in qualcosa di naturale, di buon senso, fino ad imporla quasi come realtà oggettiva.
Quando diciamo che “il mercato premia chi si impegna”, stiamo enunciando una credenza che non è mai stata dimostrata empiricamente, ma che funziona come assioma puro.
Nel 2023, per la prima volta in un report UBS sui miliardari, la ricchezza accumulata per via ereditaria ha superato quella generata dall'imprenditorialità: 53 eredi hanno ricevuto 150,8 miliardi, battendo gli 84 nuovi "self-made" fermi a 140,7.
Nel 2025 il fenomeno è incredibilmente aumentato in misura: 91 eredi hanno ereditato un totale record di 297,8 miliardi di dollari, il dato più alto mai registrato nei report UBS. Una tendenza che non accenna a frenare: nei prossimi trent'anni, oltre mille miliardari passeranno circa 5,2 trilioni di dollari ai propri figli.
Un esempio concreto, Amazon: in teoria Bezos dal 1988 percepisce circa 82.000 dollari l’anno, un numero stupefacente, che quasi suscita ammirazione.
Quindi come mai nel 2023 il suo patrimonio stimato è passato da 107 a 177 miliardi di dollari? Mettiamola in prospettiva di un salario a ore: 8 milioni di dollari l’ora.
In 12 minuti Bezos guadagna quanto un lavoratore americano medio fa in una vita intera.
Bezos il “self-made” man ha iniziato la sua carriera con un piccolo prestito di 250.000 dollari da parte dei propri genitori e ha costantemente usufruito di contratti governativi pluri-miliardari.
Dati SEC alla mano, anno fiscale 2024, il dipendente medio di Amazon ha portato a casa circa 38.000 dollari, il CEO Andy Jassy invece, circa 1.6 milioni, un rapporto di 1:43 (per ogni dollaro di stipendio del lavoratore dipendente Jassy ne ha guadagnati 43). Sempre lo stesso documento SEC riporta però che la revenue annuale totale del CEO ammonta a circa 40 milioni, grazie alla crescita del valore delle stock dell’azienda, 37% in più rispetto all’anno precedente, portando così il rapporto a 1:1052.
Insomma, secondo voi davvero Bezos e Jassy hanno faticato e si sono impegnati così tanto di più del lavoratore medio di Amazon? Così tanto da giustificare un rapporto così sproporzionato?
Diciamoci la verità: la meritocrazia non esiste, la base di partenza nel nostro sistema è quasi tutto.
Quando diciamo che “gli immigrati rubano il lavoro”, non teniamo minimamente in considerazione che il dibattitto accademico è ancora aperto sulla questione, ci sono studi che affermano il contrario (es. Peri, G. (2012). "Immigration, Labor Markets, and Productivity." Cato Journal) e studi che in parte dimostrano altro.
Eppure noi siamo convinti di avere la verità in mano.
Quando diciamo che “la politica è tutta uguale”, stiamo riproducendo un cinismo che avvantaggia sempre chi ha già il potere, perché disinnesca e smonta l’opposizione prima ancora che si organizzi.
Nessuno ci ha mai insegnato tutte queste cose, eppure è come se si potessero respirare nell’aria.
Quindi cos’è l’egemonia culturale?
Un potere senza limiti, mantenuto in due modi:
La coercizione: La forza dello Stato, la Legge, la prigione.
Il consenso: Far si che le classi subalterne interiorizzino la visione del mondo delle classi dominanti.
Una classe è egemone quando riesce a far sembrare naturale il proprio comando. Non quando ha bisogno di imporre i propri valori, bensì quando vengono difesi spontaneamente anche da chi ne è apertamente danneggiato.
Gramsci identificava diversi apparati che permettevano la riproduzione dell’egemonia: scuola, chiesa, stampa ed intellettuali vari. O più semplicemente gli “apparati ideologici di Stato” (definizione di Althusser).
Questi apparati sono tali perché plasmano il senso comune: definiscono cosa è normale, cosa è ambizioso, cosa è vergognoso, cosa è impensabile.
Spostano la finestra di Overton e favoriscono il meccanismo della rana bollita.
Il risultato, in una società capitalista “matura” come la nostra, dove sovrapproduzione e sfruttamento sono all’ordine del giorno, è stupefacente: i lavoratori difendono il sistema che li sfrutta, perché proprio quel sistema ha plasmato la loro identità, i loro desideri e la loro idea di cos’è la libertà.
La libertà, intesa nel senso comune neoliberale, non è libertà dai bisogni fondamentali (fame, sete, un posto dove vivere), ma la libertà di scegliere fra 17 modelli di Iphone diversi.
Il campo di battaglia cambia: oggi quegli apparati sono TikTok, Netflix, Instagram, Spotify.
Il cambiamento è proprio strutturale. La logica dell’algoritmo seleziona contenuti in base al coinvolgimento emotivo.
Rabbia, paura, identità strenua: questi sono i carburanti del nuovo senso comune digitale.
Tutte queste piattaforme ad oggi normalizzano fenomeni come l’iperconsumismo, il fatto che il successo personale sia l’unico obiettivo da perseguire, il fatto che la ricchezza è lo standard e che la classe lavoratrice sta sullo sfondo, dimenticata. (Bail, C.A. et al. (2018). Exposure to opposing views on social media can increase political polarization. PNAS)
La nuova cultura “pop”, con le sue schiere di influencer burattini al soldo delle grandi corporazioni, ha trasformato la povertà in un fallimento morale.
So che tutti avete in mente gli slogan di Andrew Tate che vi ripete che il problema siete voi che non vi impegnate abbastanza, e non il sistema.
È tutto paradossale, mai nella storia umana c’è stato un periodo storico in cui l’informazione fosse così “accessibile”. Eppure sembra che le domande necessarie, quelle fondamentali per noi comuni mortali, siano sparite dal senso comune: chi possiede cosa? Chi controlla i “padroni”? Com’è distribuita la ricchezza globale?
Siamo distratti.
L’immigrato, il gay, la cancel culture, le teorie di gender (e potrei continuare per ore).
Tutti argomenti che dividono le classi subalterne (noi comuni mortali) in maniera orizzontale. Invece di guardare verticalmente al vero problema, ci azzanniamo fra di noi.
Secondo voi è un caso?
Secondo noi è la dimostrazione, quasi arrogante, di una classe elitaria globale che ha vinto la guerra per l’egemonia culturale.
Guardate una qualsiasi sezione dei commenti, di un qualsiasi social.
Odio, disprezzo, differenze incolmabili, distanza totale.
L’egemonia funziona.
Funziona perché la lotta di classe è svanita nel nulla.
Gramsci affermava che le idee muoiono per sostituzione. In sostanza non sono state confutate le motivazioni dietro la lotta di classe, o il valore stesso di essa, bensì sono state schiacciate, e quindi sostituite, da altre questioni.
Esiste una frangia di accademici, filosofi e letterati che sostengono che il progressismo IDENTITARIO abbia messo un freno a quello ECONOMICO.
Un esempio molto chiaro lo fornisce Nancy Fraser, filosofa americana che negli ultimi anni si è concentrata sul collegamento tra la politica dell'identità con il crescente divario tra ricchi e poveri, in particolare per quanto riguarda il femminismo liberale, che Fraser definisce la "ancella" (handmaiden) del capitalismo.
La Fraser ha collegato questa frattura al concetto di "progressismo neoliberale": un blocco politico-culturale che combina l'apertura sui diritti civili con l'accettazione sostanziale dell'ordine economico esistente.
Questa combinazione ha permesso al capitalismo finanziario di cooptare il linguaggio dell'emancipazione svuotandolo del suo contenuto redistributivo.
(se volete approfondire le teorie di Nancy Fraser: Fraser, N. (2019). The Old Is Dying and the New Cannot Be Born: From Progressive Neoliberalism to Trump and Beyond. Verso Books, Londra)
Il punto è che i giovani oggi sono trascinati ed invorticati dai cosiddetti intellettuali “organici”, ossia coloro che, alle volte consapevolmente, alle volte no, ricoprono il ruolo di portavoce del blocco egemone.
La triste verità è che molte volte, essi sono convinti di star combattendo delle battaglie necessarie, con le quali vengono inondati i canali di informazione e promossa la “distrazione”.
In sostanza lo spazio per il discorso pubblico è riempito di questioni, che per quanto legittime, non intaccano minimamente la vera grande questione.
Le disparità tra l’alto e il basso.
Il vertice della piramide non è minimamente toccato dalle questioni che invece tengono costantemente impegnate e distratte le masse alla base.
Pensateci: secondo voi a uomini che “producono” centinaia di miliardi di dollari l’anno, cambia qualcosa se qualcuno si sente un gatto? O se qualcuno vuole uccidere gli immigrati per strada?
No. Musk, Zuckerberg, Bezos, Ellison. Tutti artefici della grande distrazione.
La sinistra..
Storicamente schierata per e con i lavoratori, oggi ha completamente smesso di utilizzare il lessico della lotta di classe, per abbracciare quello delle questioni identitarie.
Pasolini diceva che i diritti civili, in assenza di quelli sociali, hanno una funzione ideologica ben definita.
Qui tornano i concetti della Fraser: nel contesto di un capitalismo “maturo”, puntare tutto sui diritti civili individuali, senza toccare i diritti sociali e i cosiddetti rapporti di produzione, significa spingere per legittimare il sistema attuale.
Individualismo puro, la costante competizione con chi ci sta spalla a spalla, le libertà, solo formali, di consumo, identità e “lifestyle”.
Il lavoro e i diritti dei lavoratori? La sanità pubblica? Chi può permettersi ad oggi in Italia di comprare una casa senza mutuo su 30 anni?
Diciamoci la verità, la sinistra in Italia ha completamente cambiato la propria base sociale, in termini di classe dirigenziale ed elettori.
L’avvento e l’adesione presso l’ideologia di sinistra della cosiddetta “classe borghese istruita”, ha completamente sostituito le vecchie priorità della classe lavoratrice.
Gli “intellettuali organici” del blocco di sopra hanno saturato il dibattito pubblico, e lo hanno dirottato verso nuovi temi, che per quanto legittimi, non toccano mai i rapporti di forza economici.
E con la connivenza di una sinistra incapace di fornire più soluzioni economiche alla classe lavoratrice, il malessere di quest’ultima viene dirottato su battaglie culturali che dividono le persone comuni, tutte quelle che la mattina si alzano, vanno a lavoro e tornano stanchi la sera.
In un certo senso, la woke culture funziona come il populismo di destra, entrambe si insinuano nel vuoto lasciato dallo stop alla lotta di classe.
La prima coinvolge le élite del panorama progressista, mentre la seconda lavora sulla rabbia e il malcontento popolare.
I vari Clinton e Blair del caso sono stati i promotori politici globali e forse coloro che hanno dato la stangata finale di neoliberismo alla vecchia guardia, con il New Labour di Tony, che ha definitivamente allontanato il partito dalle sue radici socialiste e sindacali, abbracciando l’impresa di mercato e il rigore della concorrenza, parole sue.
Per la nostra povera Italia, tutti abbiamo una vaga idea di cosa abbiano rappresentato D’Alema e Prodi. Tra il 1996 e il 2001 si sono guadagnati il titolo di più grandi privatizzatori della storia repubblicana. Per rispettare i vincoli europei imposti a Maastricht, hanno svenduto telecomunicazioni, autostrade, IRI.. la sinistra che privatizza in nome del nuovo ordine liberale.
Paradossale, ma è semplicemente l’egemonia che funziona.
Ricordate? Una classe è egemone quando riesce a far sembrare naturale il proprio comando. Non quando ha bisogno di imporre i propri valori, bensì quando vengono difesi spontaneamente anche da chi ne è apertamente danneggiato.
È stato un vero e proprio salto dal monopolio di Stato ad oligopolio privato. Lo Stato ha incassato due spicci, le banche d’affari e i grandi capitali americani ed anglosassoni che si sono occupate delle operazioni di svendita hanno guadagnato miliardi.
Come riportato dalla Fondazione Feltrinelli (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Gli anni novanta in Italia tra privatizzazione e sussidiarietà, disponibile su fondazionefeltrinelli.it.), l’unico effetto tangibile fu quello di rimpinguare le casse pubbliche nel breve, abbassare il rapporto debito/PIL per rispettare i parametri di Maastricht ed entrare nell’euro, scaricando i costi sociali sulle persone comuni, noi, sul lungo termine.
Gramsci avrebbe detto che la sinistra si era trasformata nell’esecutrice materiale degli interessi del blocco dominante, convinta di farlo in nome del progresso.
L’egemonia.
D’Alema stesso in una dichiarazione nel 2013 affermò: “I governi di centrosinistra hanno fatto più riforme e privatizzazioni di quante se ne siano mai fatte”. Un vanto? No. Un fatto davvero bizzarro: la sinistra italiana ha distrutto il sistema di imprese pubbliche italiane.
È chiaro che il Capitale non ha mai fatto sogni più tranquilli da quando coloro che avrebbero dovuto limitare gli effetti scellerati della sovrapproduzione e dell’iperconsumismo (e quindi semplicemente del neoliberismo), hanno iniziato a litigare fra di loro.
La guerra di posizione, cioè la lenta conquista delle istituzioni culturali, noi persone normali, l’abbiamo persa.
Più di trent’anni di logica neoliberale ci hanno convinto che un’alternativa a questo sistema non è possibile, che è il migliore in assoluto e non è migliorabile, è cristallizzato, qualcosa di diverso è diventato impensabile.
È qui che va riconosciuta la vittoria del blocco che sta su. Se la promozione della solidarietà umana globale è diventata quasi un sintomo di ingenuità del singolo, è perché le idee considerate “sovversive” in questo sistema non vengono più censurate, ma ridicolizzate.
È così che hanno vinto.
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