mercoledì 15 aprile 2026

Capitalismo di Stato: che cos'è il sistema delle partecipate

Per comprendere a 360 gradi l’economia italiana dobbiamo accettare quello che sembra un paradosso, ovvero che siamo un Paese a economia di mercato nel quale lo Stato è il principale imprenditore. Da qui parte il ragionamento sulle società partecipate, cioè enti di diritto privato, solitamente società per azioni o società a responsabilità limitata, il cui capitale è posseduto totalmente o in parte da un ente pubblico.

Il sistema delle società partecipate nasce dopo la crisi del 1929, che fece crollare il mercato finanziario di Wall Street e mise a rischio fallimento molte banche private italiane. Per questa ragione vi fu un massiccio intervento da parte dello Stato italiano. Nel 1933 nacque l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, che acquisì le principali banche italiane e tutte le società e aziende che esse possedevano, come acciaierie, carbonerie, cantieri e imprese telefoniche.

L’ente doveva essere provvisorio per superare il momento di crisi, ma nel 1937 divenne permanente. La trasformazione dell’IRI da “ospedale delle imprese” a “pilastro del sistema” fu il passaggio definitivo verso un’economia guidata dallo Stato, pur mantenendo una facciata capitalistica, nonostante la repulsione che Mussolini aveva per il libero mercato. Questa ostilità verso il libero mercato non cessò con la fine del fascismo; al contrario, lo Stato continuò anche nel secondo dopoguerra a mantenere la propria presenza nei settori più importanti dell’economia italiana. Nel 1945 l’Italia si presentava come una nazione ferita, prevalentemente agricola e con un apparato industriale privato troppo debole per affrontare la sfida della ricostruzione. In questo vuoto di iniziativa, le società partecipate divennero il principale strumento di politica industriale, trasformando il Paese in una delle nazioni più industrializzate al mondo in meno di vent’anni.

Tuttavia, il modello dell'integrazione totale sotto l'egida dello Stato iniziò a scontrarsi con i mutamenti del mercato globale e le nuove direttive europee, che guardavano con crescente sospetto ai monopoli pubblici. Prima che la figura di Enrico Mattei rivoluzionasse il settore energetico, l’IRI attraversò una fase di criticità che avrebbe poi condotto, decenni più tardi, a quello che molti storici definiscono lo smantellamento programmato del sistema delle partecipazioni statali.

Dal Trattato di Maastricht ad oggi

Il processo di liberalizzazione, spinto dalla necessità di ridurre il debito pubblico e di adeguarsi ai trattati di Maastricht, impose una progressiva privatizzazione di asset storici. Questo passaggio non fu indolore e immediato  e la trasformazione degli enti pubblici in società per azioni segnò il tramonto della stagione in cui lo Stato agiva come unico decisore industriale, aprendo la strada a una competizione più agguerrita ma anche a una frammentazione che avrebbe messo alla prova la tenuta del sistema Paese. È in questo clima di transizione, sospeso tra la protezione del vecchio mondo e l’incertezza del nuovo mercato libero, che emerse la necessità di una figura capace di garantire al Paese non solo la sopravvivenza industriale, ma una vera autonomia strategica

Il vero architetto dell’indipendenza economica italiana fu Enrico Mattei che, nel 1953, trasformò l’AGIP nell’ENI. Mattei intuì una verità fondamentale ovvero che  nessuna industria può essere competitiva senza energia a basso costo. Egli sfidò apertamente i grandi monopoli petroliferi mondiali, cercando accordi diretti con i paesi produttori del Medio Oriente e dell’Africa e offrendo loro condizioni più eque. Grazie allo sfruttamento dei giacimenti di metano nella Pianura Padana, l’ENI fornì il carburante necessario alle fabbriche del Nord, innescando una crescita produttiva senza precedenti.

Mentre l’ENI forniva l’energia, l’IRI costruiva lo scheletro fisico e sociale del Paese. Sotto la guida di manager di Stato come Giuseppe Petrilli, l’ente pubblico assunse una missione sociale e strategica. La società Autostrade, appartenente al gruppo IRI, realizzò in tempi record l’Autostrada del Sole, l’arteria che unì Milano a Napoli, abbattendo le barriere geografiche e unificando il mercato interno. Con la creazione del polo siderurgico di Taranto, lo Stato garantì all’Italia acciaio di qualità e a basso costo, essenziale per l’industria automobilistica e degli elettrodomestici, che stavano diventando i simboli del benessere italiano. Attraverso la RAI, inoltre, lo Stato non fornì solo un servizio, ma contribuì a creare una lingua e un’identità nazionale condivisa, portando l’italiano in ogni casa.

In questa fase il sistema delle partecipate funzionava perché univa due mondi: l’efficienza del management privato e la visione di lungo periodo del pubblico. Le aziende erano controllate dallo Stato tramite il Ministero delle Partecipazioni Statali, creato nel 1956, ma operavano sul mercato, emettevano obbligazioni e competevano a livello internazionale. Questo modello permise di investire in settori ad altissimo rischio e lunga scadenza, laddove nessun privato avrebbe mai osato avventurarsi, garantendo non solo il profitto ma anche la piena occupazione e lo sviluppo del Mezzogiorno.

Se la seconda ondata ha rappresentato l’età dell’oro del capitalismo di Stato italiano, il periodo successivo ha messo a nudo i limiti strutturali di questo modello. Il sistema delle partecipate, nato per correggere i fallimenti del mercato, è finito spesso per diventare esso stesso un fallimento dello Stato.

Il declino del modello delle partecipate italiane è stato determinato da tre “malattie” sistemiche che ne hanno progressivamente eroso l’efficienza e la credibilità. La prima, e forse più visibile, è stata l’invasione della politica attraverso la pratica della lottizzazione. A partire dagli anni Settanta, la guida delle aziende è passata dai tecnici e dai tecnocrati di alto profilo a una gestione spartitoria tra i partiti. I consigli di amministrazione si sono così trasformati in rifugi per politici non eletti o fedelissimi, mutando società nate per produrre utili in meri bacini di consenso e clientelismo.

A questa deriva politica si è affiancata una grave perdita di efficienza economica generata dall’azzardo morale. La consapevolezza che lo Stato avrebbe sempre garantito un vincolo di bilancio morbido, intervenendo sistematicamente per ripianare le perdite, ha eliminato ogni incentivo alla competitività e all’innovazione. Casi emblematici come quello di Alitalia dimostrano come l’assenza del rischio di fallimento possa paralizzare lo sviluppo industriale di un’azienda.

Infine, il sistema è stato gravato dall’imposizione di oneri sociali impropri, con lo Stato che ha utilizzato le partecipate per perseguire obiettivi extra economici, come il mantenimento di livelli occupazionali insostenibili o il controllo artificiale dei prezzi. Sebbene queste scelte avessero una motivazione di tenuta sociale, nel lungo periodo hanno gonfiato il debito pubblico e dato vita ai cosiddetti carrozzoni, strutture burocratiche pesanti e prive di visione strategica che hanno segnato il passaggio dall’eccellenza del miracolo economico alla crisi del capitalismo di Stato.

A livello internazionale il sistema delle partecipate statali italiane rappresenta un’anomalia affascinante e complessa nel panorama delle economie occidentali, un modello che ha saputo generare eccellenze mondiali ma che ha anche trascinato con sé zone d’ombra strutturali. Se da un lato giganti come Eni, Enel o Leonardo competono ai vertici dei mercati globali garantendo allo Stato dividendi miliardari e autonomia strategica, dall’altro il sistema soffre di una cronica frammentazione, specialmente a livello locale.

È in questo sottobosco di migliaia di micro società controllate da Comuni e Regioni che si annidano le criticità maggiori. La lottizzazione politica ha spesso trasformato aziende di servizi in centri di spesa inefficienti, i cosiddetti carrozzoni e questo fenomeno ha generato un azzardo morale pericoloso, dove la certezza che lo Stato interverrà sempre a ripianare i debiti ha disincentivato l’innovazione e la sana gestione finanziaria, gonfiando nel tempo il debito pubblico nazionale.

Un anomalia internazionale

Nel confronto internazionale l’Italia occupa una posizione di estrema singolarità. Mentre il modello anglosassone, tipico di Stati Uniti e Regno Unito, relega lo Stato a un ruolo di puro regolatore esterno che interviene solo in emergenze sistemiche, l’Europa continentale presenta approcci più vicini al nostro, ma con differenze sostanziali nella qualità della gestione. La Francia, pur essendo uno Stato dirigista, ha centralizzato le sue partecipazioni in pochi campioni nazionali gerarchicamente controllati, evitando la dispersione locale italiana. La Germania ha invece puntato su un modello di Stato partner, dove la proprietà pubblica è forte a livello regionale per sostenere l’industria, ma con una disciplina di bilancio molto più rigida. L’anomalia italiana risiede dunque nella pervasività perché lo Stato è contemporaneamente azionista di multinazionali petrolifere e proprietario di piccole aziende di trasporto di provincia. Questa sovrapposizione tra ruolo politico e ruolo imprenditoriale rende la riforma delle partecipate una delle sfide economiche più difficili.

Queste aziende sono dunque fondamentali per le casse dello Stato, in quanto tra le partecipate figurano colossi di diversi settori. Al vertice troviamo Enel ed Eni, realtà che non sono solo fornitori di energia ma strumenti di proiezione geopolitica. Accanto a loro si posiziona Leonardo, essenziale per la sicurezza nazionale e per la bilancia commerciale. Seguono poi i gestori delle reti come Terna e Snam. Infine, Poste Italiane rappresenta un caso unico di integrazione tra logistica, servizi finanziari e assicurativi.

Il contributo di queste aziende al bilancio pubblico è massiccio e si articola principalmente attraverso tre canali. Il primo è quello dei dividendi, poiché ogni anno il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cassa Depositi e Prestiti incassano miliardi di euro derivanti dagli utili di queste società. In un periodo di debito pubblico elevato, queste entrate rappresentano una risorsa fondamentale per finanziare la spesa pubblica senza ricorrere a nuove tasse. Nel 2023, ad esempio, le principali partecipate hanno versato allo Stato circa 4 miliardi di euro solo in dividendi. Il secondo canale è la fiscalità diretta, poiché queste aziende, producendo utili ingenti, pagano imposte proporzionate alla loro scala globale. Infine, vi è il ruolo di investimento indiretto: essendo queste società tra i principali attuatori del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e dei grandi piani infrastrutturali, esse traducono in investimenti concreti miliardi di euro che lo Stato, da solo, non avrebbe la capacità tecnica di gestire.

Il caso più discusso:  Leonardo

Leonardo rappresenta una delle partecipate più importanti e strategiche per lo Stato italiano, in quanto opera in un campo fondamentale come quello della difesa, posizionandosi come uno dei maggiori produttori di tecnologie e sistemi militari. Le critiche ricevute sono spesso di carattere etico e morale; tuttavia, in un mondo che si sta progressivamente riarmando e che investe sempre di più nel settore della difesa, l’azienda rappresenta un asset fondamentale per il Paese.

Nel panorama dell’industria europea della difesa e dell’aerospazio, pochi gruppi incarnano il ruolo dello Stato nell’economia come Leonardo. Non è soltanto un’azienda, ma un presidio dell’architettura economica, tecnologica e strategica nazionale. Leonardo è l’erede diretto della stagione dello Stato imprenditore del dopoguerra analizzata precedentemente, quando la ricostruzione industriale passava attraverso grandi holding pubbliche capaci di competere su scala globale.

La sua storia prende avvio nel 1948 con la nascita di Finmeccanica nell’orbita dell’IRI. In un Paese devastato dalla guerra, l’obiettivo era costruire una base industriale capace di garantire autonomia tecnologica nei settori strategici. Nei decenni successivi Finmeccanica assorbì e riorganizzò numerose imprese meccaniche, elettroniche e aeronautiche, diventando uno dei cuori industriali del sistema Paese e la svolta arrivò nel 2016 con il cambio di nome in Leonardo, segnando una trasformazione verso una maggiore focalizzazione su aerospazio, difesa e sicurezza.

Oggi l’azienda opera in oltre settanta Paesi, impiega più di sessantamila persone e collabora con governi e alleanze internazionali. Produce elicotteri civili e militari, sistemi avionici avanzati, radar, elettronica navale, tecnologie spaziali e piattaforme di cybersicurezza. La ricerca e sviluppo rappresenta uno degli assi portanti del gruppo, con investimenti annui superiori al miliardo di euro, per questo il peso economico dell’azienda non si misura soltanto nei ricavi diretti, ma anche nell’ 'effetto moltiplicatore sulla filiera produttiva. Leonardo garantisce continuità industriale a migliaia di imprese dell’indotto,molte delle quali piccole e medie aziende ad alta specializzazione localizzate nei principali distretti industriali italiani.

Una quota rilevante del fatturato deriva da commesse estere legate a programmi militari intergovernativi e collaborazioni internazionali. Leonardo rappresenta quindi anche uno strumento di politica industriale e diplomatica, contribuendo all’export tecnologico e alla bilancia commerciale.

Per lo Stato italiano il gruppo ha inoltre un valore finanziario diretto attraverso dividendi e gettito fiscale, oltre a una funzione anticiclica nei periodi di crisi economica grazie alla stabilità dei programmi della difesa. La presenza dell’azienda favorisce anche investimenti, collaborazioni con università e sviluppo tecnologico.

Nonostante la centralità del gruppo, il percorso recente è stato segnato da profondi dibattiti politici, culminati nella gestione della successione al vertice. Il mancato rinnovo di Roberto Cingolani nel ruolo di Amministratore Delegato ha rappresentato un passaggio critico, con ripercussioni che superano i confini di Piazza Monte Grappa.

Cingolani, figura di profilo tecnico-scientifico e già Ministro della Transizione Ecologica, aveva impostato una strategia volta a trasformare Leonardo in una "data-driven company", puntando con decisione su intelligenza artificiale, cybersicurezza e digitalizzazione dello spazio di battaglia. La sua uscita ha evidenziato le tensioni interne alla maggioranza di governo e la difficoltà di bilanciare le competenze tecniche con le logiche di spartizione delle nomine pubbliche. Il mancato rinnovo è stato percepito da alcuni osservatori come un segnale di instabilità nella politica industriale italiana, rischiando di indebolire il peso negoziale dell’Italia nei grandi tavoli della difesa europea come il programma GCAP per il caccia di sesta generazione

Invece, sul piano dei mercati, l'avvicendamento ha generato fasi di incertezza. Cingolani godeva di una forte credibilità internazionale; il cambio di rotta ha sollevato interrogativi sulla continuità dei piani industriali e sulla capacità dell'azienda di mantenere il ritmo dell'innovazione tecnologica rispetto a giganti come Lockheed Martin o BAE Systems. Il rischio, in questi casi, è un rallentamento nei processi decisionali proprio mentre l'Europa accelera sulla creazione di un polo della difesa comune.

L'evoluzione dello Stato Stratega tra Leonardo e il Golden Power 

Se il caso Leonardo dimostra come lo Stato gestisca i propri asset dall'interno attraverso la nomina dei vertici, l'evoluzione normativa dell'ultimo decennio ha introdotto uno strumento che permette al Governo di esercitare un controllo pervasivo anche dall'esterno. Questo strumento è il Golden Power, una disciplina introdotta originariamente nel 2012 dal governo guidato da Mario Monti con il decreto-legge n. 21. La norma nacque per sostituire la precedente "Golden Share", che era stata dichiarata illegittima dalla Corte di Giustizia Europea poiché legata esclusivamente al possesso azionario pubblico. Con il Golden Power, il potere dello Stato si è spostato dal piano della proprietà a quello della sovranità, permettendo all'Esecutivo di opporre veti o imporre specifiche prescrizioni su operazioni finanziarie che coinvolgano settori definiti strategici, come la difesa, l'energia e le telecomunicazioni, indipendentemente dal fatto che lo Stato sia o meno azionista della società coinvolta.

Questa tutela normativa rappresenta la moderna linea di difesa della proprietà industriale italiana in un mercato globale dove i capitali spesso non hanno una bandiera definita. Nel corso degli anni, il perimetro del Golden Power è stato progressivamente ampliato, in particolare dai governi successivi per rispondere alle nuove minacce geopolitiche e alla necessità di proteggere il know-how tecnologico in ambiti come il 5G e l'intelligenza artificiale. Proprio in questo solco si inserisce il complesso intreccio tra Poste Italiane e TIM, un'operazione che segna il tentativo politico di ricomporre l'infrastruttura digitale del Paese dopo decenni di frammentazione.

Il coinvolgimento di Poste Italiane nella partita per la rete nazionale non deve essere letto come una semplice operazione finanziaria, ma come una precisa scelta di politica industriale volta a creare un asse tra la logistica fisica e la connettività digitale. In questo scenario, il Governo ha utilizzato attivamente i poteri speciali per dettare le condizioni della separazione della rete e per vigilare sull'ingresso di capitali esteri, assicurando che la gestione dei dati sensibili e della sicurezza cibernetica restasse sotto un presidio nazionale affidabile. Questa strategia mira a chiudere definitivamente la stagione della dipendenza dai soci stranieri per le infrastrutture critiche, cercando di trasformare TIM, un tempo simbolo delle difficoltà del capitalismo privato italiano, in un pilastro della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

L'integrazione di questi strumenti descrive un ecosistema in cui il sistema delle partecipate non è più un residuo del dopoguerra, ma un dispositivo dinamico. Mentre la difesa tecnologica resta ancorata alla solidità industriale di Leonardo, la riconquista della rete digitale attraverso l'azione coordinata di Poste e l'uso strategico del Golden Power ridisegna i confini della sicurezza economica nazionale. La sfida per il futuro rimane quella di bilanciare questa rinnovata presenza pubblica con l'esigenza di efficienza e innovazione, evitando che lo scudo normativo diventi un limite alla competitività internazionale delle aziende italiane.

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