Punto interrogativo lecito, data anche la recente commemorazione della nostra Presidente del Consiglio al fascista Giorgio Almirante.
I crimini prima di tutto
Quando si parla di fascismo, la prima parola che ci viene in mente, escludendo le scurrilità, è “crimini”.
Molto spesso, nel senso comune odierno del nostro paese però, ciò che l’Italia fascista ha fatto in termini di crimini di guerra e contro la propria popolazione, viene eclissato dai misfatti della nostra “ältere Schwester”, la Germania nazista.
Fortuna vuole, che le fonti accademiche e la letteratura storica riportino tutti questi eventi eclissati per filo e per segno. Segue dunque, un conciso elenco di cosa ha fatto il fascismo, anzi, i fascisti:
In Libia, paese strategico in ottica mediterranea sin dai gloriosi tempi dell’Impero Romano, il generale Badoglio e la “volpe del deserto” Rodolfo Graziani sconfissero i cirenaici a suon di deportazioni civili, campi di concentramento e impiccagioni di piazza.
Nella nostra “cara” Etiopia, il paese che ha messo a nudo le fragilità strategiche dell’Italia che ebbe gravi difficoltà nel coordinamento delle truppe e degli approvvigionamenti, quella che doveva essere una banale conquista coloniale, si trasformò in un vero e proprio bagno di sangue da ambo le parti. Nel ‘37 dopo un attentato alla “volpe del deserto”, l’esercito italiano e le camicie nere trucidarono migliaia di civili nella capitale etiope, Addis Abeba.
Nelle campagne coloniali italiane, vennero utilizzate armi chimiche, vietate già all’epoca.
Jugoslavia, Grecia, Albania. Stati in cui, secondo gli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer, almeno 20 generali e 1200 ufficiali italiani hanno commesso crimini di guerra. Villaggi incendiati, fucilazioni di ostaggi e campi di internamento. Con la X flottiglia mas di Junio Valerio Borghese che eccelse nella repressione dei partigiani e nella persecuzione degli ebrei.
Nel 1938 sono state promulgate le leggi razziali. C’erano circa 58.000 ebrei censiti in Italia all’epoca: tutti persero cittadinanza, lavoro e accesso alla vita pubblica. L’Italia fascista ha collaborato alla deportazione di 8.500 ebrei: tra gli eventi più tragici, il rastrellamento del ghetto di Roma, a seguito di cui più dell’80% dei prigionieri venne immediatamente ucciso all’arrivo ad Auschwitz. I campi di Fossoli, Bolzano, Borgo San Dalmazzo e la Risiera di San Sabba erano tappe di una mappa infernale, su cui figuravano anche nomi come Auschwitz-Birkenau.
Ricordiamo anche tutte le persone omosessuali, le persone di colore e le persone con disabilità fisiche e mentali che sono state perseguitate dal regime.
“Italiani brava gente”
Un po’ meno tra di noi.
Dal 1926, data di istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (un tribunale fantoccio senza diritto d’appello), fino al 1943, l’organo “giudiziario” emise quasi mille sentenze per reati politici contro più di 5.000 imputati, per un totale di 27.752 anni di carcere. Tra i vari condannati figuravano Antonio Gramsci, arrestato nel ‘26 e condannato a oltre vent'anni di carcere; Sandro Pertini, anch'egli condannato a 10 anni nel ‘29; Umberto Terracini, futuro presidente dell’Assemblea Costituente fu condannato a più di 22 anni di carcere; Altiero Spinelli, Giuseppe Di Vittorio. Questi sono solo alcuni, a cui è stata concessa la prigionia e risparmiata la morte.
Più di 1.000 omicidi imputabili alla violenza squadrista tra il 1920 e il 1922, 31 condanne capitali del Tribunale Speciale, decine e decine di omicidi politici documentati: Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, i fratelli Rosselli, Don Giovanni Minzoni, Antonio Piccinini.. e 15.000 vittime civili tra il 1943 e il 1945 nel periodo della RSI (Repubblica Sociale Italiana).
Secondo l'Atlante delle stragi nazifasciste, da cui sono stati tratti questi dati, dei 2.274 episodi di stragi documentate tra il ‘43 e il ‘45, circa 500 sono di matrice esclusivamente fascista e 340 di matrice mista: ossia italiani (fascisti) hanno deliberatamente collaborato con i nazisti nel massacro di civili (italiani).
“Italiani gente furba”
L’8 settembre 1943, avvenne qualcosa di altamente prevedibile: l’armistizio.
Il fronte africano era caduto e l’operazione “Husky” in Sicilia ebbe un moderato successo, spalancando così le porte del fronte sud e alleviando (forse un po’ in ritardo, ma questa è un’altra storia) la pressione sul fronte est, permettendo ai sovietici di lanciare l’offensiva finale verso Berlino.
In tutto questo l’Italia si ritrovò divisa in due: da una parte la RSI (stato fantoccio nazifascista) e dall’altra l’Italia “liberata” e le forze alleate, che premevano sul ventre dell’asse.
E così, in un contesto di totale caos, in cui la notizia dell’armistizio arrivò prima ai generali tedeschi che ai nostri (ma questa è un’altra storia), l’Italia cambiò sponda, e ricominciò a scrivere il suo ruolo e l’interpretazione che gli alleati davano ad esso.
Come osserva Dario Fabbri, raccontare esattamente l'opposto di ciò che la gente vuol sentirsi dire è quasi impossibile e quindi l'autoassolvente narrativa del popoletto ingannato dal cattivone, definita da Fabbri una moderna teodicea politica, in sostanza priva il popolo della sua responsabilità. Il consenso del regime era la diretta espressione del sentimento popolare italiano dopo la Grande Guerra: i popoli non sono masse informi trascinate dai governanti.
Eppure, dall'8 settembre non eravamo più aggressori, addirittura venimmo considerati vittime dell’occupazione tedesca, un totale ribaltamento della narrazione. L’Italia imperialista e razzista diventò un compagno imperfetto da recuperare, d’altronde come successe con la Spagna, sin da Yalta, l’ordine del dopoguerra era già prestabilito: l’Italia sarebbe ricaduta sotto l’influenza statunitense, di conseguenza era imperativo iniziare a ripulirne l’immagine sin da subito.
Questo cambio di status produsse vari effetti concreti, primo fra tutti l’assenza di un grande processo internazionale per i crimini del fascismo una volta finita la guerra. Al punto che lo Stato italiano nel dopoguerra ottenne la giurisdizione sui criminali di guerra fascisti e decise di farci praticamente nulla: solo pochi nomi simbolici (i gerarchi, e neanche tutti) ottennero davvero una pena non simbolica. Escludendo i fucilati, molti dei condannati non subirono mai la pena completa, ne sono esempio Graziani, condannato a 19 anni, scontati meno di 2, Valerio Junio Borghese, graziato dall’amnistia o addirittura Badoglio, mai processato.
Vero è, che molte delle teste dell’Hydra vennero fatte saltare dagli italiani stessi: Mussolini, Pavolini, Starace, Farinacci. I criminali di guerra erano praticamente tutti morti. Ciano fu fucilato dai neo-fascisti, Dino Grandi fuggì in Portogallo.
Dov’era il problema allora?
Il problema fu l’amnistia del 22 giugno 1946. In un'Italia completamente devastata dalla guerra civile, la classe politica dell’epoca agiva con una sola parola d’ordine: “riconciliazione”.
Togliatti, all’epoca Ministro di Grazia e Giustizia del governo De Gasperi I e segretario del PCI, firmò questo provvedimento che condonava una vasta parte di reati politici e comuni connessi al fascismo e alla guerra civile con un limite generale di pena fino a 5 anni, in teoria. In pratica però, grazie a larghe vedute di interpretazione giuridica e successive estensioni del provvedimento, vennero scarcerati decine di migliaia di fascisti.
In sostanza quello che sarebbe dovuto essere l’atto di pacificazione definitiva, contribuì a lasciare impunita una buona parte della classe dirigente fascista. La Cassazione contribuì a svuotare molte condanne pronunciate dalle Corti straordinarie e l'epurazione dell'apparato statale restò incompleta. Su circa 1.580 alti funzionari sottoposti a procedimento di epurazione, meno del 10 per cento subì conseguenze concrete.
Il problema è ancora più evidente se si guarda alla continuità del personale tra lo Stato fascista e quello repubblicano: magistrati, prefetti, ufficiali e funzionari che erano parte dell’apparato fascista non si mossero di un centimetro, continuarono la loro carriera nel nuovo Stato democratico.
Solo il 10% dei magistrati del regime subì provvedimenti concreti, addirittura nel ‘57 Gaetano Azzariti (ex capo del tribunale della razza) venne nominato presidente della Corte Costituzionale. Tra il ‘46 e il ‘56, ⅓ dei prefetti era ancora di nomina fascista, persino Guido Leto (ex direttore della polizia segreta fascista, l’OVRA) servì per anni nella polizia di stato.
Fummo, giuridicamente parlando, molto più decisi nel condannare i criminali tedeschi che i nostri: punire il “crucco nazista” era in linea con il nuovo mito nazionale, punire l’italiano no.
Un’altra chiave di lettura: la Guerra Fredda
Impossibile non inserire nell’equazione che da come risultato una giustizia mutilata, i piani statunitensi e sovietici per il dopoguerra.
Sin dalla Conferenza di Yalta si iniziarono ad evincere i primi dissapori tra quelle che sarebbero diventate le potenze dominanti del mondo bipolare del dopoguerra. States e URSS sapevano che l’Italia sarebbe stata una pedina chiave per la partita più importante.
Il PCI era il partito comunista più grande dell’Europa occidentale, e dal punto di vista statunitense, una capitalizzazione ufficiale della vittoria politica del Partito Comunista contro i fascisti era impensabile.
In un paese come l’Italia, una vittoria della portata di un processo pubblico ai fascisti concessa al PCI, significava ulteriore legittimazione del comunismo: NO-GO per gli States.
Le correnti storiografiche
Nella storiografia del mancato evento (in riferimento ad una Norimberga italiana) ci sono 3 correnti principali, i cui i rami si intrecciano, e che se considerate tutte insieme, potrebbero effettivamente spiegare tutti i fattori che hanno contribuito a far prevalere la stabilità istituzionale sulla giustizia transizionale:
La prima è quella che sottolinea come si sia trattato di un processo deliberato di ristrutturazione della memoria collettiva. Studiosi come Michele Battini e Filippo Focardi sostengono che questa lettura autoassolutoria, fondata sul contrasto tra il "cattivo tedesco" e il "bravo italiano", sia un pezzo fondamentale del puzzle della nuova identità della Repubblica. Nessun “incidente” quindi.
La seconda corrente è quella che spiega questa transizione attraverso la realpolitik della Guerra Fredda: come molti altri paesi (es. Spagna), la giustizia “transizionale” venne messa in secondo piano rispetto all'inserimento nel blocco occidentale.
Segue poi una terza corrente, ovvero quella che appoggia la tesi della pacificazione, sostenendo che un eventuale regolamento di conti avrebbe nuovamente rigettato il paese nel caos dopo gli eventi della Seconda Guerra Mondiale.
Resta difficile da comprendere però, perché questa pacificazione significasse impunità per i fascisti e tristi verità per le vittime.
Il fascismo oggi
“L’idea del fascismo come parentesi, di una cesura netta tra periodo fascista e Italia repubblicana, è errata. Corrisponde più a un bisogno dei contemporanei di stabilire una distanza tra il fascismo e se stessi, che alla realtà dei fatti” (Sabino Cassese)
Negare la continuità politica e culturale del fascismo in Italia è nascondersi dietro il dito di una mano.
Nel 1946 nacque il movimento sociale Italiano, fu fondato esclusivamente da reduci fascisti e per decenni venne tollerato all’interno del sistemas partitico della Repubblica.
Durante gli anni di piombo a Piazza Fontana, Piazza della Loggia e alla stazione di Bologna i neofascisti (con discusso mandante) ricordarono definitivamente agli italiani che i “neri” c’erano ancora e non scherzavano affatto.
Il MSI ha poi passato il testimone ad Alleanza Nazionale, per poi arrivare a Fratelli d’Italia, che per ricordare costantemente il suo retaggio mantiene la fiamma tricolore del MSI nel logo. La segretaria di partito è la stessa che una quindicina di anni fa era indecisa se scegliere di schierarsi con i fascisti di Salò o i partigiani durante la guerra civile e che oggi fa i post commemorativi su Almirante.
Tutto paradossale visto che poi lei, il generale che inneggia alla decima mas e il vp del senato con il busto del duce in casa si piegano alla dinamica democratica del sistema partitico.
Di cosa si alimenta quindi la continuità politica e culturale oltre a questi finti baluardi sbiaditi oggi?
Dello stesso ragionamento che indusse l’uomo rinascimentale a credersi “moderno” rispetto all’uomo del medioevo: ossia che basta imparare a raccontarsi in quel modo, per far sì che possa essere così.
L’Italia nel dopoguerra aveva estremamente bisogno di rompere col fascismo per autolegittimarsi e la frattura proclamata fu un modo per dire alla comunità internazionale che il regime era storia vecchia.
La cesura col fascismo, peró, fu anche narrazione, autolegittimazione e percezione.
Ecco allora perché le persone si riuniscono ancora ad Acca Larentia e gridano “presente!” al richiamo di “camerata?!” E perché casapound e forza nuova occupano ancora spazi pubblici.
Per rispondere al quesito posto nel titolo dobbiamo dire che grazie alla Resistenza e agli Alleati oggi l’Italia non è più quella del ventennio, questo è certo, ma le cupe ombre del retaggio fascista sembrano aver accompagnato (e mai abbandonato) l’Italia sin dal primo giorno della transizione.
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