lunedì 16 febbraio 2026

Trump, la FED e il confine instabile tra politica e moneta

Quando l’indipendenza della banca centrale diventa una variabile politica

Ci sono conflitti che non nascono da una decisione improvvisa, ma da una tensione che si accumula nel tempo. Il rapporto tra Trump e la Federal Reserve appartiene a questa categoria. Non è lo scontro episodico tra un presidente insofferente e una banca centrale prudente, è qualcosa di più profondo: una frizione strutturale tra politica elettorale e autorità monetaria in un sistema economico che fatica sempre più a crescere senza stimoli artificiali. La FED è stata pensata come un’istituzione indipendente proprio per sottrarre la politica monetaria al ciclo politico. Ma questa architettura presupponeva un contesto storico preciso: inflazione come principale minaccia, crescita relativamente stabile, margini fiscali e monetari ancora ampi. Oggi quel mondo non esiste più. Ed è in questo vuoto che il conflitto tra Trump e la banca centrale diventa qualcosa di più di una polemica personale.

Una tensione che viene da lontano

Trump non ha mai nascosto la sua ostilità verso la FED. Già durante il suo primo mandato aveva attaccato pubblicamente Jerome Powell, accusandolo di essere troppo restrittivo, troppo lento, troppo “politico”. Ma se all’epoca queste dichiarazioni potevano essere lette come parte del suo stile comunicativo, oggi assumono un peso diverso. Nel 2025 e nel 2026 la FED ha mantenuto una linea prudente, rifiutando di tagliare i tassi con l’aggressività richiesta dalla Casa Bianca. La motivazione ufficiale è nota: inflazione ancora incerta, effetti dei dazi, rischio di instabilità finanziaria. Dal punto di vista tecnico, la posizione della FED è coerente. Dal punto di vista politico, è un ostacolo. Per Trump, i tassi non sono una variabile macroeconomica neutra. Sono uno strumento politico. Tassi più bassi significano crescita più visibile nel breve periodo, mercati sostenuti, percezione di prosperità. In un contesto elettorale, la distinzione tra stabilità di lungo periodo e consenso immediato tende a sfumare.

Quando la critica diventa pressione istituzionale

Il salto di qualità avviene quando la critica smette di essere retorica e diventa azione istituzionale. L’apertura di un’indagine penale su Jerome Powell, formalmente legata alla gestione dei costi di ristrutturazione della sede della FED, segna un punto di non ritorno. Non tanto per il merito dell’accusa, quanto per il messaggio implicito: il presidente della banca centrale non è più intoccabile. La sua autonomia può essere messa in discussione non solo sul piano politico, ma anche su quello giudiziario. È un segnale potente per i mercati, per le altre istituzioni, per le banche centrali di tutto il mondo. Non a caso le reazioni internazionali sono state immediate. La BCE, la Banca dei Regolamenti Internazionali e diversi governatori hanno espresso preoccupazione. Non per Powell in sé, ma per il precedente che si sta creando.

Perché l’indipendenza della FED conta (ancora)

L’indipendenza della banca centrale non è un feticcio tecnocratico. È una soluzione storica a un problema reale: la tentazione dei governi di usare la moneta per risolvere problemi politici immediati, scaricandone i costi nel tempo. Una banca centrale percepita come politicamente subordinata perde credibilità. E quando una banca centrale perde credibilità, il controllo delle aspettative di inflazione diventa molto più difficile. Non serve un’inflazione fuori controllo per fare danni: basta che gli operatori inizino a dubitare della capacità o della volontà dell’istituzione di fare scelte impopolari. In questo senso, il conflitto Trump-FED non riguarda solo i tassi di oggi, ma le aspettative di domani. Riguarda la fiducia nel fatto che esista ancora un’ancora nominale credibile nel sistema.

Eppure i mercati non sembrano spaventati

Qui emerge un apparente paradosso. Nonostante lo scontro aperto, i mercati finanziari hanno reagito con relativa calma. Nessun crollo, nessuna fuga evidente, volatilità contenuta. Perché?

Una possibile risposta è cinica ma realistica: i mercati distinguono tra rumore politico e azioni irreversibili. Finché la FED continua a operare secondo i suoi meccanismi formali, la pressione resta percepita come gestibile. Inoltre, molti investitori leggono le pressioni di Trump come un segnale potenzialmente positivo nel breve periodo: più probabilità di politiche monetarie accomodanti. Ma questa calma non va scambiata per indifferenza. È una fiducia condizionata, reversibile. Se l’indipendenza della FED dovesse essere erosa in modo strutturale, per esempio attraverso nomine apertamente politiche o interventi diretti sulle decisioni, la reazione sarebbe molto diversa.

Il nodo delle nomine e il controllo indiretto

Il mandato di Jerome Powell scade nel 2026. Questo apre un altro fronte cruciale: la scelta del successore. Trump ha già fatto capire di voler orientare la nomina verso figure più allineate alle sue priorità e la scelta è ricaduta su Kevin Warsh. È una strategia meno rumorosa, ma potenzialmente più efficace. Non serve licenziare un presidente della FED per cambiarne la linea. Basta cambiare il contesto decisionale, il linguaggio, l’equilibrio interno. In questo senso, il vero terreno di scontro non è il tasso di oggi, ma la governance futura dell’istituzione.

È qui che il conflitto assume una dimensione sistemica: non si tratta di forzare una decisione, ma di ridefinire il ruolo stesso della banca centrale.

Una trasformazione più ampia del capitalismo

Inserire questo scontro in un quadro più ampio aiuta a capirlo meglio. Negli ultimi anni, la politica monetaria è diventata il principale strumento di stabilizzazione del capitalismo avanzato: tassi bassi, allentamento quantitativo, interventi straordinari: tutto questo ha spostato enormi responsabilità sulle banche centrali. Quando la crescita rallenta, quando la politica fiscale è bloccata, quando il consenso si erode, la tentazione di “usare” la banca centrale aumenta. Trump non è un’anomalia: è un sintomo. Esprime in modo brutale una tensione che attraversa molte democrazie. La domanda implicita è semplice: può una banca centrale restare davvero indipendente in un sistema che dipende strutturalmente dalle sue decisioni?

Oltre Trump, oltre Powell

Ridurre tutto a uno scontro personale sarebbe un errore. Trump passerà, Powell passerà. Il problema no. La relazione tra politica e moneta è entrata in una fase nuova, più instabile, più conflittuale. Se la FED verrà percepita come uno strumento politico, perderà la sua funzione di stabilizzatore. Se invece resisterà a queste pressioni, diventerà un bersaglio sempre più visibile. In entrambi i casi, il modello novecentesco di indipendenza silenziosa sembra sempre meno sostenibile.

Una linea sottile che si sta spostando

Il conflitto tra Trump e la FED non è solo una questione americana. È un segnale globale. Indica che il confine tra decisione tecnica e decisione politica si sta spostando. E quando quel confine si muove, cambiano le regole del gioco per mercati, Stati e cittadini. La vera domanda non è se Trump abbia ragione o torto. È se il capitalismo contemporaneo sia ancora compatibile con istituzioni monetarie realmente indipendenti. Perché se la risposta è negativa, allora questo scontro non è un’eccezione. È l’inizio di una nuova normalità.

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