La frattura silenziosa tra legge, infrastruttura e potere nel capitalismo del XXI secolo:
Ci sono conflitti che nascono come questioni tecniche e finiscono per rivelare qualcosa di molto più profondo. La disputa tra lo Stato e Cloudflare appartiene a questa categoria: non è soltanto una controversia regolatoria, né un episodio isolato nel rapporto sempre più teso tra governi e grandi aziende tecnologiche. È, piuttosto, una finestra aperta su un cambiamento strutturale: la separazione crescente tra il potere di fare le leggi e il potere di far funzionare i sistemi.
A prima vista, la vicenda sembra semplice. A fine 2025 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha inflitto a Cloudflare una sanzione superiore ai 14 milioni di euro per non aver rispettato un ordine impartito nell’ambito della legge italiana antipirateria, il cosiddetto Piracy Shield. Secondo AGCOM, l’azienda non avrebbe adottato con sufficiente rapidità le misure necessarie per bloccare l’accesso a siti che trasmettevano illegalmente contenuti protetti da diritto d’autore, in particolare eventi sportivi. La normativa prevede tempi di intervento estremamente stringenti, nell’ordine di trenta minuti, e sanzioni severe in caso di inadempienza. Ma questa lettura, pur corretta dal punto di vista formale, coglie solo la superficie del problema. Perché la multa non colpisce un broadcaster, né un fornitore di contenuti, né un semplice provider di accesso. Colpisce un attore infrastrutturale globale, uno di quei soggetti che non producono informazione ma ne rendono possibile la circolazione. E quando la legge incontra l’infrastruttura, il risultato non è mai neutro.
L’infrastruttura come forma di potere:
Cloudflare è una di quelle aziende che operano lontano dai riflettori, ma senza le quali il web moderno semplicemente non funzionerebbe come lo conosciamo. Nata come società specializzata in content delivery network e protezione da attacchi informatici, si è progressivamente trasformata in una vera e propria architettura portante di Internet. Milioni di siti, dalle grandi piattaforme ai piccoli portali locali, si affidano ai suoi servizi per garantire velocità, sicurezza e stabilità. Il punto centrale, però, non è la scala, ma la posizione. Cloudflare opera a monte dell’esperienza digitale. Decide come il traffico viene instradato, da quali server passa, con quali livelli di protezione. Esiste un potere infrastrutturale che non decide cosa è vero o falso, legale o illegale, ma decide cosa è raggiungibile, stabile, funzionante. È un potere meno visibile, ma molto più difficile da aggirare.
Una legge pensata per un ecosistema che non c’è più:
La legge Piracy Shield nasce in un contesto politico ed economico preciso. La pirateria online, soprattutto nello streaming sportivo, ha raggiunto livelli tali da mettere in discussione interi modelli di business. I diritti televisivi valgono miliardi, e la capacità di aggirare i blocchi tradizionali è cresciuta con la stessa rapidità della tecnologia. Da qui l’idea di un meccanismo rapido, quasi automatico, capace di intervenire in tempo reale.
Il problema è che questa logica funziona bene in un ecosistema relativamente semplice, in cui i ruoli sono chiari: chi produce, chi distribuisce, chi consuma. Internet, però, non è più così. La catena del valore è frammentata, distribuita, stratificata. E quando una norma costruita per colpire i contenuti si estende fino alle infrastrutture, il rischio di conflitto sistemico diventa altissimo. AGCOM sostiene che Cloudflare, pur non ospitando contenuti, faciliti in modo determinante l’accesso a siti illegali e che quindi abbia una responsabilità attiva. Cloudflare risponde che applicare blocchi DNS selettivi su base nazionale significherebbe alterare la neutralità del servizio, introdurre rischi tecnici e soprattutto creare un precedente che altri Stati potrebbero usare per imporre le proprie regole. Non è solo una questione di diritto d’autore. È una questione di governance della rete.
Dal regolatore alla geopolitica:
Lo scontro ha cambiato natura quando il CEO di Cloudflare, Matthew Prince, ha deciso di portarlo fuori dalle aule amministrative. Le dichiarazioni sulle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, dalla possibile sospensione dei servizi di cybersecurity alla riduzione degli investimenti e della presenza infrastrutturale in Italia, hanno avuto un effetto dirompente. Non tanto perché queste minacce fossero immediatamente operative, quanto perché rendevano esplicito un dato che spesso resta implicito: gli eventi pubblici, le infrastrutture critiche, persino la sicurezza nazionale dipendono da attori privati globali. In quel momento, la questione ha smesso di essere una multa ed è diventata un caso di geopolitica del digitale. È qui che la retorica della sovranità entra in crisi. Perché sovranità non significa solo poter imporre regole, ma poter garantire continuità operativa, sicurezza, resilienza. E in un mondo iperconnesso, queste capacità sono sempre più concentrate in poche mani.
Sovranità digitale: una parola carica di ambiguità
Negli ultimi anni la sovranità digitale è diventata una sorta di parola magica. Evocata come risposta alla dipendenza tecnologica, come strumento di autodifesa politica, come obiettivo strategico. Ma casi come questo mostrano tutta la sua ambivalenza. Da un lato, è comprensibile che gli Stati rivendichino il diritto di applicare le proprie leggi nello spazio digitale. Senza questa possibilità, la legge perde efficacia e legittimità. Dall’altro lato, internet è stato progettato come una rete globale e le sue infrastrutture non sono pensate per essere frammentate secondo confini nazionali. Se ogni Paese imponesse requisiti tecnici specifici ai fornitori infrastrutturali, la rete rischierebbe di trasformarsi in una somma di reti parzialmente incompatibili. Ma accettare che le grandi infrastrutture restino sostanzialmente fuori dal perimetro della regolazione pubblica significa creare una zona di sovranità privata. La tensione tra questi due poli non è risolvibile con una singola legge o una singola sanzione: è strutturale.
Il nodo europeo: regolare senza infrastruttura:
Il caso italiano mette in luce anche un limite più ampio, tipicamente europeo. L’Unione Europea è molto attiva sul piano normativo, dal GDPR al Digital Services Act, ma molto più debole sul piano infrastrutturale: regola molto, possiede poco. E questo crea un divario tra ambizione normativa e capacità di enforcement. La sovranità digitale, se presa sul serio, non può essere solo giuridica: deve essere industriale. Significa investire in cloud, cybersecurity, reti, standard aperti. Significa costruire alternative credibili, non solo imporre obblighi. Senza questo, ogni tentativo di regolazione rischia di trasformarsi in un conflitto asimmetrico, in cui lo Stato può punire ma non sostituire.
Possibili traiettorie, non soluzioni facili:
Non esistono soluzioni semplici a un problema di questa natura. Ma esistono traiettorie. La prima è una governance realmente multilaterale delle infrastrutture critiche, che coinvolga Stati, imprese e organismi sovranazionali. Non per politicizzare la rete, ma per riconoscere che l’infrastruttura è un bene strategico. La seconda è una maggiore chiarezza normativa: distinguere tra chi controlla i contenuti e chi controlla i flussi, tra responsabilità editoriali e responsabilità infrastrutturali. Confondere i piani rischia di indebolire entrambi. La terza è forse la più difficile: accettare che il potere nel XXI secolo non si concentra solo nei parlamenti o nei mercati, ma nei sistemi che rendono possibile la vita economica e sociale. E che governare questi sistemi richiede competenze, investimenti e tempo.
Oltre Cloudflare:
La disputa tra Cloudflare e l’Italia non è destinata a restare un caso isolato. È un’anticipazione. Altri conflitti simili emergeranno, con altri attori, in altri Paesi, su altri temi: sicurezza, intelligenza artificiale, dati, informazione. Ogni volta tornerà la stessa domanda, sotto forme diverse: chi governa l’infrastruttura del mondo digitale? La risposta a questa domanda non determinerà solo il futuro di Internet, ma anche il futuro dello Stato nell’economia digitale. Perché senza controllo infrastrutturale, la sovranità rischia di restare una narrazione. E nel capitalismo del XXI secolo, le narrazioni senza infrastruttura contano sempre meno.
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