C’è una domanda che ogni generazione dovrebbe porsi almeno una volta: chi decide quali idee meritano di sopravvivere e quali no? Di solito la risposta è affidata al tempo o alla storia del pensiero. In Italia, invece, nel 2026, sembra che la risposta sia: il Ministero dell’Istruzione.
Le nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, firmate dal ministro Giuseppe Valditara lo scorso 23 aprile, hanno riacceso un dibattito che va ben oltre un discorso scolastico.
Le indicazioni, che in quanto tali non sono obblighi, ma “consigli” che contemplano l’esclusione di alcuni grandi classici della tradizione moderna e contemporanea, giganti della filosofia razionalista, materialista e del pensiero critico, in virtù dell’inclusione nei programmi di una non meglio specificata “filosofia italiana dell’Ottocento”, con riferimento al neoidealismo crociano e gentiliano, peraltro astratto dalle sue radici nel marxismo italiano e dalla fondamentale critica gramsciana.
Le nuove indicazioni vorrebbero ridurre lo studio di Kant, far sparire Fichte e Schelling, tagliare Spinoza e Marx, e liquidare il pensiero politico moderno di Hobbes, Locke e Rousseau con un approccio estremamente superficiale. Ogni esclusione, presa singolarmente, potrebbe sembrare discutibile ma difendibile, nel loro insieme però, disegnano una mappa del pensiero in cui il razionalismo critico, il materialismo storico e la filosofia politica moderna vengono sistematicamente marginalizzati.
Vale la pena soffermarsi su cosa significherebbe davvero rimuovere questi nomi:
Spinoza è il filosofo che, nel Seicento, osò affermare che la ragione non conosce autorità superiori, né religiose né politiche.
Marx fornì la categoria con cui ancora oggi si analizzano le disuguaglianze economiche e i rapporti di potere.
Gramsci elaborò il concetto di egemonia culturale, l’idea, cioè, che il controllo delle idee preceda e accompagni ogni altra forma di dominio (rimuovere Gramsci da un programma scolastico usando i meccanismi che proprio lui ha descritto ha, almeno, il merito di avere una certa coerenza ironica).
La risposta del mondo accademico
Oltre sessanta docenti da tutta Italia, tra cui Massimo Cacciari, Giuseppe Licata e Gaetano Lettieri, hanno firmato un appello pubblico su Change.org che ha superato le 3.000 adesioni, denunciando quello che definiscono un “progetto di egemonia culturale”. Mentre dal fronte parlamentare, è stata presentata dal senatore De Cristofaro di Alleanza Verdi e Sinistra, un’interrogazione che contesta come le nuove indicazioni determinino “una significativa riduzione del pluralismo culturale e filosofico”.
Ciò che colpisce, però, non è solo il merito delle scelte, seppur dettate da un evidente furore ideologico, ma il metodo: consultazioni condotte con un numero limitatissimo di esperti, senza alcuna discussione pubblica aperta, un processo verticistico per un risultato che i firmatari definiscono “regressivo”.
Infatti, il punto più sottile , e più inquietante, non riguarda i singoli autori esclusi, ma il principio che questa riforma stabilisce: che esista un’istanza legittimata a definire quali pensieri appartengono al canone e quali no, senza confronto, senza trasparenza, senza le voci di chi, in quelle aule, ci lavora ogni giorno.
Il paradosso più amaro, però, è questo: una riforma che dice di voler formare giovani capaci di “ragionare e argomentare” parte proprio togliendo dai programmi i filosofi che meglio ci hanno insegnato a farlo. Se questa non è egemonia culturale, quantomeno è una contraddizione difficile da ignorare.
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