La patrimoniale torna al centro del dibattito
L’imposta patrimoniale è tornata al centro del dibattito politico. Tra tabù e realtà, cercheremo di capirne gli aspetti principali.
Con il rapporto Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, pubblicato il 15 aprile 2026, la Commissione Europea – Direzione Generale per la Fiscalità e l’Unione Doganale – ha fornito un’analisi sistematica dei principali strumenti di tassazione della ricchezza nell’Unione Europea, soffermandosi, in particolare, sulle imposte patrimoniali, sulla tassazione dei capitali e sulle exit tax.
Nel report, contenente una mappatura comparativa dei sistemi di tassazione della ricchezza nei paesi UE e anche in qualche paese extra UE, sono state analizzate le più ricorrenti imposte con il fine ultimo di comprendere come l’eventuale tassazione della ricchezza possa consentire una distribuzione più equa del carico fiscale, senza effetti negativi sulle imprese.
Ciò che si è osservato è che i sistemi tributari, in generale,tassano il lavoro più del capitale.
La proposta italiana del comitato “1% Equo”
Sul fronte nazionale, invece, ad agitare gli animi è stata la proposta di legge di iniziativa popolare depositata presso la Corte di Cassazione dal comitato “1% Equo”, un panel di oltre trenta economisti ed accademici. Per arrivare in Parlamento, la proposta di legge deve raccogliere almeno cinquantamila firme entro il 15 novembre 2026.
Tale proposta di legge mira a:
• migliorare l’attuale distribuzione del reddito e della ricchezza in modo più equo e sociale;
• riequilibrare la pressione fiscale in funzione della capacità contributiva;
• rafforzare i servizi pubblici essenziali, mediante vincolo di destinazione del gettito;
• allineare l’Italia agli standard europei in materia di imposte di successione.
L’imposta patrimoniale annuale sui grandi patrimoni sarebbe applicata esclusivamente alla quota di patrimonio complessivo eccedente la soglia di euro 2.000.000, computata al netto dell’abitazione principale. L’aliquota non sarebbe fissa ma progressiva, in base agli scaglioni di ricchezza. Si parla, comunque, di aliquote comprese tra l’1% e il 3,5%, in base alla dimensione del patrimonio.
Dunque, l’imposta patrimoniale tasserebbe il patrimonio netto complessivo di un individuo, sommando tutti i beni e sottraendo i debiti.
L'aspetto che maggiormente distingue un'imposta patrimoniale dalle altre forme di prelievo fiscale è che essa colpisce lo "stock" di ricchezza posseduto e non il "flusso" di reddito prodotto.
In altre parole, mentre l'IRPEF tassa ciò che si guadagna in un determinato periodo d'imposta, la patrimoniale interviene sul valore complessivo dei beni detenuti, indipendentemente dal reddito che essi generano.
Proprio questo aspetto rappresenta uno dei principali punti di discussione. I sostenitori della patrimoniale ritengono che una tassazione della ricchezza netta contribuisca a ridurre le disuguaglianze, soprattutto in un contesto in cui la concentrazione dei grandi patrimoni è progressivamente aumentata negli ultimi decenni. Secondo questa impostazione, chi dispone di un patrimonio molto elevato beneficia di una maggiore capacità contributiva e, di conseguenza, dovrebbe concorrere in misura più significativa al finanziamento della spesa pubblica.
Di diverso avviso sono i critici della misura, che evidenziano il rischio di una doppia imposizione. Una parte consistente del patrimonio, infatti, è spesso il risultato di redditi già assoggettati a tassazione nel corso degli anni. A ciò si sommano le difficoltà operative legate alla determinazione del valore di alcuni beni – come partecipazioni societarie, opere d'arte o immobili di particolare pregio – e il timore che un'imposta di questo tipo possa incentivare fenomeni di delocalizzazione della ricchezza o di trasferimento della residenza fiscale verso ordinamenti meno gravosi.
Non va inoltre dimenticato che, sebbene in Italia non esista oggi una patrimoniale generale sul patrimonio delle persone fisiche, il nostro ordinamento conosce già diverse forme di tassazione patrimoniale. L'IMU sugli immobili diversi dall'abitazione principale, l'imposta di bollo sui prodotti finanziari, l'IVIE e l'IVAFE sui beni detenuti all'estero rappresentano, infatti, alcuni esempi di tributi che colpiscono specifiche componenti della ricchezza.
Il punto negli altri Paesi europei
Anche a livello europeo il quadro è estremamente eterogeneo.
Negli ultimi decenni, numerosi Paesi hanno introdotto, modificato o successivamente abolito imposte patrimoniali generali.
Attualmente, nell'ambito europeo, i principali Paesi che continuano ad applicare una patrimoniale generale sono Svizzera, Spagna e Norvegia, seppur con caratteristiche profondamente diverse. In Svizzera, l'imposta è di competenza cantonale e comunale, con aliquote generalmente contenute e differenziate in base al Cantone. In Spagna, l'imposta sul patrimonio è statale ma gestita in larga parte dalle Comunità autonome, che possono prevedere esenzioni o riduzioni; l'aliquota è progressiva e può arrivare fino al 3,5% per i patrimoni più elevati. In Norvegia, invece, l'imposta colpisce il patrimonio netto oltre una determinata soglia, con un'aliquota complessiva pari all'1,1%, ripartita tra Stato e Comuni.
Tra gli Stati che hanno eliminato l'imposta patrimoniale figurano Germania, Svezia, Austria, Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi, mentre la Francia, dal 2018, ha sostituito la precedente imposta sulla ricchezza (ISF) con un tributo limitato ai soli patrimoni immobiliari (IFI).
Le ragioni, in questo caso, sono molteplici: in alcuni casi il gettito è risultato inferiore alle attese rispetto ai costi amministrativi; in altri, invece, si è ritenuto che tali imposte potessero incidere negativamente sugli investimenti e sulla competitività del sistema economico. Altri Stati hanno invece mantenuto forme di imposizione patrimoniale, pur prevedendo soglie elevate, esenzioni e meccanismi di attenuazione volti a limitarne gli effetti sui patrimoni produttivi.
Un dibattito ancora aperto
Secondo un report di Banca d’Italia, il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 60,6% della ricchezza netta complessiva, mentre alla metà meno abbiente spetta appena il 7,2%.
In questo contesto, l’introduzione di un’imposta patrimoniale potrebbe rappresentare uno strumento idoneo a ridurre il divario nella distribuzione della ricchezza.
Il dibattito, comunque, rimane aperto. La questione non riguarda soltanto l'opportunità politica di introdurre una nuova imposta, ma anche la possibilità di modificare il delicato equilibrio tra equità fiscale, efficienza economica e sostenibilità del sistema tributario. Sarà proprio la capacità di conciliare questi tre obiettivi a determinare, nei prossimi anni, se la patrimoniale resterà un tema di confronto teorico oppure diventerà una concreta opzione di politica fiscale.
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